Riceviamo e pubblichiamo quanto segue.
Gentile Direttore,
ho appreso con ritardo che in un vostro articolo è stato fatto riferimento a una vicenda che mi ha riguardato e di cui la vostra testata si era già occupata. Si tratta di un piccolo caso di mala politica (davvero piccolo, viste le cronache di questi giorni): un emolumento datomi dall’ARS secondo criteri ancora incomprensibili.
Devo, tuttavia, rilevare una imprecisione nella vostra recente citazione, laddove affermate che io avrei rifiutato tale emolumento. No, io non ho rifiutato nulla, anzi, vorrei ricordare che l’essenza della mia lettera alla stampa non consisteva affatto in un nobile gesto e solitario di rifiuto, ma in un polemico gesto di denuncia con la dichiarata intenzione di non restituire affatto quella cifra a un circuito che dimostrava di non avere criteri, meccanismi di valutazione e di controllo adeguati.
Nella lettera dicevo appunto che mi ero posto il problema di restituire la cifra ma che avevo deciso diversamente e che anche una utilizzazione “politica”, a sostegno cioè di una mia attività di denuncia, mi era sembrata inopportuna, in quanto si trattava di soldi pubblici che sarebbero comunque rimasti nel circuito della politica, di una “parte” e, dunque, nonostante le mie buone intenzioni non avrei spostato una virgola nel perverso meccanismo di una politica che usa arbitrariamente risorse della collettività per fini di parte. No. La mia lettera di allora chiedeva alla stampa cittadina, a chi quotidianamente incontra e conosce fatti di cronaca e di bisogno veri e concreti, di condividere con me una utilizzazione di quell’emolumento utile per la collettività.
Ribadendo la mia sfiducia verso il sistema della carità chiedevo una utilizzazione condivisa e controllata. Il fatto è che un raggelante silenzio, a tutti i livelli, è stata l’unica risposta. La mia decisione l’ho presa in solitudine. Così, pagato il conguaglio di tasse, pagato l’incremento delle tasse universitarie per i miei due figli dovuto proprio allo sforamento di fascia per avere percepito quella somma, ho ritenuto di pagare le tasse universitarie a un giovane che avrebbe dovuto lasciare gli studi per motivi di indigenza della propria famiglia.
La buona notizia che mi è arrivata pochi giorni fa è che il giovane a marzo dovrebbe laurearsi, avendo superarto tutte le materie. Così questi soldi sono tornati, come conguaglio tasse e come tasse universitarie, a un uso pubblico (quello per cui erano stati sottratti ai cittadini produttori) e in più sono servite a permettere a un giovane di buona volontà di non sprecare i sacrifici fatti negli anni precedenti dai suoi genitori. In questi tempi, per me, una piccola intima soddisfazione che non avrei mai potuto avere con un atto di rifiuto moralistico che avrebbe lasciato quei soldi in un circuito assolutamente irresponsabile. Ringraziandola comunque per i giudizi espressi, colgo l’occasione per un cordiale saluto.
Roberto Tagliavia
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