Salvatore Parlagreco

Giuseppe Lupo l’ha detto chiaramente: non convocherà la direzione regionale del partito. Se vogliono confrontarsi, devono farlo in sede provinciale. E la ragione è semplice: la corsa a Palazzo delle Aquile è di pertinenza provinciale. Se è per questo, tuttavia, è di pertinenza locale. Ma Lupo sa che non è così, altrimenti perché mai si sarebbe dato tanto da fare sia lui che Pier Luigi Bersani, invitando Rita Borsellino a candidarsi alle primarie? E poi, Palermo è Palermo, non Valledolmo o Roccacannuccia, è la città più popolosa al voto nelle amministrative di primavera, quella su cui punteranno i riflettori i media.
 
Quanto al merito, Lupo sostiene la sua tesi, ed è legittimo che sia così: “non potevo certo spaccare il centrosinistra per fare accordi con il Terzo Polo, afferma. Quanto deciso a Palermo è coerente con il deliberato della direzione regionale che apriva alle alleanze larghe partendo dall’unità del centrosinistra”.
 
Ma se le cose stavano così, perché Lupo e tutto il Partito Democratico ha subito per un anno gli ultimatum dell’Idv di Leoluca Orlando che auspicavano, con interventi muscolari, la soluzione poi assunta dal Pd? Il Pd siciliano di Lupo ha aggiunto un dettaglio rilevante alla politica nazionale del partito, i due tempi, il prima ed il dopo. Prima viene Idv e Sel, poi il Terzo Polo. Ma il “dopo” è fortemente condizionato dal prima, com’è avvenuto in Sicilia, giacché Idv e Sel hanno imposto, ed ottenuto, la chiusura di ogni rapporto con il Terzo Polo.

 

È evidente che la scelta di Lupo è profondamente diversa dalla linea nazionale. Non solo, è diversa anche dalla scelta degli organismi regionali, che hanno privilegiate le larghe intese e cioè un’alleanza con i partiti del centrosinistra e del Terzo Polo. Una posizione che contraddice la chiusura al Terzo Polo addirittura in linea di principio. Lupo ha accettato quel “o con noi o contro di noi” di Leoluca Orlando, apparso fin dal primo giorno una malandrinata politica anche per il modo in cui la questione è stata rappresentata, quasi che si volesse, sotto sotto, un “no” piuttosto che un riscontro favorevole.

 

E questo è sicuramente il lato positivo della scelta di Lupo, quel calarsi le braghe platealmente – nei modi, il merito è un’altra cosa – fa saltare i piani di Leoluca Orlando che marciava come un treno verso il primo turno in solitudine. L’ex sindaco si era costruito l’apartheid alla rovescia, il ghetto dorato per arrivare alla meta e Lupo con il patto pro-Borsellino si è messo di traverso, abbracciandolo. Stile democristiano, non c’è che dire. Chapeau.
 
L’attenzione verso Orlando, da parte di Lupo, è stata sempre alta: la carta Borsellino è stata giocata proprio allo scopo di stroncare sul nascere le velleità dell’ex sindaco. Poi s’impigliò nelle trame di Un’Altra storia, che è una cosa più complessa della “zia” Rita. Ci sono i colonnelli che tengono la barra dritta e vigilano sui pericoli del “cantiere”: le logiche dei partiti sono esclusive.  Rita perciò deve restare Rita. Può offrire il suo volto ed il suo nome ad una coalizione o un partito, ma conservando gelosamente l’indipendenza di Un’Altra Storia. Il brand, anzitutto.
 
Che cosa aspettarsi? Che il Pd rimanga fuori dalle primarie, non avrà un candidato che viene dalle sue file, in coerenza con le lacerazioni interne, diventate una conventio ad excludendum (è una vecchia storia che ha origine nel Pci siciliano). Si giocheranno la candidatura il giovanissimo Fabrizio Ferrandelli, provenienza Idv, e Rita Borsellino, indipendente.
 
Le primarie del centrosinistra sono l’anteprima di lusso delle urne. Un privilegio, come vedere un film prima che venga distribuito nelle sale.