"Ma come, questi ci spiano per due anni e i servizi non ne sanno niente?”. Silvio Berlusconi avrebbe sbottato, furibondo dopo avere appreso le prime notizie sull’inchiesta della Procura di Firenze. Putin avrebbe saputo tutto prima di cominciare, ma Putin non ha a che fare con i carabinieri e le toghe in Russia sono docili. E lo zarismo, bianco o rosso che sia, ancora è di casa.
I servizi tenuti all’oscuro è stato il cruccio più grande. Ignazio La Russa, ministro della difesa e amico dell’Arma in bianco. Non è cosa da poco. Dando uno sguardo, seppure all’acqua di rose, sui risultati dell’inchiesta, si può dissentire sui sospetti, le manette e gli avvisi di garanzia, ma non sulla qualità dell’indagine: gli indizi sembrano essere stati raccolti con determinazione e precisione certosini. Nella rete un nugolo di pezzi grossi: manette, avvisi. Due anni di lavoro sotto traccia: foto, video, intercettazioni telefoniche, pedinamenti. Né pentiti né collaboratori di giustizia. Solo carabinieri: non uno o due, un esercito di carabinieri, tutti del Ros, ligi al compito, allineati e coperti come un sol uomo. Potrebbe entrare nelle pagine di storia. Una dedizione assoluta, una lealtà encomiabile.
Il presidente del Consiglio può lamentarsi quanto vuole: i carabinieri hanno lavorato come dovevano. Se fosse trapelato qualcosa, l’esito delle indagini sarebbe risultato inevitabilmente compromesso. Quando sono state rese note le registrazioni telefoniche, Berlusconi se n’è uscito con una invettiva contro le toghe, avrebbero dovuto vergognarsi dei loro sospetti. E lo stesso atteggiamento ha avuto quando si è fatto il nome di Gianni Letta.
“Gli apparati di sicurezza che non hanno saputo intercettare quello che stava accadendo in certe realtà, come Milano”, lamenta il capo dell’esecutivo, stando ai resoconti dei giornali. I servizi avrebbero dovuto riferire al premier che il presidente della Commissione urbanistica del comune di Milano pigliava mazzette? Una sciocchezza.
Il timore vero di Palazzo Chigi è che sia venuta fuori finora solo la punta dell’iceberg. Nelle ventimila pagine abbondano gli omissis e gli omissis potrebbero occultare nomi, fatti importanti. E’ come avere una spada di Damocle sul capo, proprio alla vigilia delle regionali. Bombe ad orologeria che possono esplodere in qualsiasi momento. In più, chi si trova in galera pare che cominci a cantare.
È stato opportuno sfidare le toghe un giorno sì ed uno no? La cintura sanitaria allestita con il legittimo impedimento non salva amici, parenti, patrimoni e vip del partito. Tutti e tutto a rischio.
Tante le ragioni per fare cattivi pensieri. Il Corriere della Sera non è tenero, segno che i poteri forti stanno dall’altra parte. Bertolaso cade dopo Haiti, segno che gli americani potrebbero godersi lo spettacolo. Le Generali, Mediobanca e Fiat sono in movimento: studiano altri asset bypassando tutti, e fanno quello che vogliono, snobbano l’esecutivo.
Potrebbe succedere di tutto con i carabinieri che lavorano come la Delta Force in zona di guerra e si muovono con passo felpato, e le toghe che fanno parlare le carte e non rispondono a nessuna provocazione. Gli omissis potrebbero scoperchiare pentole bollenti in campagna elettorale.
Inevitabili le contromisure. Senza indugio. Non basta più sfidare le toghe, occorre altro. Anzitutto fare ruotare tutto attorno a Guido Bertolaso e Gianni Letta, i più amati dagli italiani. Un messaggio inequivocabile: i magistrati stanno mettendo nel mirino gente per bene. Mandare al patibolo il Grande Capo della Protezione civile per un massaggio è una barbarie.
Poi occorre togliere di mezzo le intercettazioni, presto e bene. In marzo, appena possibile, ma quel mese è un collo di bottiglia, c’è il legittimo impedimento calendarizzato in Aula. E tutto questo perché i servizi di sicurezza sono andati in ferie a dovere mentre i carabinieri del Ros preparavano la graticola.
Certo, il complotto da adombrare, ma come si fa a prendersela con l’Arma, nei secoli fedele?
