Stefania Brusca

Le donne e la partecipazione attiva alla politica. Un binomio che raramente nel nostro Paese riesce ad imporsi. In più adesso  sembra  evocare scene e situazioni che non restituiscono alle italiane un’immagine degna dell’impegno, della serietà e della professionalità con la quale affrontano ogni giorno le sfide della vita.  Adesso in Sicilia, dove i numeri sulla partecipazione al femminile sono ancora inferiori rispetto al  resto del Paese, approda all’Ars la doppia preferenza, contenuta nel pacchetto di norme della legge elettorale. Se dovesse passare il provvedimento, ogni cittadino potrà scegliere se esprimere una seconda preferenza, ma questa deve riguardare una persona di genere diverso rispetto al primo voto. Un modo per garantire a tutti i  candidati pari opportunità. Ma cosa  pensano le donne in merito?  Lo abbiamo chiesto a  Giovanna Fiume,   docente di  Storia Moderna  presso la facoltà di Scienze politiche di Palermo,  autrice, tra gli altri,  di libri e saggi sulla questione di genere.

 

Professoressa, qual è la sua opinione in merito alla proposta?

"Credo che sia una buona proposta, che riconosce un grave problema della democrazia italiana dove le donne non trovano adeguata ospitalità nei luoghi della rappresentanza politica. Il nostro paese è tra le democrazie che registrano i livelli più bassi di rappresentanza femminile al mondo (è al 59° posto secondo l’Interparliamentary Union). E questo è un problema della democrazia, non un problema delle donne".

Perchè secondo lei le donne nel Paese non riescono ad emergere a tutti i livelli, e in particolare in politica?

"C’è una cultura politica arretrata che non può più giovarsi della retorica della maternità (il tasso di fertilità delle italiane è molto basso). Inoltre il tasso di istruzione femminile superiore a quello maschile (meno attratte dal mondo del lavoro continuano a studiare e a specializzarsi), l’abilità nell’uso di strumenti informatici è crescente, sono disponibili alla mobilità geografica. Ma sembrano nuovamente scoraggiate dalle scarse opportunità e dalle discriminazioni dello stesso lavoro precario. In politica sono i partiti da un lato, le regole elettorali dall’altro a funzionare come un “imbuto” nei confronti delle aspirazioni femminili".

 

Cosa pensa delle quote rosa?

"Penso che si può scegliere qualunque mezzo per ottenere lo scopo di una maggiore rappresentanza femminile. Ricordo però che la norma del regolamento elettorale del ’94 già prevedeva l’alternanza di cui oggi discutiamo, e che allora ebbe l’effetto di un maggiore successo elettorale delle donne. Abolita perché incostituzionale – se non ricordo male su ricorso della Lega Nord – spinse le donne verso la marginalità nelle competizioni successive".

Dopo la manifestazione di domenica è cambiato qualcosa in merito alla partecipazione attiva delle donne alla vita politica e sociale del Paese?

"Le donne hanno sempre partecipato attivamente alla vita del paese e sono sempre state interessate alla politica. Le forme dell’interesse e della partecipazione sono cambiate di volta in volta. Ricordo che qualche anno fa il ministero per le  Pari Opportunità lanciò dei corsi in tutte le università del Paese che servissero alla formazione politica delle donne. A Palermo li organizzai presso la facoltà di Scienze politiche per quattro anni consecutivi; prevedevamo cento corsiste ogni anno, ma facevano la richiesta fino a 500 donne, letteralmente affamate di cultura politica. Suggerisco una lettura: Donne, diritti, democrazia (Roma, 2007) che raccoglie vari interventi e varie posizioni sul tema discussi in quei corsi e suggerisco altresì ai politici più volenterosi di studiare un po’ prima di parlare. Ma questa è una mia ‘deformazione professionale’… "