Riccardo Di Grigoli

Gli anelli di una catena ben legati tra loro e che ad un certo punto si spezzano irrimediabilmente. Una storia che arriva da lontano, una frattura che si manifesta tutt’oggi, e che lascia i segni di una lotta intestina solo in parte venuta a galla. Stiamo parlando di mezzo secolo di vicende della destra italiana quella per intenderci che all’indomani dell’armistizio firmato a Cassibile (3 settembre 1943) con con gli alleati, vede per tutta risposta la creazione della ‘Repubblica sociale  (meglio nota come Repubblica di Salò), commissionata da Hitler e realizzata dal Mussolini ‘ liberato’.

 

Può apparire troppo lontano partire da qui, ma senza questa premessa non si capirebbe il successo ottenuto alle elezioni del 1953 dal Msi (Movimento Sociale Italiano, clamoroso 5,8%), sorto il 26 Dicembre 1946 sui resti proprio dell’utopia di Salò ed il conseguente attaccamento manifestato anche nei decenni successivi da parte del tessuto sociale italiano, lo stesso che aveva drammaticamente vissuto il crollo del fascismo.

 

 

Ma veniamo ai giorni nostri. Msi ed An sono figli di una stessa idea di fare politica. O meglio, sono secondogeniti di una stessa politica. Nati e morti sotto l’etichetta ‘liberal-conservatore’ (ma con i dovuti distinguo), i due partiti oggi più che mai appaiono indissolubilmente legati. Sì che la dissoluzione dell’uno (Msi) aveva favorito l’imporsi dell’altro (An, siamo tra il ’94 ed il ‘95), eppure a distanza di quasi quindici anni dalla ‘svolta di Fiuggi’, nonostante entrambi i movimenti abbiano ‘vestito’ abiti diversi, a far discutere è rimasta, guarda caso, la spinosa questione dell’eredità.

 

A dire il vero, a puntare recentemente i riflettori sul patrimonio immobiliare degli ex uomini di Gianfranco Fini (oggi leader di Fli, un tempo di An) è stato ‘Il Giornale’. Il quotidiano di proprietà di Paolo Berlusconi, fratello del Presidente del Consiglio, la scorsa estate ha rispolverato una vicenda che fino a qualche mese prima della  rottura tra il Presidente della Camera ed il Premier in pochi conoscevano. L’ormai arcinota epopea, rinominata simpaticamente da qualcuno ‘Tullianeide’, ha messo sotto controllo anche i restanti 70 immobili facenti capo all’ormai ex movimento di Alleanza Nazionale (sciolto nel marzo del 2009). Il valore di questo patrimonio non è mai stato veramente quantificato, ma si parla di una cifra intorno ai 300-400 milioni di euro. Un bel gruzzolo per il neo leader di Futuro e Libertà. Fonti storiche vogliono infatti che An fosse ricca quasi quanto i giganti della Dc e del Pci.

 

Ma da dove derivava tutta questa ricchezza? Dal passato. Dal passato missino, per essere precisi. “Il patrimonio immobiliare del Msi a Roma era immenso – rammentano Buontempo e Storace – oltre alla sede c’erano immobili a via Livorno, piazza Tuscolo, la tipografia di via del Boschetto. Tramite la ‘Italimmobili’, il Movimento sociale disponeva delle proprietà di tutte le federazioni, perché nessuno voleva dare un immobile in affitto. Adesso tutti gli immobili passano alla Fondazione Alleanza nazionale”.

 

Nell’immediato dopoguerra e fino alla svolta di Fiuggi, una media di tre o quattro immobili venivano donati alla formazione di destra, così da poter finanziare in maniera robusta le battaglie politiche (evitando peraltro “una deriva” a sinistra del Paese).

 

 Gli ex di An, dunque, possono contare su di un forte patrimonio. Nella relazione di gestione datata 26 febbraio 2009 Franco Pontone, tesoriere del partito fino al 6 ottobre 2010, scrive: ‘Il rendiconto di gestione al 31 dicembre 2008 evidenzia un soddisfacente risultato di avanzo di gestione pari a 10 milioni 335 mila 573 euro e una situazione di liquidità disponibile di 30 milioni 685 mila 260 euro. Risultati che confermano la solidità della situazione patrimoniale, economico e finanziaria di An’. Un vero e proprio certificato di sana e robusta costituzione. E per proteggere i  propri gioielli di famiglia (risalenti all’eredità di Giorgio Almirante) Donato La Morte, amministratore unico delle due società che gestiscono il patrimonio immobiliare di An (‘Immobiliare Nuova Mancini srl’ e ‘Italimmobili srl’), ha assicurato che la ‘Fondazione di Alleanza Nazionale’, così come previsto dopo la fusione di Forza Italia nel Pdl, verrà costituita nel 2011.

 

C’è però qualcosa che non quadra. Dopo l’affaire Montecarlo, gli ex missini sono rimasti scottati dal presunto uso privatistico del patrimonio appartenente all’intera comunità. Non sono stati pochi quei privati cittadini che nel passato, privando i propri eredi naturali dei loro immobili, hanno contribuito a rafforzare con le loro donazioni al partito, le casse del Movimento sociale.

 

Un’altra politica. Un sentimento che nasceva da speranze comuni e che nelle ideologie trovava la propria elementare spiegazione. Subito dopo il disfacimento, pare infatti che né i militanti né i dirigenti di vertice del Msi abbiano posto alcun problema riguardante la ‘spartizione’ dei beni mobili ed immobili, secondo una scelta che può essere considerata ‘politicamente’ coerente. Ma, aggiunge Teodoro Buontempo (lo stesso che denunciò i presunti rapporti che Fini dal 2004 strinse con il gruppo ‘Atlantis’, proprietario di casinò ai Caraibi e titolare di una concessione dei Monopoli di Stato italiani per la gestione telematica di quelle slot machine che in poco tempo invasero bar e circoli di tutta Italia): “oggi, che sono sotto gli occhi di tutti gli inquietanti interrogativi sui bilanci di An e si apprende che la Fondazione, tanto reclamizzata, si è impossessata di ogni bene senza nulla fare nel rispetto dell’atto costitutivo, riteniamo giusto e sacrosanto rivendicare, non per noi ma per le famiglie delle vittime della violenza comunista e delle trame di regime, la proprietà di quei beni, che la Fondazione dovrebbe donare nel rispetto di chi, nel nome di quelle idee, ha perso il proprio figlio o fratello”.

 

Anche Gianni Alemanno, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, ex colonnelli missini, sono intenzionati a recuperare parte del patrimonio di Alleanza Nazionale. Principale pomo della discordia sarebbe ‘Il Secolo di Italia’ (prima giornale del Msi ed oggi organo dei finiani). “Il ‘Secolo’ dovrebbe rappresentare tutti noi – spiega La Russa – e invece è fatto solo per una piccola parte con i soldi di tutti”.

 

Il problema ad ogni modo appare abbastanza complicato. Non esisterebbe infatti un organo giuridico che ad oggi abbia il potere di decidere se dividere o meno il patrimonio del vecchio partito. Il compito spetterà all’assemblea dei soci della fondazione, quando questa sarà costituita (non prima della seconda parte del 2011).

Viene a questo punto lecito domandarsi se, al di là del colore politico che si decide di indossare, non ci sia stata una ‘invasione’ della nuova politica ai danni della ‘vecchia’. Sembra quasi che la coerenza dei militanti di un tempo si sia trasformata nel più becero dei campanilismi. Un tempo erano le idee a muovere i leader, adesso invece gli interessi dei singoli corrono il rischio di scavalcare il bene di una intera comunità.