Un lungo filo che unisce la storia di un partito, una storia fatta di scissioni, di litigi, di accordi fatti e rimangiati. Ma anche di soldi, tanti, tantissimi. Un patrimonio da mille miliardi di lire, quello del Partito comunista italiano. Un tesoro costituito da immobili, per lo più. Appartamenti e palazzi, circoli e sezioni di partito, centri studi, terreni, negozi, box, rimesse e polisportive. Cooperative e case del popolo. Intestati prevalentemente a prestanomi. Una storia che inizia con l’acquisto di un palazzo, a Roma, in via delle Botteghe Oscure, al civico numero 5, che dal secondo dopoguerra fino al suo scioglimento diventerà la sede storica di un partito, il Pci, il ramo comunista più potente dell’Europa occidentale. Un filo che in certi punti diventa una matassa difficile da dipanare, tale è il mistero che gira attorno all’origine di un patrimonio immenso, mille miliardi appunto.
Il vizio sta all’origine. Chi diede i soldi al Pci per acquistare la sua sede, quella che nel gergo quotidiano verrà rinominato il “Bottegone”? I finanziamenti arrivavano da Mosca, da dove il Pcus foraggia a piene mani i suoi “figlioli” sparsi per il mondo, oppure dal “tesoro di Mussolini”, come sostiene in un suo libro l’ex segretario di Togliatti, Massimo Caprara? L’oro di Dongo, sottratto a Mussolini in fuga, un miliardo di lire del 1945, 150 mila franchi svizzeri, sedici milioni di franchi francesi, dollari, sterline, pesetas e cento chili d’oro. Bottino di guerra, dissero allora i comunisti, che lo affidarono ad un misterioso emissario che lo nascose nelle banche svizzere e poi, come sostiene Caprara, venne riciclato e reso spendibile con operazioni “estero su estero”. Una tecnica che, come vedremo in seguito, non solo divenne marchio di fabbrica del Pci, ma permise al partito di uscire solo sfiorato dal ciclone Mani Pulite all’inizio degli anni ’90, proprio quando il Pci moriva e rinasceva con la svolta della Bolognina e la costituzione del Pds da parte di Achille Occhetto.
Quel patrimonio immobiliare da mille miliardi di lire segna tutta la storia recente degli eredi del comunismo. Come fu accumulata? Nel 1999 provò a fare chiarezza l’inchiesta del pm di Venezia Carlo Nordio. Che svelò il sistema di finanziamento del Pci attraverso il sistema delle cooperative rosse, ma non riuscì però a scoprire molti misteri, che si concluse con il proscioglimento degli indagati Achille Occhetto e Massimo D’Alema, segretari nazionali del Pds.
Cento amministratori di cooperative venete finirono sotto inchiesta per associazione a delinquere, falso in bilancio, bancarotta, finanziamento illecito del Pci-Pds. Dando per scontato l’approvvigionamento dei soldi dell’Urss, il Pci non ha mai spiegato come avesse potuto accumulare una fortuna del genere.
Una ricchezza in parte, ma solo in parte, evaporata in seguito nei debiti, soprattutto quelli che gravavano sul groppone del quotidiano del partito, l’Unità. Un’idrovora di soldi, un buco nero, come lo erano stati in passato i giornali Paese Sera e L’Ora (a Palermo), che affiancavano il Pci ma non erano organi di partito. Furono perciò abbandonati al loro destino, quando si erano chiusi i rubinetti sovietici. Con l’Unità non si potè usare la scimitarra. Lo smacco sarebbe stato troppo grosso. Affogato dai debiti, il Partito dei democratici di sinistra mise mano al suo patrimonio immobiliare. Sul mercato arrivano a prezzo di svendita le Case del Popolo di cui il partito era nel frattempo diventato proprietario.
Come nel frattempo? Sì perché, in teoria, il Pci non poteva possedere nulla. Avrebbe contravvenuto alla dottrina del partito. Ma c’erano le cooperative, riunite in Lega, che tutto muovevano e tutto potevano. Decine di società immobiliari, le finanziarie controllanti-controllate, il braccio economico dell’ex Pci. Scoperta fatta dalla Procura di Milano che nel 1993. durante una perquisizione a Botteghe Oscure, scovò una stanza piena di fascicoli relativi agli immobili posseduti. Ma per un errore la documentazione non fu sequestrata. E il giorno dopo si scoprì che era stata fatta sparire. Per quell’episodio venne anche aperta un’inchiesta, che non portò a nulla.
Il primo a parlarne apertamente fu Giuliano Peruzzi, consulente delle Coop e braccio destro di Primo Greganti, responsabile amministrativo del Pds. Intrecci tra società, come la Finsoe e la Finsoge, e un crogiuolo di altre società.
La struttura di approvvigionamento e di amministrazione del partito funzionava come una piramide. Molte aziende incaricate di ottenere provvigioni sul commercio con i paesi dell’Est. Inserzioni pubblicitarie per mascherare pagamenti da aziende. Provviste sotto forma di appalti. Il meccanismo funzionava così: il tutto si riconduceva a decine di società immobiliari e a intestazioni fittizie: centinaia di prestanome, fedeli militanti del “partito” che ne era il vero proprietario. A Botteghe Oscure i funzionari erano pagati dalle Coop, ma lavoravano per il “partito”. Ecco così che migliaia di immobili erano intestati a persone fisiche, ma tutti con in tasca la tessera del partito.
Il pm Nordio fu severo:“un’accumulazione patrimoniale vista come frutto di una sistematica irregolarità”. La giustificazione del partito fu che non avrebbe potuto iscrivere gli immobili a bilancio, ma il Pci-Pds non ha mai spiegato come fosse venuto in possesso di questo patrimonio, con quali soldi lo avesse acquisito e perché lo avesse tenuto nascosto. “La presunzione che derivi da contributi clandestini è fondata, ma non vi è la prova che derivi, anche in parte, dalle risorse sottratte alle cooperative… (Ed è proprio questa mancanza di collegamento che costituisce) un formidabile riscontro all’ipotesi di una struttura occulta del Pci, cui certamente non è estranea la strategia dei rapporti con le cooperative”, scrisse Nordio.
Quel meccanismo, però, una volta smascherato si inceppò. Nel 1991 il partito versava in precarie condizioni economiche dovute a una paurosa crisi finanziaria della Lega. Le perdite arrivavano da tutte le cooperative. Quelle stesse società che nel 2005 hanno tentato la scalata a Bnl con Giovanni Consorte, scalata finita nel mirino dei magistrati.
Non restò che svendere tutto quello che si poteva mettere sul mercato per fare cassa. Nel 2000 fu ceduta anche la sede di Botteghe Oscure. Paradosso vuole che al suo posto, a partire dal 2001, gli uffici siano utilizzati dalla società di servizi americana Ernst & Young. Praticamente figlia del capitalismo più spinto. La legge del contrappasso.
Con quei soldi il partito riempì il buco dei suoi bilanci. Il rapporto organico tra coop e partito non cessò di esistere. Il Pci-Pds aveva iniziato il risanamento dei debiti conferendo il suo immenso patrimonio immobiliare alla società Beta, che ne avrebbe garantito la solvibilità. I vertici delle coop erano di rigorosa nomina politica e quasi sempre, dopo un’esperienza al vertice di un’azienda, il funzionario rientrava nel partito.
Chi salvò il partito dal tracollo fu Tosinvest, leader nel business della sanità privata (vi dicono niente le case di cura San Raffaele?). Si parte con una serie di 261 cessioni interne fatte alla Beta immobiliare con l’obiettivo di chiudere la voragine, un passivo totale, accumulato negli anni, di 235 milioni di euro.
Nel dicembre 2003 Tosinvest, la società di Antonio Angelucci, poi passata al figlio Giampaolo, per 42,6 milioni di euro acquistò il 50,1% di Beta, creata dai Ds per convogliare i debiti accumulati dal Pds (al 30 settembre 2003) con le banche (Carisbo, Banca Intesa, Capitalia, Mps) e garantiti dall’ipoteca su 261 immobili. Un acquisto a prezzo di saldo (lo sconto fu del 50%, 42,5 milioni di euro contro 85), che però permise ai Ds di estinguere il loro debito con gli istituti di credito, liberando il partito da tutte le ipoteche bancarie, chiuse con transazioni.
Angelucci, azionista di Capitalia, era già entrato in affari con gli ex comunisti quando, nel 1999, comprò una fetta della società “L’Unità editrice multimediale spa”, poi finita in liquidazione. Questa volta compra 37 immobili del Pci-Pds-Ds sparsi in tutta Italia, tra queste il Bottegone. Casualità vuole che il giorno stesso del contratto di compravendita due istituti bancari legati ai Ds, l’Unipol e la Popolare di Lodi, abbiano concesso agli Angelucci due mutui di 13 milioni ciascuno proprio per l’acquisto di Botteghe Oscure (con un’ipoteca iscritta per 52 milioni).
Nonostante gli enormi debiti da ripianare, parte del patrimonio immobiliare è stato salvato. Quando Ds e Margherita decisero di dare vita al Pd, prima ancora della nascita del nuovo partito, furono create alcune fondazioni ad hoc, organizzazioni territoriali nate su iniziativa del tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, per fare confluire tutto il patrimonio, circa 2400 immobili e 410 tra dipinti e opere grafiche.
Il Pci-Pds-Ds salvò così tutto quello che era rimasto, lasciando i nuovi compagni di partito, quelli provenienti dalla Margherita (ex democristiani), con un pugno di mosche. Ogni fondazione amministra il suo patrimonio e nomina i suoi consiglieri di amministrazione. I garanti eleggono i loro successori per “cooptazione”. Un escamotage per assicurare il controllo totale sui beni della Fondazione da parte degli ex Ds, senza che il Pd possa metterci il naso. Quali e quante sono queste fondazioni? Chi le gestisce? Il riserbo degli ex Ds è massimo.
