Riccardo Di Grigoli

“Pochi, maledetti, subito”. Un mantra asfissiante, una cantilena che rimbombava nella mente e nelle orecchie degli amministratori del patrimonio immobiliare della Dc, mentre palazzi e appartamenti per decine e decine di miliardi evaporavano nel nulla. Il tutto sotto gli occhi attoniti degli ex democristiani, incapaci di fermare un processo ormai irrimediabilmente avviato e che stava trasformando le ex sedi di partito in ricordi maledetti. Ricordi che nel corso del tempo assumono la parvenza di ‘nuvola finanziaria’, dietro la quale si nasconde una delle più ingarbugliate e complesse operazioni di dismissione di patrimonio immobiliare mai avvenute in Italia. Roba da fare impallidire, ridurre in cenere, ridicolizzare l’affair Montecarlo tenuto in prima pagina per cinque mesi a causa di un presunto prezzo “di favore”.

Siamo in presenza di un intrigo politico-giudiziario, al cui interno si insinua un sospetto di fondo: quello per cui all’interno del PPI, nella fase di passaggio al nuovo soggetto politico della Margherita, ci siano stati dei passaggi ambigui per condurre al fallimento una società apparentemente ‘sana’ come l’’Immobiliare Europa’, la quale aveva acquistato ciò che rimaneva del patrimonio della Dc (circa 130 appartamenti) per poco più di un miliardo di lire. Una inezia rispetto al valore stimato delle proprietà in mano agli eredi di don Sturzo.

Lo scopo di una così spregiudicata manovra? Semplice: tornare in possesso del prezioso scrigno, forse ‘ingenuamente’svenduto dai vecchi tesorieri di PPI, CDU e CCD alla società dell’imprenditore veneto Angiolino Zandomeneghi (‘Immobiliare Europa’ , appunto). Descritto come personaggio sfuggente, taciturno ma abilissimo negli affari, ‘Angiolino il faccendiere’ – un imprenditore veronese – aveva iniziato la propria carriera di immobiliarista con l’acquisto nella propria terra natia di un terreno di 100 mila metri quadri che sulla carta sarebbero potuti diventare edificabili qualora fosse stato approvato il piano di lottizzazione. Una mossa astuta, che gli valse i primi quattrini.

Secondo numerose perizie, tutte ciò che restava delle rimesse, i box, i circoli e le sezioni di partito della DC sono finiti nelle mani di dell’imprenditore veronese, che sarebbe stato rinviato a giudizio (insieme ad altre undici persone) per bancarotta fraudolenta.

Legata dunque alla fase conclusiva della storia della Dc e del suo patrimonio c’è una girandola di società che avrebbe passato di mano in mano l’immensa fortuna, tramutandola in un pugno di mosche.

Dopo lo scioglimento della ‘Balena bianca’, i beni immobili, i palazzi storici ereditati da PPI e CDU vengono affidati a due società, la ‘Ser Spa’ e l’’Immobiliare Spa’, le cui quote vengono acquistate da altre due finanziarie, la ‘Sfae’ e la ‘Affidavit’, a loro volte finite nelle mani dell’imprenditore veneto il 26 febbraio 2002.

È a questo punto che gli ex uomini del partito insorgono, sostenuti dall’intenzione di riprendere a controllare quei beni. A loro avviso infatti, il patrimonio della Democrazia cristiana sarebbe stato ceduto attraverso un contratto non valido, perché firmato dai vecchi tesorieri. Scottati dal presunto ‘raggiro’, i ‘diseredati’ forzano la mano: per raggiungere il loro scopo, ovvero condurre al fallimento la solida ’Immobiliare Europa’, gli uomini dei due diversi partiti pare che abbiano avvicinato un giudice del tribunale fallimentare, poi arrestato nel 2006 con l’accusa di corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio. A riprova che in questa vicenda i protagonisti non erano degli angioletti (a parte Angiolino, l’imprenditore veronese). La società, divenuta garante della gestione del patrimonio di vecchia generazione, si trasforma nella dilapidatrice degli avveri democristiani e viene accusata di aver truffato “la storia” mettendo le mani nelle tasche del partito con inaudita destrezza. È in questa dissolvenza che si gioca la partita.

Quali furono le garanzie presentate a suo tempo dalla società immobiliare? Si accertò oppure no che si aveva a che fare con persone affidabili?

Eppure, scavando nel passato di certi protagonisti della vicenda, qualche dubbio inevitabilmente salta fuori. Già negli anni novanta, alcuni dei beni della Federconsorzi, diretta emanazione della Dc, erano stati venduti alla ‘Euro Pool’, società di Angiolino Zandomeneghi. Era stata la ‘Sgr’ (società che le banche creditrici avevano costituito per rilevare in blocco tutti i beni del gigante della cooperazione agricola) a formalizzare tale vendita.

 

Alcuni dei beni vennero venduti dalla ‘Sgr’ a chi già li occupava, e così la ‘Euro Pool’ nell’agosto del 2000 formalizza l’acquisto di ‘solo’ 44 dei 60 immobili per un prezzo che oscilla intorno ai 22 miliardi. Una piccola prova di forza da parte di questo imprenditore, che ancor prima di comprare aveva già trovato i futuri acquirenti. Il consorzio di Cerea, nei pressi di Verona, ad esempio. Acquistato il primo agosto 2000 per 313 milioni di lire, viene rivenduto lo stesso giorno all’’Immobiliare Colò per 800 milioni, con un guadagno di 487 milioni. O ancora il consorzio di Mortegliano, in provincia di Udine. Rilevato per 850 milioni dalla ‘Sgr’ e ceduto poche ore dopo per un miliardo e 60 milioni (era sempre il primo agosto). O ancora quello di Ormelle (nel Trevigiano), comprato sempre in quel fatidico giorno viene rivenduto il mese successivo per circa 200 milioni di lire in più rispetto al valore d’acquisto.

Perché mai la ‘Sgr’, che aveva il compito di vendere nella miglior maniera possibile gli immobili rilevati dalla Federconsorzi, avrebbe dovuto cedere tutto a Zandomeneghi, lasciando che quest’ultimo guadagnasse, cessione dopo cessione, un tesoretto non indifferente?

La domanda è fondata, e trova maggior ragione d’essere se si considera che già nel 1998 la ‘Euro Pool’ aveva ceduto 17 immobili, acquisiti per 5 miliardi, ad una seconda società facente capo sempre all’imprenditore veneto per una cifra che si attestava intorno ai 19 miliardi di lire. La società in questione è l’’Immobiliare Europa’, la stessa “scatola” (mezza piena o mezza vuota a seconda del bisogno) dove sarebbero poi finiti gli altri 131 immobili ex Dc. ‘Passeggiate’ societarie alquanto strane.

In un’inchiesta condotta dal ‘Corriere della Sera’, è venuto ad esempio fuori che sempre nell’estate del 2000, la società ‘Iris’ aveva acquistato dalla ‘Progetto 3000’ (di cui Angiolino Zandomeneghi era l’amministratore unico) un magazzino nel Vicentino, poi rivenduto alla ‘Immobiliare Europa’ rappresentata dallo stesso imprenditore.

Qualcuno doveva essere a conoscenza di questi giri, eppure, quando per un vecchio credito non pagato e risalente alla scissione della Dc, il CCD aveva chiesto il fallimento dell’Affidavit e della Sfae (che gestivano i beni della Democrazia cristiana), nessuno si oppose all’aiuto proveniente dal portafogli di ‘Angiolino’, che, grazie ad un assegno circolare da 800 milioni, cancella in pochi minuti il problema, ricevendo in cambio, manco a dirlo, degli immobili.