A forza di scavare a fondo in un mistero, si rischia alle volte di rimanere imbrigliati negli stessi ingranaggi che lo compongono e accade di scorgere in esso sfumature più fosche e risvolti maggiormente inquietanti. E’ il 18 gennaio 1994. Data storica, che cade nella banalità di un anonimo martedì mattina. Nelle prime ore di quel giorno vede la luce il Centro Cristiano Democratico (CCD) di Casini e Mastella, pronto subito ad avviare colloqui con Berlusconi (che nella stessa giornata fonda insieme con Marcello Dell’Utri il movimento politico ‘Forza Italia’).
All’Istituto Sturzo, poche ore più tardi, riceve il battesimo il Partito Popolare Italiano (PPI ) di Mino Martinazzoli, al quale presenzia anche Rocco Buttiglione. E così l’esodo che porta i parlamentari della DC ad aderire al PPI (tranne 22 deputati che si dichiarano del CCD) può avere inizio. Bisognerà attendere ancora qualche giorno (29 gennaio) perché il Consiglio Nazionale della DC sciolga irrimediabilmente il partito e distrugga una volta per tutte le speranze di “ricomposizione e unità” auspicate a pochi giorni dal fatale evento dall’’Osservatore Romano’.
Sancita la rottura, non resta che ‘spartire’ il patrimonio. Per conto del CCD di Mastella e Casini, Francesco D’Onofrio si accorda con Rosetta Russo Iervolino perché al partitino vada un miliardo in contanti più il controvalore del 15% del patrimonio DC, per un totale di circa 5 miliardi di lire. Cifra che peraltro viene fuori da una stima effettuata da consulenti che valutano il tesoro immobiliare in 88 miliardi, patrimonio tuttavia sul quale pende una ottantina di debiti di varia caratura. Al PPI (sigla storica che rimanda alla nobile voce sturziana) spetta invece la “prevalente utilizzazione dello scudo crociato”.
In tutto, il patrimonio della DC constava di 508 proprietà: appartamenti, palazzi, centri studi, sezioni di partito, accumulati negli anni da persone per bene, che della politica avevano fatto una professione e che negli ideali democristiani avevano trovato il loro ‘Eldorado’. E come logica conseguenza del loro attaccamento ai ‘valori moderati’, questi stessi militanti avrebbero forse meritato un occhio di riguardo maggiormente ‘benevolo’. Per intenderci, il tesoretto nelle mani dello ‘Scudo crociato’ aveva un valore già di per sé considerevole, che sarebbe potuto ancora essere incrementato qualora gli amministratori del patrimonio immobiliare fossero stati bravi nel gestirlo. Come chiunque, gli ex-democristiani avevano il diritto che le loro proprietà venissero vendute ad un prezzo se non pari, ma che almeno si avvicinasse al loro valore reale. Magari con qualche lacrimuccia, perché si trattava di vendite dolorose seppur necessarie, come nel caso della villa Camilluccia. Ed in effetti, di quanto potessero rendere le ‘pepite’ lasciate incustodite in quella miniera abbandonata, gli ex Dc avevano potuto rendersi conto già in seguito alla vendita delle prime proprietà.
Gli amministratori del patrimonio immobiliare Dc, vendendo ad esempio un appartamento a Gambassi Terme (sui colli, ad una ventina di chilometri da San Gimignano), avevano ‘preso’ 197 volte in più del valore messo a bilancio. Registrato da anni per un valore complessivo che ammontava a un milione e 113 mila lire, ne avevano ricavati 220. Questo episodio non rappresenta certo un ‘unicum’. Furono decine le operazioni di questo tipo intraprese dagli amministratori lungo tutto lo stivale. Per un immobile di Lugo di Romagna l’incasso era stato 62 volte più alto del prezzo sulla carta, per un altro di Lucignano in Toscana ben 147 volte, 36 volte maggiore infine anche per un appartamento nel pieno centro di Savona (solo per quest’ultimo, sede storica della Dc ligure, avevano incassato più di 712 milioni).
Di fronte alla possibilità di monetizzare ancora, voi come vi sareste comportati? Avreste magari preteso che ogni perla della vostra collana venisse valutata, stimata e rivenduta con le stesse modalità delle precedenti. Eppure, gli eredi di don Sturzo, pur avendo nel solo 2001 guadagnato la bellezza di 6 miliardi e 197 milioni di lire più del patrimonio contabile sulla vendita di 44 immobili, decisero inspiegabilmente di fermarsi. O meglio, non si fermarono, ma si ‘liberarono’ dei 131 pezzi rimanenti per un prezzo forfettario. Appagati dopo la lunga e rifocillante bevuta? Oppure costretti gioco forza a lasciare la propria gola a ‘secco’?
Togli prima questo, poi quello ed infine quell’altro, fedeli al principio ‘pochi, maledetti, subito’ gli amministratori si disfecero del tesoro per un milione e 557 mila euro. Sciagurata scelta, al cui danno si aggiunge un’ulteriore beffa: di quel denaro, i rapidi e frettolosi venditori, vedranno poco o nulla.
Che fine ha fatto quella sorprendentemente fruttuosa serie di vendite? La plusvalenza (i soldi presi in più rispetto a quelli registrati nei vecchi bilanci) dell’’annus mirabilis’ (2001) era addirittura del 351%. Nulla vieta di pensare che un calcolo di questo tipo potesse essere fatto anche per i 131 beni rimasti ancora ‘sul groppone’ degli amministratori del patrimonio Dc. Con una semplice operazione matematica, si può considerare il valore catastale e rivalutarlo del 351%. Risultato teorico di vendita: quasi 73 miliardi di lire. Volendo però ‘volare bassi’ con le cifre, consideriamo a questo punto le stime del Sole 24 Ore.
Secondo uno studio del più autorevole quotidiano economico italiano, anche se le rendite catastali fossero state tutte aggiornate (ciò però non risulta), esse avrebbero rappresentato al massimo il 42% del valore reale delle case in vendita. Per semplificare il tutto diciamo che il risultato ‘teorico’ dell’indagine ammonterebbe comunque ad oltre 49 miliardi. Resta a questo punto da capire chi e cosa si inserì improvvisamente nelle trattative, quale fulmine a ciel sereno sconquassò i più rosei piani degli ex Dc, vittime (loro malgrado) di un pirandelliano ‘gioco delle parti’ all’interno del quale lo spazio per loro ritagliato nella scena era quello dei più semplici ed anonimi comprimari.
