Salvatore Parlagreco

Gli eredi politici, ideologici, culturali della Democrazia Cristiana si trovano facilmente, anzi c’è l’imbarazzo della scelta. Qualche volta sgomitano, competono e litigano fra loro per accreditarsi tali. Provate, tuttavia, a chiedere chi siano gli eredi dell’immenso patrimonio immobiliare della Democrazia Cristiana? Non li trovate nemmeno con il lanternino. 508 immobili sparsi in tutta Italia, con pezzi pregiati e di grande valore storico letteralmente dissolti insieme al partito. Palazzi, circoli, negozi, box, rimesse, terreni, centri studi, appartamenti spariti nel nulla insieme alle proprietà della Federconsorzi, figlia adottiva della Democrazia Cristiana, che possedeva 44 immobili.

L’operazione più furba, malandrina della storia politica italiana, è stata dimenticata, rimossa, cancellata. Centinaia di miliardi sono stati rubati agli ex militanti della Dc, dirigenti onesti, uomini e donne che avevano dato l’anima a quel partito senza che alcuno pretenda giustizia, chieda conto e ragione di ciò che è successo veramente.

Per mesi hanno visto, sentito e letto di tutto su un appartamentino di 40 metri quadri lasciato in eredità all’ex leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, sospettato  di averlo venduto malamente, alla metà del suo valore reale. Indagini della magistratura e archiviazione non sono bastati per tacitare i giustizieri, ed ancora oggi c’è la coda velenosa di questo episodio, cui era stato affidato il compito di “mascariare” il leader del dissenso di destra.

Proviamo a immaginare che cosa abbiano provato i derubati, i democratici cristiani orfani del loro partito nell’apprendere che tutta la stampa italiana dedica al bilocale di Montecarlo ogni attenzione, e che ci sono quotidiani che ospitano ogni giorno cinque, sei, sette pagine.

Proviamo ad immaginare la loro impotenza, la loro impossibilità di perseguire i ladri, che magari occupano poltrone importanti della Repubblica. Costoro non possiedono azioni mal quotate e, come i risparmiatori della Parmalat, non possono rivendicare niente. Non hanno un pezzo di carta, un documento che dia loro il diritto di sapere. Non possono essere rimborsati, perché la passione, la fede, l’idea, i valori non sono rimborsabili, ma il diritto di sapere chi sono i mandanti e gli esecutori della più grande rapina politica di ogni tempo, ce l’hanno!

Tutto è cominciato nel 1993, quando le pareti della Democrazia Cristiana cominciarono a sgretolarsi, scricchiolarono e vennero puntellate. Fu un processo di disgregazione rapido e doloroso, segnato dalla nascita di figli spuri della Dc. Le correnti si trasformarono in formazioni politiche che, per alcuni anni, nascevano e morivano con inquietante frequenza. Fino ad arrivare al Partito Popolare ed al suo segretario, Pierluigi Angeletti, che scoprì, nel 2002, che il patrimonio immobiliare toccato alla Margherita si era volatilizzato. Non esisteva più niente. Si guardò attorno, fece delle ricerche, seguì una pista, raccolse indizi, ma non recuperò un bel nulla, né poté sapere chi fossero i truffatori della Democrazia cristiana.

Qualcosa, tuttavia, la venne a sapere, che al centro dell’operazione – “fine della Balena Bianca” – come venne denominata, c’era un imprenditore veronese, il quale si era accaparrato degli immobili della Dc e della Federconsorzi; il terminale dell’ingegnoso meccanismo che aveva arricchito i ladri si trovava nientemeno in  Croazia. Acrobazie, scatole cinesi, prestanomi, infatti, conducevano oltre confine e lì si perdevano.

Di sicuro, oggi, sappiamo che l’operazione "dissoluzione Balena Bianca" ha un protagonista, un imprenditore veronese, che ha agito per conto terzi o conto proprio e una società madre, Immobiliare Europa, tante piccole società satellite, e che non sono spariti solo i 508 immobili della Dc ma anche le 44 proprietà della Federconsorzi.

La stampa ha dedicato al fallimento dell’imprenditore ed all’operazione Balena Bianca alcuni articoli. Sul “Corriere della Sera”, tra l’altro, Sergio Rizzo ha ricostruito alcune fasi dell’operazione, legate ad una ipotesi di bancarotta fraudolenta della Procura di Roma. L’imprenditore aveva acquistato ed alienato un centinaio di immobili di proprietà della DC. Annusato l’affare, aveva cercato di mettere le mani su tutto il patrimonio. E pare che ci sia parzialmente riuscito.

Per conto di chi aveva agito? Chi ha favorito veramente?

Le risposte non ci sono. E’ come se fosse calata una coltre di nebbia su tutta la vicenda. La sensazione è che nessuno abbia davvero la voglia di ricostruire questa brutta pagina della storia “politica” italiana. Né gli eredi legittimi (o illegittimi) della DC, né gli eredi di altre formazioni politiche che si sono dissolte.

Non è sparito solo l’ingente patrimonio della Dc. Chi è a conoscenza di quale fine abbia fatto il patrimonio del Psi, sempre che sia esistito come tale? E chi possiede quel che resta del patrimonio del Pci?

Com’è potuto accadere che il quotidiano “L’Avanti”, l’icona della sinistra italiana, sia diventato un foglio di destra?

Se abbiamo fortuna, vi racconteremo tutto. Da soli è impossibile, abbiamo bisogno di informazioni. Chi sa parli. O meglio, scriva.