Gianfranco Fini “benedice” la scissione siciliana, il 2 novembre la formalizzazione a Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea regionale siciliana – ma Ignazio La Russa, uno dei triumviri del coordinamento nazionale del Pdl, ironizza e sbeffeggia la decisione (“Allora io faccio il Pdl di Paternò”, città natale di La Russa).
Sulla questione siciliana – “terra di nessuno l’ha battezzata Fabio Granata, uno dei fedelissimi del Presidente della Camera – ci sono pareri diversi, ma c’è una guerra all’ultimo sangue in corso.
Silvio Berlusconi finora s’è mantenuto ai margini, è sceso in campo ben tre volte e, tutte le volte che lo ha fatto, ha avuto un solo pensiero, tenere Raffaele Lombardo al posto in cui si trova, perché non vuole perdere nessun pezzo della coalizione di centrodestra.
Questi interventi, però, finora non sono stati affatti decisivi, la qualcosa ha significato che ritornato al suo lavoro consueto, e con i casini che ci sono attorno a lui, la Sicilia è rimasta “terra di nessuno”.
Il Premier, in definitiva, ha lasciato che la situazione si decantasse o, come alcuni ritengono, vuole che Lombardo rimanga in sella ma senta sul collo il fiato dei suoi nemici del Pdl, che sono tanti, agguerriti e molto vicini a lui, come Angelino Alfano e Renato Schifani.
Questa seconda ipotesi è ritenuta abbastanza ragionevole e perciò è la più gettonata in quanto basterebbero due parole ben dette ai capi del fronte anti-Lombardo per aggiustare tutto in men che non si dica, oppure strattonare definitivamente il governatore siciliano.
Fini non è uno sponsor di Lombardo ma non è nemmeno un suo nemico, anzi; ritiene che i suoi uomini in Sicilia abbiano le loro ragioni per allearsi con Gianfranco Miccichè, che guida la fronda e sta con Lombardo. Ma tutto questo non basta a derubricare un episodio che appare di grande rilievo politico: si è consumata la prima scissione interna al Pdl.
La scelta siciliana potrebbe contagiare altri, perché nel territorio non mancano casi di crisi, anche grave. Basti ricordare ciò che sta succedendo nel Veneto, dove si stanno scontrando i favorevoli ed i contrari alla ricandidatura di Galan, del quale si apprezza il lavoro fatto ma non al punto da resistere alle pressioni della Lega Nord, che vuole il Veneto ed ha puntato i piedi.
Anche sul governatore veneto in carica, Fini si è schierato su posizioni diverse dal Premier, comunque su posizioni non ortodosse: invece che esprimere solidarietà al Premier, obbligato a sacrificare una sua creatura per favorire l’alleato del cuore, Umberto Bossi – Miccichè giudica il governo un monocolore leghista – si è messo di traverso e giudicato plausibile ed opportuna la ricandidatura di Galan. Stesso parere ha espresso Letta, il fedelissimo sottosegretario di Berlusconi.
La deriva protestante potrebbe diventare inarrestabile a livello locale anche perché a Roma non ci sono presidi in grado di fungere da ammortizzatore politico con sufficiente autorevolezza.
Miccichè non ha incollato davanti alla porta della chiesa pdiellina la sua denuncia, come martin Lutero, ma da molti mesi mette in croce l’apparato del partito con le sue accuse, le sue denunce, la minaccia di fare nascere nuove formazioni politiche, siciliane e meridionali.
E’ naturale che Fini ascolti con attenzione il dissenso e tenti di accoglierlo, visto che la sua area politica, quella di An, non ha mantenuto una identità forte e si è dispersa attorno ai Palazzi della politica influenzati dal Premier. Mette il cappello sulla fronda e marca la sua diversità con opinioni, giudizi, proposte e interventi che sembrano disegnare il volto di un altro partito.
La scissione ideologica dal Pdl, in definitiva, Fini l’ha fatta da tempo. I siciliani l’hanno fatta spaccando i gruppi consiliari e parlamentari nell’Isola. Non sappiamo quale delle due scissioni sia la più velenosa agli occhi del Cavaliere.
