Gianfranco Miccichè contro tutti? Non esageriamo, Gianfranco combatte i suoi nemici, che sono tutti nella sua famiglia. Famiglia politica, naturalmente. E che ci può fare lui se ce li ha lì e non altrove? Non possiamo certo addebitarglielo. Se potesse scegliere marcerebbe con armi e carriaggi contro i comunisti, come fa il suo talent-scout, Silvio Berlusconi.
Invece niente, la sorte lo ha costretto ad avere accanto Castiglione di Catania, Cascio e Schifani di Palermo, tutti nati e cresciuti nello stesso partito, che poi è il suo. Più suo che non si può, perché l’ha fatto nascere in Sicilia e gli ha subito regalato un consenso solido come la Torre Pisana di Palazzo dei Normanni.
Eppure, non fosse stato per la Torre Pisana, non sarebbe costretto a vivere di espedienti politici, spaccare il pelo in quattro, dire e non dire, annunciare e poi smentire, allungare la mano e ritirarla, armarsi e deporre le armi, prendere il caffè con il nemico e pentirsene. Una cosa che farebbe girare le scatole anche a un santo. La Torre Pisana stava per diventare la sua tomba (politica).
È partito con il piede sbagliato sin dal primo giorno, s’è fatto un sacco di nemici, e con il tempo si è trasformata in una specie di maniero dal quale era difficile uscire vivi (politicamente). Le sue frequentazioni con Roma sono diventate più rade, la cura con i quadri dirigenti siciliani meno assidua, e in due anni s’è trovato dietro a quelli che ha visto nascere, da Angelino Alfano a Renato Schifani. E per giunta, senza alcun vantaggio, anzi.
Non ci fosse stato Antonello Cracolici ad avvertirlo nella notte dei coltelli a Palazzo dei Normanni – ultima seduta dell’Ars prima del trauma- avrebbe dovuto sopportare il pestaggio dei colleghi deputati che l’attendevano al varco, perché gli addebitavano una gestione tradimentosa del Palazzo, con l’anticuffarismo “incolpevole”. Una teoria secondo la quale bisognava combattere il cuffarismo, ma non Cuffaro, di fatto trasformatosi in un inseguimento a Cuffaro già provato dalla battaglia giudiziaria. Tutto questo casino nel Pdl, secondo i malpensanti, è dovuto al fatto che vogliono fargli la pelle (politicamente, s’intende) e non ci riescono.
Se Gianfranco sparisse dalla scena (politica) sarebbe tutto rose e fiori? I dubbi permangono. E anche se così fosse, che dovrebbe fare, accontentarli? Lo sapete bene che quando qualcuno vuole cacciarci da quale posto o toglierci quello che abbiamo, anche se in cuor nostro non ci importa niente, ci trasformiamo in lupi della steppa, addentiamo il nemico come se dovessimo difendere tutto ciò che abbiamo. Istinto di conservazione lo chiamano.
Probabilmente si tratta solo di idiozia, una forma di leggerezza della ragione che è così diffusa da non potere essere considerata una malattia. Certo, se uno si sofferma a pensare a ciò che combina Gianfranco, rischia di andare in terapia. Ma ci avete riflettuto? È sottosegretario di Stato, fa parte del governo nazionale, ma dal primo giorno non fa che sparare ai piedi del ministro dell’Economia, gambizza mezzo governo, strattona il presidente del Senato, fa qualche sberleffo (affettuoso) al ministro della Giustizia, tiene sulla brace il sindaco di Palermo, critica il suo successore a Palazzo dei Normanni, giudica meno che niente il coordinatore regionale catanese del suo partito, spacca il gruppo consiliare Pdl di Palermo e il gruppo parlamentare dell’Ars, promette un partito del Sud con il consenso del Presidente del Consiglio, giudica l’esecutivo nazionale un monocolore leghista e il suo partito “inesistente”.
Vogliamo provare a capire? Partiamo dalla fine: se il governo è un monocolore leghista e il partito “non esiste”, bisogna trarne le conseguenza che il presidente del Consiglio e leader del Pdl, Silvio Berlusconi, deve cambiare mestiere. O no? Provate a chiedergli di Silvio Berlusconi, e vi dirà che meglio di lui non c’è nessuno. Come la mettiamo? I lealisti, nemici di Miccichè, si chiamano così proprio per questa ragione: vogliono marcare la loro coerenza e, soprattutto, la partita giocata da Gianfranco. Questo non li rende immuni dalle ambiguità e dalle tentazioni tradimentose, perché un a cosa è proclamarsi fedeli ed un’altra è esserlo sul serio, ma li rende agli occhi del capo affidabili fino a prova contrario.
Invece con Gianfranco che una ne fa e cento ne pensa, non si sa mai che cosa succede il giorno dopo. O meglio si sa che il giorno dopo sarà di sicuro diverso dal giorno che se n’è andato. La qualcosa ci dà speranza, ma non altro, perché la speranza non è, come dicono, l’ultima a venire meno, ma la prima a sparire quando la quotidianità ci punisce costantemente.
