Salvatore Parlagreco

Il Pdl Sicilia non ha santi in Sicilia, ne ha qualcuno a Roma, però non può uscire allo scoperto. Magari si trova fra gli insospettabili. Dalla Capitale è arrivata alle agenzie una nota con la quale i promotori vengono informati di non potere fare uso del simbolo e nome del Popolo della Libertà perché "sono nell’esclusiva disponibilità del partito e la costituzione di un gruppo ‘Pdl’ può essere autorizzata solo dal partito stesso”.

Ma non è solo un “no” che sbatte la porta in faccia alla fronda siciliana guidata dal sottosegretario di Stato Gianfranco Miccichè. Roma lancia una cima alla barca di Miccichè perché torni sulle sue decisioni e riprenda a discutere con gli organi nazionali del partito.

”Il Coordinamento nazionale, preso atto della situazione siciliana”, prosegue infatto la nota “invita i promotori del ‘Pdl Sicilia’ a soprassedere dall’iniziativa, poiché simbolo e nome relativi al Popolo della libertà. ”Nel contempo, i tre coordinatori -continua il comunicato- convocheranno quanto prima a Roma gli esponenti politici che intendono dar vita a questa iniziativa per trovare una soluzione che risolva ogni controversia”.

A questo punto Micchcè e i suoi amici hanno due opzioni, non prendere la cima o afferrarla per evitare una rottura definitiva con il gruppo dirigente. Nella seconda ipotesi succede, come nel codice navale, che bisogna pagare pegno. Una volta afferrata la cima, la barca diventa “ostaggio” o quasi di chi l’ha gettata, nel senso che i costi sono enormi. Quali? La perdita dell’autonomia che sta alla base della scissione isolana.

Ma se abbandonano la barca, il Pdl Sicilia, sempre secondo il codice di navigazione, chi ci sale per primo se la prende, o meglio: se la riprende, perché lasciare navigare il Pdl Sicilia tranquillo può fare danno, molto danno. Il gruppo scissionista aveva già dovuto confrontarsi con l’opinione del Presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio, secondo il quale non sarebbe stato possibile autorizzare la nascita di un nuovo gruppo parlamentare con l’uso di un marchio già esistente.

Mentre nel caso del Coordinamento nazionale, il punto di vista romano è incontrovertibile – impossibile usare simbolo e nome esistenti – per quanto riguarda il gruppo ci sono precedenti che permettono il dissenso. In Assemblea sono stati autorizzati due gruppi della Margherita, tanto per fare un esempio, e in molti altri casi, il nome del gruppo nascente è stato pressocché identico a quello già esistente.

Il Presidente Cascio, è bene ricordarlo, sta dalla parte opposta degli scissionisti, è anzi uno dei più determinati nel ritenerli politicamente fuorilegge all’interno del suo partito, il Pdl. Perciò il suo giudizio può risentire, ed è naturale che avvenga, di un suo pregiudizio. La qualcosa non vuol dire che abbia necessariamente torto sul piano strettamente regolamentare ma solo che la sua disponibilità a rendere più agevole il cammino degli scissionisti è molto bassa.

Ma è la risposta romana quella che viene analizzata a Palermo nel tentativo di scoprire quali margini di disponibilità ci sia nei dirigenti della Capitale di accettare la scissione come un evento fisiologico in un contesto conflittuale. La preoccupazione romana è il contagio, che il modello siciliano possa essere preso come soluzione ai conflitti interni al Pdl, presenti in alcune regioni importanti come il Veneto. E questo fa stare in ansia Verdini, Bondi e La Russa, i coordinatori nazionali. E lo stesso Berlusconi che non entra nella partita in corso ma segue con attenzione i suoi sviluppi, raccomandando cautela. Sandro Bondi, infatti, in una dichiarazione che ha preceduto la nota, ha riferita della necessità di analizzare con serenità i problemi sul tappeto. Non ha dato torto ad alcuno, in linea di principio. Una posizione che in Sicilia è stata accolta con un sospiro di sollievo, ma che nella Capitale ha suscitato, a quanto pare, delle perplessità, perché troppo morbida e tale da incoraggiare gli scissionismi. Maurizio Gasparri, ma non solo, si era speso subito condannando senza “se” e senza “ma” l’iniziativa siciliana e avvertendo che non sarebbe mai stata accettata.