Salvatore Parlagreco






Siamo quattordici, ha detto Fabio Granata, a chi gli chiedeva che cosa avrebbero fatto i deputati regionali siciliani a Palazzo dei Normanni. Il significato è inequivocabile, gli autonomi di Gianfranco Miccichè, dei finiani e degli amici di Dore Misuraca, stanno insieme e formeranno un gruppo parlamentare. Non l’hanno ancora fatto e l’annuncio di volerlo fare potrebbe provocare delle decisioni che possono sospendere questa volontà, ma allo stato si va dritti verso la spaccatura del Pdl.

Che cosa comporti questa secessione è presto per anticiparlo. Di sicuro sarebbe un terremoto per il governo di Raffaele Lombardo. Deve essersene reso conto Angelino Alfano, il quale ha stoppato i lealisti propensi alla guerra totale, facendo sapere che per quanto gli riguarda, gli assessori del Pdl in giunta, quelli che si richiamano alla sua corrente, devono restare dove sono.

La situazione stava precipitando. Se non fosse arrivato l’altolà di Alfano, saremmo già al Lombardo-ter con conseguenze inimmaginabili nel campo delle alleanze. Non solo nel centrodestra, ma anche nel Partito Democratico dove su eventualità di questo tipo ci sono già stati durissimi scontri “preventivi”.

Il cartello Miccichè-finiani finora tiene. Nell’area ex An sono rimasti fuori in pochi, tra gli altri Caputo, che ha sposato la tesi di D’Alì e di quanti chiedono a gran voce la “punizione” di coloro che ancora una volta spaccano il Pdl e inciuciano per creare le condizioni del dopo-Berlusconi.

L’accusa, ormai affatto velata, che viene rivolta infatti ai “quattordici”, e segnatamente a Miccichè, è di stare congiurando contro Berlusconi con l’aiuto dei finiani, interessati ad indebolire la leadership e favorire il loro leader, il Presidente della Camera.

Un’accusa alla quale si è risposto in modo aspro ma senza arretrare di un passo. La strada è quella, dividere il Pdl nei consigli comunali, provinciali e nel Parlamento regionale, fino a che non si fa piazza pulita del vertice siciliano, i coordinatori Domenico Nania e Giuseppe Castiglione.

Un obiettivo al quale il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, è interessato, perché da Giuseppe Castiglione e Pino Firrarello (considerato il leader “orientale” dell’ala lealista) sono arrivati gli attacchi furibondi al suo governo.

Fu proprio a causa di questo conflitto, oltre che delle difficoltà di “gestione” degli assessori Udc (“i nemici in casa”), che Lombardo giunse alla determinazione di azzerare il primo governo.

Il Lombardo-bis è nato grazie all’intervento di Berlusconi, che ha perorato la causa di Lombardo e, in definitiva, anche di Miccichè, senza lasciare fuori l’ala lealista che fa capo a Alfano e Schifani.

Ma la riconciliazione ha avuto subito il sapore di una tregua legata ad un filo e non c’è stato giorno che Lombardo non abbia dovuto confrontarsi con il coordinatore regionale, Castiglione.

È per spezzare l’asse Lombardo-Miccichè, il senatore Firrarello, e non solo lui, hanno offerto a Miccichè la candidatura alle regionali per la prossima primavera, ipotizzando lo scioglimento anticipato per liberarsi di Lombardo. Proposta che è stata respinta dall’interessato. Per lealtà o per mancanza di fiducia verso i proponenti?

E’ stata una estrema ratio, il tentativo di riportare “alla ragione” Miccichè.

In questo contesto difficile del Pdl si è inserito l’Udc di Cuffaro che ha ottenuto presenze importanti nel Comune e nella Provincia di Palermo, suscitando l’ira di Miccichè e l’attuale diaspora promossa dal sottosegretario.

La partita siciliana viene giocata a quattro mani. Non è ben chiaro dove si vada a parare, di certo la governabilità della Sicilia non può che risentirne.