(essepì) Pierluigi Bersani ci prova. Il partito è uscito malconcio dalla tornata elettorale, i malpancisti crescono ogni giorno di più. Il partito federale proposto da Romano Prodi raccoglie consensi, ma anche dissensi in centro ed in periferia. Non è il deus ex machina, ma un appiglio; non promette la palingenesi, ma una strada per il rinnovamento ed uno strumento di competitività. È la Lega che si vuole affrontare, non il peccato originale del Pd, il suo modo di venire al mondo: apparati chiusi, continuità esasperata con culture e storie seppellite dalla realtà, vecchie bandiere al vento e tanto altro.
In Sicilia è bastato l’intervento di un membro della direzione, Magliavacca, arrivato a Palermo per vigilare sulle alleanze di governo isolane (Lombardo va bene, ma per le riforme, per via dei guai giudiziari del governatore), per provocare una generalizzata protesta dei maggiorenti, che rivendicano autonomia da Roma e pretendono il partito autonomo e federato nella Regione.
È come cominciare dai piedi invece che dalla testa, ma meglio che niente, mugugnano alcuni spettatori interessati. Il partito autonomo e federato potrebbe fare esplodere i vizi che incaprettano il Pd fin dalla nascita: postdemocristiani da una parte, postcomunisti dall’altra, assenza di una solida area libera legata alle tradizioni socialiste del Paese, contrapposizioni forti sui temi etici, bunkeraggio di bunker e correnti, centralismo mascherato, procedure e regole interne farraginose ecc.
Il partito federato è uno strumento di cambiamento non il cambiamento. Che può venire attraverso una “rifondazione”, il rimescolamento delle carte, la rinuncia alle appartenenze, il rinnovamento del gruppo dirigente, l’apertura a soggetti esterni (associazioni, circoli ecc). Un profilo mitterandiano rivisto e corretto. Né parrocchie né cellule, ma luoghi di confronto, ricerca, azione sociale dove si disputa sulle questioni che contano e si costruiscono proposte da affidare alle istituzioni.
Pensate che il partito democratico siciliano sia in grado di affrontare e risolvere le questioni dell’identità e del lavoro comune del gruppo dirigente? Credete che il giorno dopo i “cacicchi” siano disposti a rinunciare ad una fetta del regno conquistato? Dando uno sguardo in giro, per esempio, ci si accorge, che in una città capoluogo, Enna, e nella quinta città siciliana, Gela, si va al rinnovo del sindaco e del consiglio comunale con un PD lacerato.
La logica delle correnti e dei gruppi e gruppuscoli interni prevale. Le litigiosità non si sanano e affondano le radici nella coabitazione fra “ex”, diventate militanze agguerrite, depositarie di posizioni inattaccabili e disposte a scendere in campo con il machete pur di non perdere un centimetro del territorio conquistato e della poltrona guadagnata. Una società per azione che privilegia il successo degli amministratori invece che quello della società.
È un deja vu, la stolida miopia di grandi partiti seppelliti dagli egoismi, dalla memoria corta e, in qualche modo, sprovvisti di quei valori, obiettivi, progetti che ne annunciarono la nascita.
Proclamare il riformismo prima e dopo i pasti non significa proprio niente. Non c’è partito che non lo faccia. E’ sulle cose da fare che si misura il riformismo, sulla chiarezza dei contenuti, la coerenza del gruppo dirigente, la sua solidità, la presenza nel territorio, la realizzazione del mandato ricevuto, il sapere fare con onestà e diligenza. Tutto questo richiede risorse umane e pretende, perciò, il passo indietro dei cacicchi. Il leghismo non va combattuto, ma declinato secondo valori e progetti liberali, un’etica della responsabilità robusta, giovani e gente che non ha le mani in pasta.
Utopistico? Come si fa a pretendere l’harakiri di una classe politica? Impossibile. E invece no, la lungimiranza di coloro che raccolgono polvere da qualche tempo a questa parte – una sconfitta dopo l’altra – potrebbe suggerire una reale metamorfosi e permettere che si scelga una strada diversa.
Sinceramente, non crediamo che il partito federato da solo, possa fare meglio del Pd così com’è oggi. Allora, tanto vale prendere in considerazione il Partito del Sud.
”Il Paese ha davanti a sé problemi seri da affrontare. Serve un progetto per l’Italia”, ha detto Bersani elencando tappe e temi per iniziare ad imporre una nuova agenda del Pd. Rafforzamento del Pd anche in chiave federale, regole comuni a tutti i territori, una nuova road map per un’agenda alternativa da proporre al Paese. Queste le proposte avanzate da Pierluigi Bersani nella riunione con i segretari regionali e che verranno portate anche alla Direzione nazionale di sabato prossimo. È questo quanto emerso dalla riunione con il segretario questa mattina al partito.
Ecco alcune proposte concrete: rafforzare il ruolo dei circoli territoriali, pretendere dagli iscritti del Pd un comportamento sobrio ed eticamente coerente con l’adesione ad un partito come il Partito democratico, regole comuni a tutti i territori in passaggi fondamentali dell’organizzazione come ad esempio i congressi locali. ”Ma soprattutto -ha sottolineato Bersani- dobbiamo offrire al Paese una possibilità di cambiamento”.
Come, con quali contenuti, quale progetto? E con che tipo di comunicazione?
Perché c’è anche questo problema, il sapere comunicare oltre che avere le idee chiare e una identità forte. Su questo terreno la rozza ma efficace comunicazione di Berlusconi è apparso imbattibile. Nel centrosinistra alle clamorose sparate del Premier si sono contrapposte le sparate di Antonio Di Pietro. Più che convincere si è cercato di emozionare. E il Pd? Il buonsenso di Bersani – al pari di quello di Veltroni e Franceschini – non ha bucato il video né l’audio.
Non è tempo di mezze misure, ma di tazebao pieni di buonsenso. Una contrapposizione intelligente, non insolente.
