(Salvatore Parlagreco) Negli anni Sessanta il meridionalismo uscì dal dibattito politico per diventare investimenti e progetto di sviluppo. Le teste d’uovo della programmazione s’incaricarono dello svolta affidando alle partecipazioni statali e all’industria di base il traino della redenzione. Sarebbe spettato alle partecipazioni statali e all’industria di base – ai suoi effetti moltiplicativi - raggiungere gli obiettivi “sociali” senza perdere di vista il mercato. Forzando la mano agli eventi, perché i privati non avrebbero potuto sopportarne il peso. Il salotto buono dell’industria privata gridò allo scandalo, temendo che si sarebbe inquinato il mercato. Un’irritazione passeggera, che il profumo dei soldi, sotto forma di incentivi, avrebbe cancellato.
La doppia scommessa – industrializzazione e sviluppo – era una pericolosa utopia, ma rappresentava pur sempre un cambio di atteggiamento e, finalmente, un’alternativa al miraggio delle opere pubbliche che duravano lo spazio di un mattino e lasciavano le cose come erano. L’intervento straordinario nel Mezzogiorno fu creduto – o si preferì crederlo – come il toccasana, il deus ex machina: avrebbe dato all’industria meridionale le infrastrutture, le strade, i ponti, l’acqua, i porti. E con quelle i posti di lavoro. Era il superamento del mitico circolo vizioso depressivo.
Coloro i quali pensarono che non bastasse costruire strade e porti a beneficio dell’industria di base per creare sviluppo non erano una minoranza ma non possedevano i cordoni della borsa e, soprattutto, non potevano contare sul consenso della gente del Sud, impreparata e sognante, per via del petrolio simbolo di ricchezza. Di questa minoranza, ispirata da Giorgio Ceriani Sebregondi, fece parte Eyvind Hytten, un personaggio centrale in questa stagione di mezzo del meridionalismo: alla fina degli anni Cinquanta, dall’oggi al domani, era saltato su una lambretta ad Oslo, portandosi sul sedile posteriore la giovane moglie Cristina, alla volta di Partinico, in Sicilia, dove operava il guru della sociologia meridionalista, Danilo Dolci, triestino e mitteleuropeo, ma più siciliano di ogni siciliano.
Dieci anni dopo, forse qualcosa di più, Eyvind Hytten sarebbe stato incaricato di fare da trait-d’union fra la fabbrica e la borghesia locale attraverso iniziative di sviluppo nella città di Gela, sede della peltrochimica voluta da Enrico Mattei. Un incarico fumoso, tutto da decifrare anche per chi lo aveva ricevuto.
La missione impossibile nasceva dalla consapevolezza che non bastasse costruire il porto e la strada, ma occorresse occuparsi della gente e del territorio. Come? Facendo sapere alla popolazione che cosa stava accadendo. L’obiettivo? Sollecitare la partecipazione alle scelte, evitare che venissero subite. Appunto, missione impossibile.
La grande industria, pur a partecipazione statale, aveva ben altri obiettivi e urgenze. Gli serviva l’assenso per fare ciò che riteneva più utile, le sue priorità confliggevano con quelle della città, della popolazione residente e del territorio. Furono distrutti i boschi, si ammalarono l’aria e il mare, le campagne furono abbandonate e i maestri divennero operai. Cambiò tutto, perfino il modo di pensare, stare al mondo. Non vennero sradicati solo gli alberi, ma anche le persone, che si trovarono ad abitare “altrove” pur rimanendo nella città in cui erano nati.
L’uomo di Oslo lo capiva e si rodeva il fegato. Suggeriva, relazionava, segnalava. Invano. All’industria bastò mettersi d’accordo con i capibastone della politica, e non solo. Niente intralci, niente ritardi. Eyvind Hytten si persuase di essere usato come “alibi”, come testimone di buona volontà dell’industria; un paravento, insomma, un modo per mettersi in pace la coscienza. Avuta la consapevolezza del contesto irredimibile, sbattè la porta in faccia all’Eni ed ai conseguenti compensi contrattuali. La sua missione, possibile stavolta, divenne un’altra: fare sapere. La sua testimonianza è oggi un classico della letteratura meridionalista: “Industrializzazione senza sviluppo. Gela, una storia meridionale”.
L’opera, pubblicata dal Mulino, ebbe un immediato successo di vendita: in 24 ore le 3000 copie stampate dall’editore sparirono dalle librerie. Ne dedurrete, dunque, che il libro sia stato acquistato da altrettanti lettori. E invece non è così, il libro fu acquistato solo dall’Eni. Per distribuirlo ai suoi dipendenti? Manco per sogno, per farlo sparire dalle librerie. C’è bisogno che vi spieghiamo perché?
Non si indignò nessuno, Dovettero passare venti anni perché il libro fosse distribuito. A cose fatte (o meglio, a danno fatto), dunque, poterono leggerlo in tanti.
Eyvind Hytten, al pari di altri sociologi del suo tempo, ritenevano che bisognasse costruire la coesione sociale attraverso la partecipazione, la costruzione di una identità collettiva. Perché questo obiettivo potesse essere conseguito, occorreva fare sapere, creare luoghi, strumenti, contesti, circostanze, iniziative adatte.
Quel tempo e quelle volontà sono ormai lontane, ma le questioni che i grandi meridionalisti del dopoguerra, e fra loro Eyvind Hytten, sono ancora sul tappeto, e c’è chi cerca con tenacia di riportarle con forza al centro del dibattito. Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione per il Sud, è uno degli eredi legittimi di questi propositi. La sua Fondazione, nata dal matrimonio fra fondazioni bancarie e terzo settore, finanzia progetti di infrastrutture sociali (educazione dei giovani, abbandono scolastico, ragazzi a rischio, valorizzazione del capitale umano e dei beni collettivi, eccellenze ecc) in sei regioni meridionali. Nel 2011 spenderà 28 milioni di euro. Una delle ultime iniziative, ricorda Carlo Borgomeo (61 anni, napoletano) è un progetto di orientamento al lavoro di giovani autistici”. In Sicilia la Fondazione è intervenuta nel quartiere Librino di Catania e allo Zen di Palermo, e più volte nella valorizzazione di beni confiscati alla mafia.
“Le cose sono cambiate, nonostante prevalga una impressione diversa”, esordisce Borgomeo, accettando di conversare con noi. “Conosco un Mezzogiorno migliore della immagine prevalente. E’ il Sud dell’area sociale, della cooperaziome, del volontariato. C’è una classe dirigente potenziale molto forte…”
E allora per quale ragione non prevale? Perché l’immagine è così negativa, c’è sfiducia nelle classi dirigenti?
“Ci sarà pure qualche lazzarone, come altrove”, risponde Borgomeo. “Ma ci sono eccellenze, c’è chi lavora e produce e merita considerazione”.
E’ una condizione ingiusta e dannosa.
“Certo, lo è. I temi che la Fondazione affronta con i suoi interventi e i progetti sono quelli di una civiltà avanzata. Bisogna capovolgere il concetto di intervento per lo sviluppo. Se riteniamo di non poterci permettercelo, le cose resteranno come sono. Nel Mezzogiorno non c’è coesione sociale, se manca questa, non ci può essere sviluppo. E’ difficile investire in territori in cui manca questa condizione primaria. Quindi, il primo obiettivo è creare la coesione, valorizzare i beni collettivi”.
Qual è dunque l’approccio giusto?
“C’è un approccio teorico: non c’è sviluppo senza cultura del bene collettivo. Il modello di sostegno allo sviluppo – che proviene dagli organi centrali dello Stato – va rivisto. Esso suscita un effetto negativo sulla formazione delle classi dirigenti, che continuano ad essere selezionate secondo meccanismi ben collaudati. Quali? Chi aggrega i guai della gente e li rappresenta conta ed è classe dirigente; se aggrega e può mettersi attorno ad un tavolo giocando un ruolo, questa classe dirigente è forte ; se è in grado di trasferire risorse grazie alla sua mediazione è fortissima, perché gestisce tutto, le persone e le risorse”.
La conseguenza?
“Gli effetti sono devastanti, è inevitabile che questi meccanismi lascino fuori le eccellenze, le quali sono trascurate perché non servono. Questo modello è oggi preponderante, produce deresponsabilizzazione diffusa, impedisce alle piccole cose ed alle risorse umane potenzialmente utili di essere prese in considerazione”.
La diagnosi è chiara. E la cura?
“Penso che il Mezzogiorno debba liberarsi della cultura del divario, la meridionalizzazione di ogni questione. Non serve a niente. Quando si affronta “il divario”, bisogna tenere conto delle comparazioni. Divario rispetto a che cosa? A quali realtà? Milano o Amburgo? Se l’asticella è alta, è irraggiungibile. Questo modello non aiuta, produce subalternità, è un vecchio gioco. Schematico, criticabile. Serve a Bossi per narrare il Sud che non funziona, ma non al Sud”.
Proviamo a confrontarci con la realtà, con le scelte del governo in carica.
“Osservo una clamorosa continuità fra i governi che si sono succeduti. Nell’agenda dell’esecutivo il Sud non c’è, non gliene frega niente a nessuno del Mezzogiorno. Il confronto si svolge altrove, fra il Nord del Paese e l’Europa settentrionale. Bisogna fare i conti con le tendenze centrifughe della Lega, in più non ci sono leader politici meridionalisti. I proclami sulle quantità di risorse non servono a niente. Gli automatismi degli incentivi sono dannosi, perché privilegiano i numeri e non le proposte. Ogni governo denuncia gli errori del precedenti e non elabora un progetto”.
La Banca del Mezzogiorno?
“Dipende da come gira, può essere utile, può non servire a niente”.
Lo scetticismo, il pessimismo prevalgono?
“No, prevale l’esperienza accumulata. Noi operiamo con progetti, ci confrontiamo con la realtà, abbiamo priorità da rispettare e queste dipendono dagli obiettivi che ci siamo dati. Le nostre scelte provengono dal monitoraggio delle esperienze fin qui fatte, non ci facciamo tirare la giacca”.
