Salvatore Parlagreco

C’è una sorta di serpente emotivo che s’insinua ora da una parte ora dall’altre delle due parti politiche in Sicilia: il centrodestra sembra implodere, il centrosinistra ha innescato una mina che può esplodere da un momento all’altro. Il centrodestra si scinde, il centrosinistra fa di tutto per nascondersi mentre maneggia le ragioni dell’unità.

 

Discorsi fra sordi nel Pdl, discorsi vecchi, triti e ritriti, di guerre guerreggiate nel centrosinistra. Nel partito di Berlusconi – one man party – si consuma un’inarrestabile faida, che con le vicende della gente comune non ha niente a che vedere. Nel Partito Democratico – all party – si torna alle consuetudini più deteriori della partitocrazia, al punto da trasformare il congresso in una partita a briscola fra compari.

 

Sui due fronti le novità sono che nel campo PDL il Premier e leader del partito non interviene, o meglio interviene attraverso Sandro Bondi con un invito a ragionare e ad analizzare le ragioni di un partito di federazioni autonome, legate ai problemi del territorio. La sparata di Gianfranco Micciché, suggerita da un conflitto insanabile con l’attuale vertice regionale, può diventare infatti una forma-partito moderno ed utile a rappresentare l’Italia federale.

 

Raffaele Lombardo, infatti, nell’esprimere il suo giubilo per la nascita del Pdl Sicilia ne ha posto correttamente in evidenza la sua caratteristica migliore: di stare dentro ai tempi e di assomigliare al suo MPA, il Movimento per l’Autonomia. Il discorso, quindi, a livello nazionale si sposta dalle beghe locali alla riforma del partito. Se avvenisse, sarebbe un epilogo davvero imprevedibile, in considerazione delle motivazioni affatto nobili che hanno condotto alle guerre intestine siciliane.

 

Quanto al Pd, siamo a questo punto, che il terzo concorrente della partita congressuale, Bernardo Mattarella, ha stipulato un accordo con il maggior suffragato, Giuseppe Lupo (provenienza Margherita come Mattarella), al fine di fare confluire il voto dei suoi delegati su di lui. Se i delegati faranno ciò che Mattarella ha patteggiato, Lupo batterà Beppe Lumia, che ha meno delegati di Lupo (è risultato il secondo suffragato) ma più di Mattarella.

 

Il patto, tuttavia, non esaurisce la partita perché sono in molti a darsi da fare perché i delegati non si sentano vincolati dai suggerimenti di Mattarella, la cui lista si richiama a Pierluigi Bersani come la lista di Lumia. Il ragionamento di chi dissente sul “patto” è semplice: Mattarella non può spostare i voti dei delegati bersaniani ad una lista che ha proposto la mozione Franceschini.

 

Ma la politica non si ferma certo a questioni di correttezza marginali. È probabile dunque che sia Lupo a spuntarla, e pare che abbia le carte in regola per guidare con dignità il partito in Sicilia. C’è tuttavia un elemento su cui vale la pena di soffermarsi per dare uno sguardo al futuro: il patto fra Mattarella e Lumia arriva grazie ad un accordo su un organigramma che vedrebbe l’attuale capogruppo parlamentare, Antonello Cracolici, sponsor di Lumia, lasciare l’incarico a favore di Mattarella.

 

In testa al partito, quindi, il ceppo Pds non ci sarebbe ( ritenuto troppo invadente da Francesco Rutelli); il gruppo verrebbe “conteggiato” all’interno di un organigramma di partito (scelta assai rischiosa) e si creerebbe – questa la previsione di molte Cassandre – una stagione di conflittualità ben più pesante di quella, già pesante, finora vissuta. Non va dimenticato infatti che le due aree – Ds e Margherita – sono separate in casa all’Assemblea regionale siciliana: hanno due sedi diverse, due organici diversi e due conti di cassa diversi. L’esperienza insegna che quando i patti “rimuovono” invece che muovere, i tempi si fanno bui. Il Pd rincorre il Pdl, insomma, nella corsa all’ingovernabilità.