Salvatore Parlagreco

E’ partito il conto alla rovescia per Gianfranco Micciché e i deputati del Pdl usciti dal gruppo parlamentare lealista per costituire il Pdl Sicilia. Il settembre nero, accanto agli appuntamenti che cambieranno la storia della legislatura, ne annovera uno che, seppure indirettamente, riguarda i ribelli siciliani.

 

Il 17 settembre dovra’ riunirsi il collegio nazionale dei probiviri del Pdl per decidere la “pena” da comminare ai tre finiani che hanno attraversato le scelte del Leader e le hanno commentate negativamente ed in pubblico, esprimendo punti di vista e assumendo iniziative che avrebbero danneggiato lo schieramento di appartenenza. Invero, non c’e’ un vero e proprio capo di accusa ne’ e’ stata elaborata una requisitoria preliminare di cui si avesse notizia. Si tratta di un “processo” che potrebbe seguire di qualche giorno, forse due, l’ormai mitica giornata parlamentare dedicata alla mozione di fiducia richiesta dal presidente del Consiglio con i celebri cinque punti programmatici incaricati di inchiodare alle loro responsabilita’ Gianfranco Fini ed i suoi seguaci. Una sorta di ordalia per un verso ed una specie di avanspettacolo per altro verso, vista la piega che hanno avuto le cose negli ultimi giorni.

 

La costituzione del gruppo autonomo del Fli e’ una decisione ben piu’ grave delle trasgressioni addebitate ai tre “imputati”, Carmelo Briguglio, Fabio Granata e Italo Bocchino, siciliani i primi come Gianfranco Micciche’, e tutti interessati – con aspettative diverse – alle decisioni del collegio nazionale dei probiviri. Fra le ragioni del deferimento ai “giudici” interni del Pdl, c’e’, infatti, la costituzione dei gruppi parlamentari autonomi, che costituiscono il capo d’accusa piu’ solido e pesante.

 

Ma come faranno a comminare una pena ai finiani senza disseppellire il Pdl Sicilia? In linea puramente teorica i probiviri possono fare quello che vogliono e affastellare buoni motivi senza difficolta’, avendo l’imbarazzo della scelta, per quel che e’ avvenuto, ma anche il processo di Norimberga – messo in piede dai vincitori con ben solide e giustificatissime accuse – teneva d’occhio l’opinione pubblica e non pote’ permettersi di ignorarla un solo momento. Una volta deciso il “processo”, le regole vanno salvaguardate.

 

La decisione, perche’ sia condivisa, deve apparire giusta e non discriminante. Se si espellono dal Pdl coloro che hanno costituito gruppi parlamentari autonomi alla Camera ed al Senato, si dovra’ fare altrettanto con i siciliani che hanno da quasi un anno fatto la stessa cosa senza che accadesse nulla. E’ gia’ palese la diversita’ di trattamento, perche’ non c’e’ stato alcun deferimento dei “ribelli”, ne’ il collegio nazionale dei probiviri ha assunto alcuna decisione di esaminare la questione, che e’ stata semplicemente ignorata, perche’ Silvio Berlusconi, a piu’ riprese, ha fatto sapere di volerla avocare a se’ e “chiuderla” in tempi brevi. Cosa che non e’ avvenuta.

 

Nell’ormai mitica assemblea nazionale del Pdl, proprio nel corso di un aspro confronto fra il presidente della Camera e il Premier, il caso siciliano fu affrontato. Fini sosteneva che il partito fosse stato lasciato allo sbando, non avesse alcun radicamento, organizzazione interna e, soprattutto, fosse sprovvisto di strumenti di democrazia: nessun iscritto, dirigenti cooptati e cosi’ via. Un dissenso che gia’ in precedenza Briguglio e Granata avevano posto con forza per spiegare la loro alleanza con Gianfranco Micciche’ il sostegno, per certi versi decisivo, alla nascita del gruppo parlamentare denominato Pdl Sicilia.

 

I finiani siciliani proponevano uno statuto siciliano del partito in considerazione della specialita’ dell’autonomia siciliana. Proposte cadute nel vuoto, seppellite dalle urgenze di governo e dalle priorita’ di Micciche’, che contestava (e contesta) i dirigenti regionali del Pdl, a suo dire responsabili dello sfascio del partito nell’Isola. L’anamnesi serve a ricordare che la “malattia” della quale i probiviri si occuperanno il 17 settembre ha radici profonde e lontane. La macchina del deferimento ai probiviri, invece, si e’ mossa quando Berlusconi e il suo stato maggiore hanno scelto di “scaricare” Fini, giudicato “incompatibile, di fatto espellendolo. Il 17 settembre serve a “formalizzare” la decisione e renderla “giusta” in quanto assunta secondo regole e formalita’ di ogni processo. Ma il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.

 

Il “processo” ai siciliani Briguglio e Granata non avrebbe alcuna credibilita’ se fra gli imputati non i fossero gli altri siciliani, colpevoli della medesima trasgressione, cioe’ la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo, il Pdl Sicilia. Il collegio dei probiviri non e’ stato ancora formalmente incaricato di occuparsi della questione siciliana, ma e’ assai probabile che il problema venga sollevato, altrimenti non avrebbe alcuna credibilita’ “l’udienza” dedicata a Bocchino, Granata e Briruglio. Nel Pdl lealista siciliano, forse alla vigilia di questa importante riunione del collegio dei probiviri, hanno fatto partire strali contro Micciche’ e i suoi di rara efficacia: un cahier de doleances che trova appigli nella realta’. Siano buone o meno le ragioni del dissenso, e’ difficilmente contestabile il fatto che il Pdl Sicilia costituisca una scissione e come tale vada considerata.

 

Tutto questo avrebbe pero’ un senso se il capo dei ribelli berlusconiani (per i finiani del Pdl Sicilia il problema non si pone) non fosse ancora oggi membro del governo in carica. Micciche’ e’ sottosegretario di Stato alla presidenza del consiglio, e nessuno ha mai pensato di mettere in discussione l’incarico governativo. Stando alle informazioni che lo stesso Micciche’ offre con generosita’ all’opinione pubblica, direttamente ed attraverso i suoi uomini di fiducia, incontra il presidente del Consiglio costantemente. Significa, dunque, che la sua trasgressione e’ peccato veniale, e va considerata come una baruffa di modesto conto fra berlusconiani di indiscussa fede, mentre la trasgressione dei finiani Briguglio e Granata e’ peccato mortale, perche’ esce dal seminato berlusconiano?

 

Queste domande sono in molti a farsele e peseranno sull’esito delle decisioni del 17 settembre, una data che non potra’ essere ignorata nemmeno da Micciche’. Sia o meno in una botte di ferro, l’anomalia del sottosegretario dovra’ essere sanata. E’ lecito attendersi, dunque, che ci siano altri tentativi romani di riportare a casa Micciche’ ed altrettante iniziative siciliane per evitarlo. Tentativi che potrebbero non andare in porto, tenendo conto che altri esponenti berlusconiani del Pdl Sicilia, come Dore Misuraca, deputano nazionale, allargando le braccia ha detto di doversi arrendere all’evidenza, non ci sarebbero le condizioni per riportare unita’ nel Pdl siciliano.