Salvatore Parlagreco

L’aneddoto sui tecnici al governo è vecchio quanto l’autonomia siciliana, risale ai primordi, ed ha attraversato indenne le fasi alterne della  storia politica siciliana, segno che sta in piedi e affronta un tema “sentito” e senza tempo.

 

 

La Consulta, incaricata di mettere in piedi lo Statuto della Regione siciliana, ragionò sulla necessità che i governi avessero anche una presenza di tecnici in numero non inferiore a tre unità. La proposta destò comprensibili perplessità. Si usciva da una lunga vacanza della democrazia e tutto ciò che rubava spazio alla politica era guardata malamente: in più si pensava che non fosse una buona idea diminuire i posti spettanti ai rappresentanti dei partiti nel governo. Dopo una breve riflessione si emise il verdetto: andava pure bene che ci fossero i tecnici a patto che possedessero la laurea in Scienze politiche.

 

Non se ne fece niente, naturalmente.

 

Grazie alla nuova forma di governo e all’elezione diretta del Presidente della Regione i tecnici sono entrati nelle giunte regionali. In Sicilia, invero, meno che altrove, perché il peso del Parlamento regionale, rispetto alle assemblee delle regioni ordinarie, è ancora forte.

 

Nelle giunte locali anche in Sicilia la tendenza a nominare assessori esterni ai partiti è stata ampia al punto da far dire che è nata una nuova classe politica, più selezionata e competente. Ma gli esterni non sono necessariamente tecnici, che sulla carta sono sinonimo di competenza riconosciuta e riconoscibile.

Non è stata fatta alcuna indagine sulla presenza di tecnici nelle giunte comunali e provinciali, sarebbe interessante conoscere  che cosa è avvenuto.

 

A Palazzo dei Normanni, con l’elezione di Raffaele Lombardo la presenza dei tecnici è una costante ed è andata  aumentando. Oggi c’è addirittura una richiesta da parte di autorevoli esponenti politici di un governo tecnico. La questione, dunque, fa discutere gli schieramenti. Il dibattito, però, risente – ed è inevitabile – delle pulsioni interne agli schieramenti e dei loro bisogni. Proviamo a lasciare da parte le fumisterie dell’ibridazione – il tecnico mezzo politico e viceversa – ragionando piuttosto sulla legittimazione democratica dei tecnici, la loro utilità pratica. Non si tratta di un “commissariamento” della politica, una pausa della democrazia, un vulnus alla volontà popolare?

 

Abbiamo posto la questione ad un tecnico “puro”, Gaetano Armao,  che ricopre l’incarico di assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana. Armao fino a qualche anno fa non aveva fatto politica, non si era mai schierato. Faceva l’amministrativista e il docente universitario.  

 

Lei ha usurpato una “poltrona” che spetta ai partiti, professore? Anzi, assessore…

 

“Credo che in circostanze eccezionali e per un periodo limitato nel tempo, i tecnici possano dare una mano alla pubblica amministrazione e alla politica. La normalità resta la legittimazione popolare, la scelta degli elettori. Devono essere i cittadini a giudicare, a decidere chi deve rappresentarli”.

 

Ci vuole spiegare per quale ragione i tecnici possono curare gli acciacchi della pubblica amministrazione e dare maggiore efficienza ai governi?

 

“I tecnici non sono necessariamente migliori dei politici, può capitare perfino il contrario. Di sicuro manca loro un’ottica smaliziata degli eventi, le scelte giuste non si fanno solo sulla base delle conoscenze “tecniche”, tutt’altro.  Ci sono tuttavia alcune buone ragioni per non ritenere che queste esperienze, eccezionali e limitate nel tempo, siano di qualche aiuto ai governi”.

 

Può spiegare queste buone ragioni, per favore?

 

“Anzitutto, il tempo che i tecnici dedicano al loro impegno nel governo. Non hanno un bacino di elettori da curare costantemente, possiedono una dotazione di tempo maggiore. E’ un fatto oggettivo, io ho abbandonato temporaneamente il mio lavoro professionale. Ma non è solo una mera questione di spazi temporali, ci mancherebbe: i tecnici hanno il vantaggio di non dovere rendere conto del loro lavoro al territorio da cui provengono. E’inevitabile che gli eletti abbiano attenzione per il loro bacino elettorale. E’ da qui che ottengono consensi”.

 

E’ possibile che s’instauri un rapporto di dipendenza dei tecnici nominati verso i politici che li hanno scelti?

 

“No, i tecnici stanno dentro i governi fino a che mantengono la loro autonomia, naturalmente nell’ambito delle direttive generali che scaturiscono dalle strategie di governo. Anche i deputati e gli esterni, che tecnici non sono, devono rispondere del loro operato alla politica. Dipende dalla personalità di ognuno, non si può fare un discorso di carattere generale. In linea di massima, tuttavia, non credo  che ci sia un tecnico disposto a perdere la faccia, adottando scelte che potrebbero mettere in cattiva luce l’immagine professionale o accademica che si è guadagnata sul piano della competenza. Il tecnico “rischia” più di un politico di carriera”.

 

Il dialogo del tecnico con i politici è facile o risente della eccezionalità e della precarietà della nomina?

 

“Il mio ruolo non è dimezzato, tutt’altro. Credo di essere stato “valorizzato”, di essere stato posto nelle condizioni di esercitare le mie funzioni come meglio era possibile, tenuto conto del contesto. Da quando faccio parte del governo Lombardo, non è mai capitato che ci fossero scontri nel governo. Si è ragionato, approfondito, verificato e poi sono state assunte le decisioni che hanno tenuto conto sia delle competenze tecniche, sia dell’esperienza politica”.

 

Perché Raffaele Lombardo ha puntato sui tecnici sin dal primo giorno? Si è subito parlato di una blindatura per via dei magistrati…

 

“Lombardo ha dato più spazio ai tecnici perché la legittimazione politica del Presidente è diventata “adulta”, è stato prevalente il bisogno di un impegno istituzionale che potesse contare sulla qualità delle competenze. Forse c’è anche dell’altro, un ancoraggio solido alle regole”

 

I tecnici danno maggiore sicurezza?

 

“Non è affatto detto, non sono più bravi, integerrimi e più scrupolosi dei politici, hanno una abitudine mentale diversa ed una minore duttilità, la qualcosa non è un male”.

 

Il confronto  dei tecnici con la burocrazia. Migliora o peggiora la collaborazione?

 

“Il mio profilo giuridico offre all’amministrazione alcune competenze che rendono più semplice il dialogo con i dirigenti. In più, le competenze mantengono le scelte nel campo del governo, senza togliere nulla alle funzioni e ai compiti dei dirigenti. Il tecnico non deve imporre il suo punto di vista ma far sì che le scelte politiche, filtrate dalla competenza, non siano svuotate. E’ un rapporto complesso e articolato, la decisione politica deve attraversare il filtro burocratico, peraltro essenziale, senza venire snaturata, anzi con una impalcatura più solida.

La burocrazia deve offrire soluzioni tecniche che servono alla politica per raggiungere i suoi obiettivi”.

 

Nel governo Lombardo c’è un mix di tecnici e politici. Ha funzionato, dunque?

 

“Non abbiamo mai assunto decisioni a maggioranza, le delibere sono state adottate all’unanimità e si sono avvalse delle competenze di giuristi ed economisti presenti nel governo. L’esperienza fin qui fatta è di piena integrazione”.

 

La presenza dei tecnici nei governi è destinata, dunque, ad aumentare.

 

“Certo, credo che allo stato sia questa la tendenza, perché con il bipolarismo e la leadership di fatto la presenza dei tecnici – in via eccezionale e temporanea – viene compresa ed accettata dalla gente”.

 

Il prossimo governo sarà un governo tecnico?

 

“Non lo so, ma è abbastanza probabile che ci siano anche i tecnici”.