(essepi) Per alcuni decenni, almeno quattro, la manifestazioni di massa hanno fatto parte del conflitto politico fra maggioranza ed opposizione, fra forze sociali e governo. I partiti di opposizione hanno comunicato all’opinione pubblica il loro dissenso attraverso raduni, comizi, forti azioni di protesta seguite da molte migliaia di iscritti, simpatizzanti. Ci sono state imponenti mobilitazioni popolari che hanno offerto all’opinione pubblica una prova “fisica” incontrovertibile del consenso che “chi non ci sta” raccoglieva nel Paese.
Le manifestazioni sindacali hanno avuto per molti versI una connotazione propriamente politica, le loro motivazioni infatti hanno spesso riguardato lo stesso modo di governare il Paese, i contenuti di fondo delle strategia di governo, non la vertenzialità vera e propria. Le grandi mobilitazioni di massa, dunque, sono state parte integrante delle relazioni politiche e sociali del Paese, uno strumento di democrazia, legittimo, accettato ed accettabile.
Da dieci-quindici anni qualcosa è cambiato, anzitutto la comunicazione politica: la piazza mediatica ha sostituito la piazza “fisica” ed il ricorso alle manifestazioni ha assunto una diversa connotazione. Le nuove parti politiche, quelle che hanno sostituito i partiti storici, le usano per mostrare i muscoli, la qualcosa non è del tutto nuova, e gli assegnano obiettivi ben più pregnanti, come la caduta di un governo, il divieto di formarne uno.
Questa diversità non è nata casualmente. L’annuncio delle mobilitazioni è preceduta da avvertimenti, motivazioni, allarmi che tendono a spaventare l’avversario ed ha creare una sorta di tensione che scoraggi iniziative su cui si vuole, manifestare il dissenso. In definitiva è cambiato il linguaggio, diventato duro, ambiguo, malandrino.
La primogenitura spetta alla Lega Nord, il cui leader – Umberto Bossi – di volta in volta promette di fare scendere in piazza milioni di padani contro i suoi nemici politici. Per alcuni anni ha accennato alla possibilità che ogni padano avesse una baionetta, poi le baionette – per fortuna – sono scomparse, ma è rimasto il linguaggio forte, pretenzioso e ambiguo. Alla mobilitazione si è affidato il compito, di per sé impossibile, di cacciare via il nemico, di costringerlo alla resa, di irretirlo e così via.
Questo linguaggio è stato accolto con preoccupazione da una parte politica e tollerato, anzi spiegato come una esternazione folkloristica da un’altra parte politica.
La Lega, comunque, ha fatto scuola. Mentre i leghisti, con una apprezzabile maturazione politica, hanno eliminato dalla protesta le baionette e la secessione, il partito di maggioranza relativa, Forza Italia prima e Pdl poi, ha affidato sempre più agli annunci di grandi mobilitazioni obiettivi che una manifestazione di piazza non può avere.
Da alcuni giorni a questa parte, per esempio, autorevoli dirigenti del Pdl – Fabrizio Cicchitto con maggiore insistenza – hanno annunciato una mobilitazione per impedire che si formi un governo tecnico, sostenendo che non vi può essere alcuna alternativa al governo in carica essendo quest’ultimo stato votato dal popolo. L’avvento di un governo tecnico è stato definito senza remora un golpe, un tradimento degli italiani e della democrazia.
Coloro che hanno una infarinatura seppure superficiale della Costituzione sanno che si tratta di uno stravolgimento elle norme: ciò che viene definito un golpe è previsto dalla Costituzione che impone, non suggerisce ma impone, al Capo dello Stato, di cercare in Parlamento una maggioranza per un governo alternativo a quello che si dimette perché ha perso i numeri che gli consentivano di governare. I parlamentari, è la seconda norma intrallazzata, non hanno vincolo di mandato, qualunque sia il loro atteggiamento, il loro voto, la loro scelta nelle Camere rientra nelle loro funzioni e nelle libertà che la Costituzione concede loro.
La Costituzione materiale, rivendicata da un Ministro della Repubblica, è solo tale: fino a che non vengono modificate le norme costituzionali, sono quelle vigenti che devono essere rispettate.
Assegnare, invece, alle manifestazioni di massa il compito di impedire la formazione di un governo, qualunque esso sia, o di costringere il governo in carica ad andarsene, con le buone o le cattive, questo sì che è golpismo. Golpismo parolaio, ma pur sempre tale.
C’è una deriva autoritaria in atto, inutile nasconderlo ancora. Che sia frutto del populismo esasperato, della cosiddetta “monarchia reggente” del partito di maggioranza relativa, nella risolutezza terragna dei leghisti è poco importante, la realtà è che l’educazione civica alle corrette relazioni istituzionali fa difetto a coloro che dovrebbero esserne gli alfieri e offrirne il modello.
L’Italia non è una ex repubblica sovietica. Non è una repubblica caucasica, non è la Lettonia, l’Estonia o paesi limitrofi. E’ un Paese occidentale che ha conquistato la democrazia settanta anni or sono e l’ha esercitata, nel bello e nel cattivo tempo, senza prepotenze, provocazioni e vicoli stretti.
Il popolo italiano è abituato a partecipare alle manifestazioni, stando sotto il palco del comiziante e non sotto i balconi delle Camere, di Palazzo Chigi o il Quirinale per il tempo necessario a costringere governi e presidenti ad andarsene a casa. Ed è pericoloso, oltre che inutile, fare balenare l’idea che le mobilitazioni – sul modello estone – possano cambiare le regole e annientare il nemico, costringendolo a più miti consigli. I bluff si fanno al poker e non nelle stanze della democrazia perché se qualche testa calda va a vedere e accetta la sfida finisce male. Molto male.
Piedi a terra, dunque, e grande senso di responsabilità. Litigate finché volete (sarebbe meglio che la smetteste, beninteso), ma non forzate la mano. C’e’ chi non aspetta altro.
