Salvatore Parlagreco

Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha alzato la paletta, come fanno i poliziotti della stradale quando vedono una vettura troppo disinvolta nel liberarsi del traffico che non gli consente di stare al passo della sua velocità. Incalzato dal Giornale di Berlusconi, stremato dalle battaglie quotidiane di Vittorio Feltri, Fini ha detto chiaro e tondo che lui non ci sta, alla Scalfaro, insomma. Non metterà la sua firma su un provvedimento che permetta al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di togliersi di dosso i processi come se si trattasse della polvere sul soprabito. Una cosa è mettere mano ai problemi della giustizia, avverte sostanzialmente, e un’altra saltare il fossato, entrare nei processi e impedire il corso della giustizia.

 

 

Quanto alla forma, alla prova di fedeltà richiesta dal Giornale, Fini è stato altrettanto netto: “Non mi piace la caserma”, ha detto, annichilendo gli amici del cavaliere, a riprova che lo zelo (del Giornale) ancora una volta non è uno strumento utile a raggiungere i fini. Invece che tirare la giacca del Presidente della Camera, di brutto peraltro, con paginate su paginate sul conto di Fini, sarebbe stato forse meglio ragionare sui termini della questione e sottoporla con forme e proposte plausibili. Invece che realizzare le condizioni perché Fini accettasse, seppure a malincuore, la chiamata della fedeltà al Capo, gli hanno messo le dita negli occhi platealmente, in modo che apparisse una specie di Canossa o qualcosa di simile.

 

Lo zelo, talvolta, è stupido, specie quando alligna nelle schiere sterminate dei primi della classe.

 

Ma questa è un’altra storia.

 

Il muro di Fini non è sicuramente quello di Berlino e potrebbe cadere, perché la politica politicante impone ritmi diversi alla coerenza-incoerente (scusate l’ossimoro elementare), ma allo stato è un masso gettato sulla folla plaudente che invoca la libertà per il Premier perseguitato dalle toghe rosse.

 

Siccome nelle intenzioni del Pdl c’è quella della prescrizione breve, cioè la riduzione della non processabilità dopo un lasso di tempo stabilito, ogni provvedimento che favorisca il dissequestro giudiziario del cavaliere, impedisce a migliaia di persone di ottenere giustizia, perché i tempi dei processi sono biblici (e non per colpa di quelli che chiedono giustizia) e accorciare la prescrizione è un grosso regalo fatto a quelli che hanno torto, devono pagare pegno per le loro malefatte, ed è una punizione – di converso – per coloro che hanno subito danni, svantaggi, umiliazioni, ruberie e quant’altro.

 

Per questa ragione una legge ad personam non è tale e finisce con lo sfasciare ancora di più ciò che rimane della fiducia nella giustizia in Italia. Una fiducia violentata ogni giorno dall’irresponsabilità, da quanti –Ministri e faccendieri – non ci pensano su un momento prima di lanciarsi in accuse urbi et orbi verso l’intera categoria dei magistrati, accusata di fare gli affari propri, cospirare, intrigare e quant’altro pur di avere ragione di chi avrebbe tolto loro il potere scendendo in politica.

 

Rappresentare la giustizia come uno strumento in mano a guastatori della democrazia  e fare leggi per impedire che facciano danno, da parte di chi ha responsabilità istituzionali, significa sfasciare lo Stato che dall’amministrare la giustizia  ottiene larga parte della sua legittimità.

 

Lo stop di Fini trova nel Presidente della Commissione giustizia, l’avvocatessa siciliana Giulia Bongiorno, vicina al Presidente della Camera, una preziosa alleata a riprova che si tratta di una linea comune ad un’area del Pdl.

 

“L’obiettivo di ridurre i tempi dei processi "e’ condivisibile", ma deve essere accompagnato, se non addirittura preceduto, "da una serie di interventi concreti volti a mettere il sistema in condizione di celebrare i processi", afferma,  in una lettera al Corriere della Sera, Giulia Bongiorno, a proposito delle iniziative di legge per favorire il ‘processo breve’ con la riduzione dei tempi di prescrizione.

 

"Se e’ vero, come e’ vero, che la giustizia oggi e’ al collasso e povera di risorse, le possibili soluzioni tecniche da sole non bastano. Ecco perché -prosegue Bongiorno- dobbiamo porci un





interrogativo: una riduzione dei tempi di prescrizione dei reati, o l’indicazione di nuovi limiti entro i quali i processi devono essere celebrati, quali conseguenze concrete può avere se prima non si mette il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi brevi, compatibili con le riduzioni di prescrizione?".

 











L’interrogativo non potrà essere soddisfatto certo dalle iniziative legislative che circolano in Parlamento, l’avvocatessa spiega le sue perplessità ed affonda la prescrizione breve.

    

"Nel maneggiare lo strumento della prescrizione -sottolinea Bongiorno- si deve tenere conto che non e’ ordinando sic et simpliciter di ridurre i tempi dei processi che si trasforma un ordinamento arrugginito in una macchina ben oliata ed efficiente". Inoltre, occorre soppesare bene le possibili conseguenze che simili scelte potrebbero avere anche sul piano della lotta alla criminalià’, "perchè un ordinamento nel quale non vengono emesse condanne offrirebbe un formidabile incentivo al crimine".

 

Ecco il video in cui Gianfranco Fini, intervistato da Fabio Fazio a "Che tempo che fa", si esprime ironicamente sulla possibilità di una modifica delle prescrizione