Immaginate che si verifichi un episodio dubbio durante una partita di calcio, immaginate che esso sia stato risolto dall’arbitro a sfavore di una delle due compagini in campo, immaginate che fra il primo ed il secondo tempo, la Lega o la Federazione gioco calcio, sensibile alla sorte del team perdente, approvi una norma interpretrativa che modifica il giudizio dell’arbitro. Se siete riusciti ad immaginare tutto ciò, fate un ultimo sforzo di fantasia: immaginate che cosa succederebbe sugli spalti, appresa la decisione degli organi federali.
Mentre i tribunali esaminano i ricorsi per pronunciarsi sui ricorsi del Pdl in Lombardia e Lazio, il consiglio dei ministri approva un decreto legge interpretativo che taglia fuori la giurisdizione, modificando di fatto la legge vigente. Senza precedenti l’episodio, senza precedenti l’arroganza della compagine di governo.
Le istituzioni vengono fatte a pezzi da parte di chi li rappresenta e dovrebbe offrire al Paese l’esemplare rispetto della legalità con il loro comportamento. Quel rispetto tante volte preteso dalle burocrazie e dai governi, dalle pubbliche amministrazioni e dai tribunale, quel rispetto pignolo che provoca la rinuncia ad un’opportunità talvolta irripetibile; quel rispetto che i comuni mortali sono obbligati ad avere, quando vengono espulsi da una graduatoria, le loro istanze non sono ammesse, i loro bisogni non soddisfatti a causa di una piccola distrazione o di un lieve ritardo.
Quante domande di ammissione ai concorsi non sono state accettate perché arrivate in ritardo? Quante cause sono state perse a causa di una notifica non avvenuta? Quante occasioni sono state sprecate perché l’istanza mancava un requisito formale o la documentazione richiesta era priva di una firma autenticata.
E’ la quotidianità questa, la quotidianità che devasta la gente comune, procura ferite indelebili, fa odiare le regole, non accettare la legalità, il rispetto delle istituzioni. Poi, però, c’è qualcuno il quale ci ricorda che la legge va rispettata anche quando non ci piace, perché non farlo tramuterebbe la convivenza civile in una giungla dove vince il più forte, il più prepotente, il più ricco, il più furbo.
Le regole e le leggi pretendono ubbidienza cieca, sempre e comunque. Quante volte ci siamo dannati l’anima nel trovare un escamotage per una regola non rispettata, una legge ignorata, un’ordinanza non attuata.
Le regole e le leggi sono forti ma possono trasformarsi in un castello di carta se coloro che hanno il compito di farle rispettare, non le accettano per convenienza e le cambiano a loro piacimento per trarne guadagno, evitare la sconfitta, ottenere il risultato, raggiungere l’obiettivo.
Dura lex, sed lex, spiegavano i nostri avi. E lo ripetevano tutte le volte che essa colpiva qualcuno. E’ stato questo monito a rendere accettabile l’inaccettabile.
Entrando nel merito del decreto che dovrebbe concedere il salvacondotto alle liste rimaste fuori dalla competizione elettorale, sarà bene ricordare che sono decine gli episodi che in passato hanno cancellato liste minori o reso impossibile una candidatura e costretto ad ammainare bandiera di partiti. E’ proprio questa rigida applicazione delle regole che rende odiosa la decisione del consiglio dei ministri.
Con il decreto legge interpretrativo – l’interpetrazione tocca ai giudici non ai legislatori, cui spetta di fare le leggi o modificarle – il vecchio consolatorio monito – dura lex, sed lex – va in pensione, non vale niente o quasi. Giustificato come un rimedio al vulnus della democrazia, esso di fatto la spegne perché la democrazia detta le regole della libertà e le libertà possono essere esercitate solo se vengono rispettate le leggi.
La legge “ad listam” segue quelle ad personam, che permettono al Presidente del Consiglio di non essere giudicato nei tribunali italiani. Nell’uno e l’altro caso, gli interventi legislativi, proposti o approvati, vengono spiegati come la necessaria risposta ai tentativi di turbare l’ordine democratico e di impedire ai governanti, eletti dal popolo, di svolgere le loro funzioni.
Di fatto si è stabilito il principio che maggioranze ed i loro governi non sono tenute al rispetto delle leggi. Viene dissolto così il cardine dello stato di diritto, l’eguaglianza di tutti i cittadini difronte alla legge.
