Salvatore Parlagreco

Ne volevano fare quattro, avevano patteggiato, messo nero su bianco, trovato la quadra, poi il giocattolo si è rotto, e tutto è andato a catafascio. Hanno fatto il diavolo a quattro, qualcuno ha battuto la testa al muro, qualche altro ha fatto ricorso agli amici, e qualche altro ancora ha chiesto l’intervento di milizie esterne per rimettere in piedi tutto. L’affare è enorme, quasi cinque miliardi di lire da scucire sull’unghia. Altro che ponte sullo Stretto, per il quale bisogna andare avanti a spizzichi e bocconi, per giunta con un sacco di gente a monitorare pure l’aria che si respira.

 

Quei quattro termovalorizzatori, invece, erano una manna. Rispondevano ai bisogni della munnizza, stavano al traino dello sfacelo campano, al tempo del governo Prodi ed all’indomani della partenza, o meglio ripartenza, del termovalorizzatore di Acerra, assurto a deus ex machina dell’emergenza napoletana, nonostante fosse stato proprio il suo fermo a suggerire discariche a destra e manca.

 

Da alcuni giorni a questa parte, tuttavia, dopo avere mangiato polvere, i sostenitori, palesi o occulti, dei termovalorizzatori siciliani stanno risalendo la china. Con fatica, step by step, ma realizzando punti a favore fino a qualche giorno fa imprevedibili. Forse se ne costruiranno due, uno a Catania e un altro a Palermo dalle parti di Bellolampo.

 

Prima di andare via, infatti, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha fatto l’ultimo regalo alla Sicilia qualche ora prima di andare in pensione, bocciando il piano rifiuti del governo, firmato da Pier Carmelo Russo. Stroncato senza remissione di peccati: matita blu e rossa. Sicché al successore di Russo, l’assessore Marino, è toccato di ricominciare da capo e riprendere il dialogo con il Dipartimento competente a Roma. Per potere riprendere il dialogo, però, è stato necessario fare delle aperture, come viene suggerito dal provvedimento di rigetto del piano firmato da Bertolaso.

 

Secondo la Cgil siciliana che ha realizzato un video sull’argomento e svolto una indagine, si sta facendo di tutto perché non ci siano alternative ai termovalorizzatori, al punto da creare artatamente una emergenza rifiuti. Sospetti, ma non solo. Gli esperti della Cgil sostengono che la strada intrapresa è sbagliata, perché i termovalorizzatori non sono la panacea di tutti i mali e che in testa a tutto c’è invece la raccolta differenziata.

 

I rifiuti sono un business in ogni parte del mondo, riflettono, mentre in Italia, e in Sicilia in particolare, impoveriscono le risorse regionali, finanziano le mafie, costituiscono il cruccio più gravoso dei cittadini sia per il disservizio quanto per l’esosa tassa fissata dal Comune. A Palermo, la tassa dei rifiuti è più cara di qualsiasi altra città italiana a causa di una disastrosa amministrazione della municipalizzata impegnata perfino nei Paesi arabi con investimenti e iniziative di cui non si riesce a percepire i vantaggi e la logica.

 

Nel capoluogo sarebbe dovuta partire la raccolta differenziata. I risultati sono vicini allo zero. Se la città avesse potuto disporre di un termovalorizzatore, l’immondizia nelle strade ci sarebbe stata ugualmente. Mancano uomini e mezzi. Basta un nonnulla per mettere in crisi il servizio. Nonostante ciò i termovalorizzatori  vengono presentati come la soluzione necessaria ed unica. La ventilata ipotesi dei due termovalorizzatori, invece dei quattro iniziali, potrebbe avere un effetto positivo sulla stabilità delle istituzioni “drogate” dalla guerra provocata da business. Guerra che tracima sui giornali e all’interno dei partiti, provocando accese polemiche. Insomma, si va verso una soluzione senza vinti né vincitori: due invece che quattro, e palla al centro.