Salvatore Parlagreco

Giovanni Falcone negli anni ottanta indagava su Gladio e la base dei servizi trapanesi, Scorpio. Il giornalista (e collaboratore Fbi) Sergio Di Cori, rivelò che il magistrato seguiva una pista, il Council of National Policy, che Di Cori definisce "la più potente organizzazione clandestina privata che si occupa di intelligence". Questo servizio supersegreto sarebbe stato creato da privati cittadini con portafogli generosi, tutti massoni di rito scozzese persuasi della necessità di avere le informazioni giuste al momento giusto in ogni parte del mondo.

 

Che fine ha fatto il “Council”? Non è una Spectre, buona per il soggetto di un film di James Bond, ma qualcosa di reale. Che fine ha fatto quando il mondo occidentale ha perso il suo nemico con la scomparsa dell’Urss?
Prima di morire, siamo negli anni novanta, il capitano del Sid Labruna rivelò di non sapere nemmeno lui "quanti agenti e informatori furono “bruciati” per ostacolare le indagini, ma è un numero molto alto…”.
E affermò con rammarico: “Quando dicevo che l’espressione ‘servizi deviati’ era un modo per sacrificare alcuni elementi a favore di altri, i giudici mi ridevano in faccia. Dopo che la Commissione Stragi nel 1991 ha scritto che un servizio devia solo se lo chiedono i massimi vertici politici, mi sono tolto un peso. Ho lavorato per lo Stato, ma andate a vedere di chi era quello Stato".

 

Il Council e i servizi deviati nell’accezione ricordata dal capitano Labruna sono scomparsi come strumenti di lotta politica? E se sono scomparsi che cosa e chi ha sostituito la rete che “ascolta”, “informa” e gestisce la comunicazione che conta?
Mentre assistiamo al mantra delle intercettazioni e degli spioni “legali” che insidierebbero la vita privata di cittadini senza macchia, non ci si occupa a sufficienza di ciò che non arriva sui giornali, alla radio, alla tv e in rete e viene gestito nell’ombra.
L’Italia è stata una specie di Casablanca fino alla caduta del muro di Berlino. E dopo? I servizi hanno continuato a fare il loro mestiere, che è complesso e per sua natura ambiguo. Sono cambiati i poteri forti, i governanti, la classe dirigenti, le lobby. Sono cambiati i nomi, ma non bisogni. E ad ogni bisogno corrisponde una “risposta”. È la legge del mercato e vale per ogni prodotto.

 

La guerra per bande che si combatte nei luoghi in cui sono in gioco interessi ingenti è poco nota, di essa conosciamo solo l’aspetto folkloristico, percepiamo le “onde emotive” che raggiungono l’opinione pubblica, provocando sconcerto, dissenso o consenso, a seconda degli obiettivi. La cresta dell’onda, non le correnti e i terremoti sotterranei che provocano tsunami.
“Oportet ut scandala eveniant”, sostenevano i nostri saggi antenati nell’antica Roma. Se vengono a galla, significa che truffatori, ladri e delinquenti hanno pane per i loro denti, non la passano franca; quindi è bene che “scandala eveniant”, altrimenti saremmo governati da cattive persone. Giusto, ma se gli scandali vengono a galla come una bomba ad orologeria? Se è chiaro come la luce del sole che si tratta di rappresaglie politiche con l’unico obiettivo di gettare discredito sull’avversario, dobbiamo solo gioire degli scandali senza chiederci altro? O ci si deve preoccupare della guerra per bande che usa il discredito, il ricatto, la rappresaglia contro l’avversario politico?

 

Alcuni episodi recenti dovrebbero metterci sull’avviso: hanno creato tensione, suscitato apprensione e orientato l’opinione pubblica, suggerendo giudizi e scelte che hanno manipolato anche l’esito di campagne elettorali.
Il passato è passato e gli interrogativi che ci poniamo oggi non hanno niente a che fare con il Council o i servizi deviati. Guardiamo a ciò che accade sotto i nostri occhi. Il partito di maggioranza e il governo sono “chiacchierati” a causa di inchieste giudiziarie: le stragi, i sospetti di ruberie sui grandi eventi, gli episodi di corruzione. Poi ci sono gli scandali “privati” le feste a Palazzo Grazioli, le escort, Marrazzo, P3 e Caldoro, la casa di Montecarlo ereditata da AN, il caso Boffo, che nascono (e talvolta muoiono) nelle pagine dei giornali ma hanno un forte impatto sull’opinione pubblica quanto le inchieste giudiziarie, anzi di più. Un esempio? Il presidente del Consiglio è imputato in tre processi, sospesi da una legge, ma ciò che fa scandalo è Gianfranco Fini, che nella qualità di leader di AN ricevette un’eredità rivenduta male e finita in affitto al “quasi” cognato.

 

Il giudizio della gente dipende dalla “qualità” della comunicazione, dal suo impatto sull’opinione pubblica, dalla modalità di trasmissione della notizia, dalla quantità degli strumenti mediatici usati.
Le inchieste giudiziarie (Verdini, Bertolaso, Scajola, Brancher ecc) hanno provocato le indignazioni del premier, che ha difeso strenuamente gli indagati e sospettato di golpismo le toghe rosse, che – a suo dire – vorrebbero fargli le scarpe. Gli scandali mediatici – nati sui giornali – incontrano credito e suscitano indignazione. Sempre. Nell’uno e nell’altro caso, grazie ad una sapiente campagna mediatica, il popolo sovrano, sprovvisto di elementi di giudizio, è chiamato ad emettere il verdetto di assoluzione o condanna.
 

 

Da una parte hanno agito carabinieri, poliziotti e magistrati, dall’altra politici, giornalisti e loro collaboratori, aiutati da uomini capaci, strutture di intelligence privata. Ma sono i primi a doversi “discolpare”.
 Quando esplose lo scandalo delle escort e si speculò sullo stile di vita del presidente del Consiglio, la fonte primaria, insospettabile, fu l’ex moglie di Silvio Berlusconi, Veronica Lario, che inviò una lettera aperta ad un quotidiano nazionale e fu accusata dal marito di essersi creduto alle illazioni degli avversari politici. Era la vigilia delle europee, le presunte fornicazioni del presidente con le escort non turbarono l’opinione pubblica. Ma dopo il voto, lo scandalo si allargò al punto da minacciare la reputazione del presidente del Consiglio rimproverato anche da autorevoli uomini di Chiesa.
Quando le conseguenze cominciarono a farsi pesanti, il direttore del quotidiano dei vescovi, Dino Boffo, fu protagonista di uno scandalo a causa di una “velina” della polizia che ne faceva, davanti all’opinione pubblico, un gay molestatore (accuse poi smentite).
 Boffo fu costretto alle dimissioni.
 

 

Il magistrato del tribunale civile che diede torto alla Fininvest nella causa che l’opponeva all’editore di Repubblica fu inseguito dalle telecamere che ne scoprirono piccoli vezzi, come l’abitudine a indossare calzini rossi.
Da lì a poco sarebbe esploso il caso Marrazzo, del quale tutta Italia ormai sa ogni cosa. L’ex presidente della Regione fu scoperto in un appartamentino di Roma insieme ad una trans brasiliana da tre (o quattro) carabinieri che con l’Arma non avevano niente a che vedere, dei quali ancora oggi si dubita che abbiano agito per fare soldi e basta. Ricattarono e gettarono discredito su Marrazzo, costretto alle dimissioni (né poteva essere altrimenti per il suo comportamento), nel momento giusto.

 

Lo scandalo si colorò di giallo, attorno ad esso si sarebbe consumata la vita di ben tre persone (su cui la magistratura indaga). Il suo impatto sull’opinione pubblica ebbe delle conseguenze: seppellì le escort di Palazzo Grazioli e il successo elettorale alle regionali nella Regione Lazio, e non solo, agli avversari politici di Marrazzo.
 Negli ultimi mesi le rappresaglie mediatiche dei giornali sono diventati il pane quotidiano del confronto politico. Una strategia che sembra contare su una regia e una struttura di intelligence efficiente che macina anche successi.
 Le dispute politiche sono diventate terreno di scontri sotterranei a colpi di dossier, soffiate, delazioni. Questi scenari sembrano destinati ad ampliarsi. Le urne saranno precedute da rivelazioni e dossier. Ne vedremo e sentiremo delle belle.
Non resta che tentare di capire, sempre che sia possibile. L’impressione è che operano professionisti che possono contare su utilizzatori finali molto attrezzati.