Salvatore Parlagreco

 

E’ come volere calare in acqua una barca in un tratto di mare tormentato dalle correnti, gorghi, mareggiate, infestato da squali ed altre diavolerie. Perciò ogni pensata, anche la più ragionevole e diligente, rimane nel limbo delle buone intenzioni. E la barca non riesce a toccare il pelo dell’onda. Partito del Sud, partito siciliano, Pdl Sicilia e ora Pd Sicilia sono sempre la stessa barca che non raggiunge la fonda e s’incaglia sull’abbrivio.

 

Ma le parole sono pietre e la barca, che resta sulla terraferma, sembra scorrere sul fiume, lago o mare – fate voi – come ogni evento virtuale con le sue conseguenze concrete e reali. Una cosa che al di là dello Stretto difficilmente potrà essere colta.

 

 

Eppure dovrebbero darla un’occhiata a quello che sta succedendo in Sicilia, specie nel centrosinistra, studiando i trascorsi del centrodestra incagliato nel guado di una scissione che scissione non è, di una guerra “fredda” senza cortina, di un chiacchiericcio inconcludente e malandrino che non fa compiere un passo che sia uno da una parte o dall’altra perché inchiodato all’impotenza dei veti contrapposti, le dispute infinite, le antipatie, le inimicizie, le lobby, gli scontri d’interesse, le ambizioni che costringono a riva anche i più avvertiti navigatori di lungo corso.

 

Sulla schiuma del mare impazzito nessuno annega e nessuno compie un tragitto apprezzabile. L’incessante movimento che la barca compie suscita la falsa sensazione che ci si muova, ma non è così, si rimane sempre allo stesso posto, pur consumando enormi energie e risorse.

 

Tutto questo sembra interessare poco Roma o Milano, le due capitali della politica e dei poteri che contano, ma è solo un atteggiamento mentale, una “postura” psicologica suggerita dal pericolo che il coinvolgimento siciliano comporta. Non vedere, non ascoltare, non capire per evitare di essere trascinati nel guado e restarci. Silvio Berlusconi sembra averlo capito e se ne sta alla larga, pur mantenendo stretti contatti con tutti i navigatori inquieti che gli appartengono dalla nascita: lealisti e ribelli gli sono rimasti attaccati alla “gonna” – honi soit qui mal y pense – e lui li blandisce il lunedì e li ammonisce il martedì e così via ogni giorno che passa.

 

Ma la storia recente non può essere affatto ignorata e racconta di un partito diviso fino all’inverosimile, incapace di assumere una decisione che sia una perché ha perso i numeri della maggioranza. Perciò occhio agli eventi: i finiani hanno fatto la loro prova generale in Sicilia prima del loro outing in direzione nazionale e sono ancora sulla breccia a difendere il loro fortino isolano, avamposto prezioso per ogni incursione al di là dello Stretto. E i ribelli del Pdl, guidati dal “sognatore” più pragmatico della storia siciliana, Gianfranco Miccichè, dettano l’agenda politica nel piccolo cabotaggio siciliano, in attesa di sbarcare in forze altrove.

 

Nel Pd sono in corso grandi manovre, il governo Lombardo, cui tutti danno una vita corta, suscita uno straordinario interesse, come se dovesse vivere per intero la legislatura. Le iniziative di affiancarlo, parteciparvi, non restarne fuori si moltiplicano, nonostante la spada di Damocle dell’inchiesta giudiziaria etnea sul capo del governatore. I più autorevoli dirigenti del Pd si spendono in prima persona, sono diventati creativi ed immaginifici, puntando su governi tecnici, per competenti o a metà strada fra l’uno e l’altro, pur di evitare la nuova dèbacle del Parlamento regionbale con il secondo scioglimento consecutivo ed una legislatura segnata, inevitabilmente, da numero assai lontani da quelli che hanno premiato, a causa di una legge elettorale macchinosa ed imprevedibile, il centrosinistra dei democratici. Alle porte c’è l’Idv in Sicilia rappresentato da Leoluca Orlando, competitivo e velenosissimo nei confronti dei “cugini” dell’opposizione, che imbraccia il fucile dietro la sipe pronto a sparare al primo rumor di foglia proveniente dal Pd.

 

Un contesto indigeribile per chiunque, che i capintesta democratici tentano di esorcizzare come possono, aggirando ostacoli insormontabili. Il senatore Lumia ha rotto ogni indugio ed ha posto con forza “la necessità di un partito ragionale autonomo e federato con quello nazionale”, preceduto e seguito dal’ex ministro Cardinale, reduce da una assemblea federale a Roma dell’ex Margherita, ancora in piedi formalmente fino al 2011, che le cronache hanno sospettato di avere discusso di tutto, perfino di una rimpatriata.

 

Le questioni siciliane non nascono e muoiono in Sicilia, l’Isola è sempre stata una piattaforma affiodabile per ogni scorribanda, politica o per malandrinate di conio forte e duraturo. C’è malessere nel campo “popolare”, e i segnali si ritrovano puntualmente in Sicilia, dove il centrismo trasversale ai partiti compie, all’ombra di altri obiettivi, piccole manovre di avvicinamento. Ma tutto s’incaglia nell’Isola. L’Udc vuole entrare nel governo regionale, al pari di pezzi importanti del Pd sotto le sembianze del Pd Sicilia, alla stregua del Pdl Sicilia, ma la sua presenza – pur utile al governatore per rimediare all’uscita del Pd ufficiale dal patto riformista, non è affatto gradita dal leader del “presunto” Pd Sicilia, Lumia, che rappresenta la seconda forza bersaniana dell’Isola.

 

Non c’è univocità d’intenti nell’arcipelago del Pd. Salvatore Cardinale, ex ministro, Francantonio Genovese, ex segretario regionale, e Antonello Cracolici, presidente del gruppo parlamentare Pd all’Assemblea regionale, declinano in modo diverso l’audace iniziativa di Lumia, icona dell’antimafia politica siciliana. Il ventaglio delle opzioni è variegato, passando dalla nascita di un Pd Sicilia separatista ad un Pd Sicilia rispettoso dello statuto federato del Pd: una linea rossa che accoglie, con accenti diversi, i protagonisti di un ammutinamento “dolce” e cauto.

 

Ma è così che è nato il Pdl Sicilia nell’Isola, al netto delle intemperaze caratteriali di Miccichè: dalla Moldava di Vivaldi è passato alla marcia di Radesky, con toni sempre più accesi e vigorosi. Il Pd Sicilia di Lumia viene accusato di avere accettato il suggerimento, peraltro pubblicamente offerto dal sottosegretario, di spendersi nell’Isola fuori dalle logiche romane. Non potendo fare il governo con i rappresentanti dell’opposizione, pena la cacciata dal partito, il Pdl Sicilia ha preteso il Pd Sicilia. La consecutio temporum c’è stata, il sospetto è corretto, ma la nascita del PD Sicilia, così come la nascita del PD del Nord, non è qualcosa che sta fuori dalla realtà. E’ innegabile che un’Italia federale non può che poggiare su partiti federati.

 

I timori di uno sparpagliamento sono comprensibili, ma l’esperienza siciliana – autonomia speciale – dimostra abbondandemente che con partiti centralisti non è possibile regalare alcuno spazio decisionale vero.

Il Pd Sicilia non è ancora nato, ma è destinato a suscitare forti emozioni, cone ogni battello che deve essere varato lungo le rapide di ub tratto di fiume.

Sabato prossimo dirigenti e deputati cercheranno di coniugare il federalismo siciliano con il partito romano in un’assemblea che si preannuncia carica di tensione.