Salvatore Parlagreco

Si sorprende, si rammarica e si arrabbia il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, nel commentare in termini negativi l’atteggiamento assunto dal centrosinistra in merito al decreto ‘salvaliste’: "Ogni qualvolta c’e’ da dimostrare un briciolo di saggezza politica, di equilibrio e di moderazione”, sbotta, deluso, “nell’arcipelago della sinistra si scatena invece il peggio: un irresponsabile furore polemico senza attinenza con la realtà, in questo caso senza neppure un’attenta valutazione dei contenuti del decreto".

 

L’irritazione trascina nel rammarico il coinvolgimento del Quirinale. Criticando il decreto, si critica la scelta del Colle di firmarlo. E questo non va bene, sostiene Bondi.

 

"Da queste furibonde reazioni, che oltretutto rivelano uno scarso rispetto nei confronti del presidente della Repubblica, si ha la conferma che la sinistra non si pone neppure il problema delle conseguenze politiche che deriverebbero dall’esclusione del primo partito del Paese dalla competizione elettorale. È evidente –conclude Bondi- che in questo modo il confronto si rivela impossibile e, soprattutto, che su questo terreno l’opposizione è destinata ad essere fagocitata dallo stile e dalle parole d’ordine sempre più sguaiate e pericolose di un Di Pietro".

 

Il senatore e costituzionalista del Pd, Stefano Ceccanti, mette da parte la politica e va al merito della questione, esprimendo molti dubbi sulla natura del provvedimento ‘salvaliste’ varato ieri dal Cdm e sottoscritto nella notte dal capo dello Stato.

 

"Prima di oggi -dichiara Ceccanti- francamente non avevo mai da nessuno parte letto di ‘decreti interpretativi’. In diritto si può innovare e le leggi di interpretazione autentica esistono, ma la Corte costituzionale le ha sempre ammesse con molti limiti, ultimo caso, se non sbaglio nella sentenza 274/2006 dove ricorda "la norma che deriva dalla legge di ‘interpretazione autentica’ non può ritenersi irragionevole ove si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come ‘una delle possibili letture del testo originario’".

 

"Ora, con tutto il rispetto per il presidente della Repubblica e al di là del caso Formigoni che sembrava risolubile dal Tar senza decreto, dire che bastava essere dentro in Tribunale e far presentare le liste lunedì prossimo era una norma ricompresa nelle letture possibili del testo del 1968? Questo è un decreto-provvedimento con nomi e cognomi, di interpretativo c’è poco o nulla. Si potrà pertanto aggiornare la nota frase di Giovanni Giolitti: le leggi per i nemici si applicano, per gli amici si varano decreti provvedimento chiamandoli interpretativi. Questo lo devo dire con amarezza –conclude Ceccanti- per coscienza professionale e civile, a prescindere dall’opportunità e dalla collocazione politica".

 

Ricordiamo che sui ricorsi devono ancora pronunciarsi i tribunali ordinari ed amministrativi. Non è escluso il ricorso alla Corte costituzionale, i rilievi mossi dal senatore Ceccanti ne anticipano i contenuti in qualche modo.

 

La decisione del Colle? Anche questa sarà oggetto di dibattito, non c’è dubbio, seppur pacato. Nel centrosinistra c’è grande rispetto verso Giorgio Napolitano, il centrodestra, invece, stavolta non sta dall’altra parte. Il presidente della Repubblica, stavolta, non è “comunista”, né di parte. Per il Premier ha dato voce solo alla voglia di votare degli italiani. Che avrebbero votato comunque, naturalmente, anche senza il decreto, perché i problemi sono nati nella provincia di Roma e in Lombardia.

 

Lo stato d’animo di Napolitano?

 

Si è dovuto occupare di un pasticcio, come ha affermato egli stesso, e non è mai facile. In più su di lui c’erano enormi attenzioni. Dalla falce e martello all’incudine e martello, insomma.