Salvatore Parlagreco

Le foto sarebbero state scattate il 15 dicembre 1992. Ritraggono l’ex PM di Mani pulite, Antonio Di Pietro, a cena con agenti dei servizi segreti, tra gli altri un americano e il numero tre dell’allora Sisde, Bruno Contrada, che di lì a poco sarebbe stato arrestato. È la vigilia di tutto: le stragi e lo tsunami di Tangentopoli con la fine dei partiti della Prima Repubblica. Diciassette foto “sequestrate”, che non avrebbero dovuto essere divulgate. Ma la pianificazione degli eventi non è come il destino, cinico e baro; resta nelle mani degli uomini, sollecitati da contesti “forti”, come la mutevolezza delle relazioni personali, gli interessi e le convenienze. Eventi imprevedibili, appunto.

 

Le foto, tirate fuori dal cassetto da un ex amico di Di Pietro, sono diventate la rappresentazione della verità sulle origini di Tangentopoli, la prova provata del coinvolgimento dei servizi e degli americani nella stagione che spazzò via la prima Repubblica, l’icona del collegamento fra magistrati e servizi.

 

È troppo. Le foto non ritraggono un assassino che sta sparando sulla sua vittima, raccontano dei buoni rapporti che Di Pietro aveva con personaggi che facevano un mestiere diverso, ma limitrofo, al suo.

 

Lo scrivente, per esempio, a quel tempo incontrò più di una volta Bruno Contrada per potere ricostruire la storia di Leonardo Vitale, il primo e forse l’unico vero pentito di Mafia. I miei incontri con Contrada non furono fotografati, ma se fosse accaduto che cosa avrebbero significato? Che i giornalisti se la intendevano con i servizi e lavoravano in combutta?

 

Quindi, andiamoci piano.

 

Ciò premesso, la storia non si può liquidare con qualche battuta furba dell’ex PM, né come il solito assalto alle furerie dell’opposizione dura e pura, quella dell’IDV, da parte dei soliti noti. Eh, no, la cosa merita di essere guardata con attenzione a cominciare dal giornale che ha fatto lo scoop, che negli anni novanta ebbe, insieme ad altri, un ruolo centrale nella tempesta che abbatté i partiti della prima Repubblica. L’opinione pubblica, scontenta dei partiti e schifata dalla corruzione dilagante, fu influenzata da una cronaca giustizialista martellante.

 

Senza il consenso popolare, “la straordinaria rapidità della Procura milanese, la sua capacità di organizzare blitz” – come ricorda Enzo Carra sul Corriere, non sarebbe stata possibile. “L’inchiesta è stata sostenuta dai grandi giornali e dall’opinione pubblica”, sostiene Carra, che subì le manette (a torto). “C’era un contesto contrario al sistema politico che si è tradotto in carta bianca ai magistrati”, spiega Carra, ”altrimenti non si capirebbe come per anni tutto sia rimasto immobile e poi all’improvviso si sia aperto il vaso di Pandora”.

 

Giusto, ma proprio quel contesto politico – potente ed insieme estremamente vulnerabile – era una nave passeggeri nell’oceano alla mercé del primo U-bot che avesse deciso di silurarla. Il Titanic con le sue feste, insomma.

 

Che gli americani non amassero il premier di Sigonella, Craxi, e il ministro “arabo” Andreotti è indubbio; che l’Europa stesse attrezzandosi per diventare una grande potenza economica (Maastricht) è altrettanto indubbio, ma che si fosse progettato tutto a tavolino, magari durante la cena del 15 dicembre 1992, o qualcosa di simile, appare davvero improbabile.

 

Facciamo un passo indietro.

 

Tangentopoli è entrata nel vocabolario come il luogo delle tangenti e della corruzione, e Mani pulite come l’icona della leg­ge e della giustizia. Milano era malata, immorale e inconcepibi­le: un gruppo di indomiti magistrati l’ha redenta. L’immaginario collettivo non lascia spazio a dubbi e ripensamenti. Ma le tan­genti erano pagate ovunque – a Roma, Torino, Palermo – e l’autorità giudiziaria aveva fatto il suo lavoro con zelo e senso di giu­stizia in molte altre città, processando chi meritava di essere processato e punendo chi aveva colpe da riparare.

 

Perché allora Tangentopoli è divenuta l’emblema del malaffare? Perché il lavoro di tanti magistrati è stato oscurato dall’epopea milanese?

 

Ho considerato due circostanze. La prima: gli imputati ec­cellenti si trovano nella capitale lombarda e non a Roma. A Mi­lano si gioca la partita decisiva contro l’establishment della Prima Repubblica e il Psi governa la città di Milano, non Tori­no, Bari o Palermo. Seconda circostanza: il Psi potrebbe attra­versare la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica e trovarsi nell’era dell’acomunismo in una posizione di indubbio vantaggio. Questo non piace a nessuno. Non piace alla finanza pubblica e privata, che s’appresta a governare la devolution dell’apparato pubblico: banche, holding da privatizzare, un equilibrio di potere da costruire, le nuove alleanze, il ruolo del­le grandi famiglie dell’industria. Chi deve gestire tutto questo? Una partita decisiva, dunque, legata a uno snodo altrettanto decisivo dei rapporti fra Europa ed economia statunitense, fra Europa e potenti multinazionali d’oltreoceano.

 

L’Unione europea è sul punto di istituire la moneta unica, Maastricht rischia di trasformare le economie dei paesi del Vec­chio Continente in un temibile colosso mondiale, capace di conquistare i mercati asiatici, l’Est europeo, le traballanti eco­nomie sudamericane. L’America non è pronta a subire questo assalto, ha bisogno di tempo; la finanza italiana con i suoi lega­mi americani ha bisogno di azzerare il vecchio establishment nazionale. L’Europa di Maastricht viene destabilizzata dalle mafie, dai terrorismi, dagli egoismi nazionali, dal debito pub­blico dei paese più deboli, dagli interessi "europei" legati alle multinazionali, dalla crisi della Prima Repubblica in Italia.

 

La Prima Repubblica è stata aiutata a morire, come suggerisce Enzo Carra, commentando le foto dell’ex PM che cena con gli ex spioni?

 

Perché la morte fosse certa, bisognava che la sua attività cerebrale si spe­gnesse e fosse staccata la spina. L’operazione andava compiuta a Milano, non altrove.

 

Tutto questo non presuppone necessariamente una congiura, una strategia destabilizzante, patti di ferro con organizzazioni violente, il coinvolgimento di servizi, il tradimento di uomini del­le istituzioni, la malafede, eccetera. Non necessariamente. Il cortocircuito che provoca un immane incendio non ha affatto biso­gno di congiurati. Serve che i fili rimangano scoperti. L’incendio divampa appena si creano le condizioni della scintilla. Non occorre la latta di benzina, l’aiuto dei manigoldi, la stessa volontà di provocare una tragedia. Le fiamme potrebbero distruggere tutto e i custodi, vigili del fuoco, installatori degli impianti di sicurezza si sentirebbero con la coscienza a posto. Tangentopoli è il filo scoperto della Prima Repubblica, il luogo in cui la concus­sione ambientale può compiersi ed essere credibile. Tangentopoli "prova" il teorema; il teorema fa nascere Tangentopoli.

 

La questione morale esplode quando i poteri forti decidono che ciò avvenga. Né prima, né dopo. I fili scoperti sono una consuetudine, il dilagare della corruzione una costante della storia nazionale. Il precedente forse più illustre lo si trova nel 1976 e negli anni a seguire. Allora furono scoperti gli scandali bancari e le speculazioni edilizie, molte inchieste svergognaro­no amministratori locali e ministri – uno di essi si tolse la vita -personaggi di primissimo piano furono sospettati di essersi appropriati di risorse pubbliche. Imperversò il trasformismo, la calunnia, la diffamazione, e ci fu chi cadde immeritatamente nelle fauci della legge con accuse infamanti e chi scampò, col­pevole, alle maglie della giustizia. La questione morale era an­che allora, una questione politica e giudiziaria.