Salvatore Parlagreco

(essepì) C’è mancato poco che Marcello Dell’Utri non recitasse lo stesso copione costato a Totò Cuffaro più guai della sentenza. La sobria accettazione della condanna a  sette anni in Appello, che avrebbe fatto accapponare la pelle a qualunque essere umano, è stata accompagnata da un compiacimento fuori luogo per avere evitato i quattro anni in più richiesti dal Pubblico Ministero, legati alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che lo aveva coinvolto con le losche trame stragistiche del ’92.

 

Sette anni sono sette anni e per un senatore della Repubblica che resta in carica sono settanta anni, o settecento anni perché di questa storia, a prescindere dal merito, si finirà con il parlare nei libri di storia, non solo nelle cronache dei quotidiani.

 

Il senatore ha dichiarato più volte di stare dove sta, cioè nel Parlamento italiano, perché solo così può sottrarsi ai rigori della legge, che egli definisce “persecuzione giudiziaria”, ed ha il legittimo diritto a definirla tale. Una specie di legittimo impedimento ante litteram conquistato a suon di voti quando gli elettori sceglievano chi mandare in parlamento,  a suon di nomine da parte del capintesta del partito di cui è fondatore, perché la nuova legge elettorale ha cancellato questo diritto. E’ proprio questa condizione, oltre che la continenza che si pretende dal condannato, che avrebbe dovuto consigliare una saggia reazione alla decisione del tribunale di Palermo.

 

Sappiamo bene che i rappresentanti del popolo si curino poco dell’educazione del popolo che rappresentano e che la iattanza manifestata a piene mani fa parte del bagaglio di una oligarchia rabbiosa e scalpitante affatto mitigata dall’accento colto e dalle conoscenze larghe.

 

Non ci fa in alcun modo piacere che il senatore subisca la condanna per tante ragioni: è un uomo intelligente, efficiente, è siciliano colto e qualche volta scanzonato. Ha nelle corde gli strumenti per stare in testa a qualunque azienda o istituzione. La sua storia a tinte scure, quindi, la consideriamo una perdita secca per la Sicilia, la sua autonomia. Uno spreco insomma.

 

Ed è perciò che la reazione alla sentenza ci appare irritante, specie quando, ancora una volta, tira in ballo un personaggio inquietante, come lo stalliere di Arcore, il signor Mangano, citato come un eroe perché avrebbe resistito alle “torture” dei magistrati – che avrebbero potuto restituirgli la libertà se li avesse accontentati, e invece non ha detto una parola che sia una contro di lui e contro Silvio Berlusconi.

 

Lo stalliere Mangano segna l’inizia della storia giudiziaria di Dell’Utri, eppure viene evocato come il salvatore, il coraggioso resistente, un modello di comportamento cui rifarsi quando la quotidianità mette alla prova le nostre vigliaccherie. Dovremmo dunque comportarci come lui, il signor Mangano, che fu mafioso?

Siccome questo retrogusto amaro dell’evocazione postuma, è ben presente in Marcello Dell’Utri, si è indotti a chiedersi perché voglia farsi del male da solo e continui a rimestare fra le ombre del passato, come fosse la stagione dei carmelitani scalzi ed il regno della redenzione.

 

Il messaggio però è chiaro: comportarsi come Mangano è un valore, non  un disdoro., chi deve intendere intenda. Che l’omertà dello stalliere venga svenga giudicata la giusta risposta di un uomo dignitoso a sollecitazioni interessate di magistrati intenzionati a mettere le manette a degli innocenti, pesa come un macigno. E’ la scelta di uun uomo vero: Mangano fu persona  "giusta", i magistrati che lo ebbero in cura, dei mestatori, inquisitori assatanati, persecutori folli.

 

Totò Cuffaro gioì per essere scampato al reato più grave, di essere mafioso, ma non scampò a quei cannoli che arrivarono nel suo ufficio senza che ne avesse fatto richiesta, a causa dello zelo di un amico. Il destino è cinico e baro,qualche volta. Nel caso di Dell’Utri, no. Il senatore se le costruisce le sue ragioni, mattone dopo mattone. E non torna indietro.  Sta con Mangano e sta in Parlamento, perché Mangano lo fa sentire forte e il Parlamento gli concede di non finire in galera.

Beh, è indifendibile. Non in giudizio, ma fuori, fra la gente. I

 

l rammarico è d’obbligo per chi ama l’intelligenza e gli uomini di cultura.