Sei volte deputato alla Camera, 2 volte sottosegretario alla Partecipazioni Statali nei governi Moro e Andreotti e Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri con Cossiga e Forlani, vice di Spadolini alla segreteria nazionale del Partito Repubblicano, Ministro degli Affari Regionali e delle Riforme Istituzionali negli anni 1987-1988; al suo attivo anche la chiusura, dopo 40 anni, del contenzioso dell’Alto Adige. Stiamo parlando di Aristide Gunnella, classe 1931, nato a Mazzara del Vallo da una famiglia dalle forti tradizioni repubblicane. 80 anni appena compiuti e una vita di ricordi e di battaglie politiche importanti, quando ancora il Partito Repubblicano Italiano era un partito di tutto rispetto che ha contribuito a formare le sorti del Paese. Gli esordi, le battaglie, le sconfitte, il declino del partito, ma il guardare sempre avanti. Di questo e molto altro ancora ha parlato Gunnella in una lunga intervista rilasciata a Siciliainformazioni.
Quando è avvenuto il suo incontro con Ugo La Malfa?
Quando la Malfa ritornò in Sicilia prima come esponente del Partito d’Azione, poi come esponente del Movimento democratico Repubblicano, insieme a Parri avevano formato una lista nazionale ed avevano bisogno di voti. Col voto in Sicilia, la lista di Parri-La Malfa ha conquistato a livello nazionale 2 deputati, se non ci fosse stato l’apporto della Sicilia probabilmente La Malfa, in quel particolare momento storico (1946), non sarebbe diventato deputato. Così, quando si trovò a Mazzara, venne a casa mia perché conosceva mio padre e quella fu la volta in cui lo conobbi.
Ricorda i suoi esordi in politica?
Durante l’università, rallentai il mio impegno politico, dedicandomi molto agli studi e alla cultura universitaria. Mi laureai, con 110 e lode, in giurisprudenza con una tesi in Economia politica sui cicli economici. Dopo la laurea, lavorai in Confindustria e in seguito, da Roma ritornai in Sicilia, dove diressi gli Uffici studi della Sicilindustria e iniziai la mia battaglia per l’industrializzazione e per la modernizzazione portata avanti da La Malfa. Fu allora che ritornai a prendere le redini del Partito Repubblicano. Inizialmente divenni Segretario del PRI per la Federazione di Palermo, in seguito Vice Segretario Regionale.
Alle elezioni politiche del 1963 ottenni 4.598 voti, mentre nel 1968 con 10.007 preferenze entrai in Parlamento perché Ugo La Malfa, primo eletto, optò per il Collegio di Catania – Alle elezioni del 1972 raccolsi 18.271 preferenze e venni rieletto deputato dopo l’opzione di Ugo La Malfa per il collegio di Roma. Condussi molte battaglie, con alcune sconfitte, ma parecchie vittorie riuscendo a creare una nuova leadership che portò il partito alla soglia del 6%. Erano tempi nei quali si discuteva, ci si criticava, si dibatteva, c’era un senso di vitalità e partecipazione alla vita politica attiva.
Lei ha vissuto un periodo politico importante nel quale ci si confrontava con leaders di altissimo livello, indipendentemente dai partiti di appartenenza.
Esatto. Ogni partito aveva una leadership molto forte, che pensava al di fuori della quotidianità. Ogni personaggio era differente, ciascuno aveva la propria caratteristica, Berlinguer ad esempio era un uomo di sintesi, aveva la pesantezza del bagaglio ideologico superato dal tempo, ma comprese bene che anche loro dovevano cambiare. Il confronto era continuo, anche nella DC vi erano personaggi che credevano nella continuità dello Stato. C’erano personaggi di primissimo ordine anche nel mondo liberale, Malagodi, Martino, Pacciardi, La Malfa, Spadolini. La Malfa non era un buon oratore, ma era un grande ragionatore parlava poco, ma andava all’essenziale. Il che per un siciliano è importante, mentre per un napoletano la parola è tutto, per un siciliano, il silenzio vale più della parola.
In cosa si differenziava il Partito Repubblicano dagli altri?
Siamo riusciti a formare un partito differente. Non era un partito clientelare perché non lo poteva essere, nel senso che non gestiva il piccolo potere, era un partito che assommava moltissimi intellettuali, professori, avvocati, ingegneri, un gruppo di persone che si riconosceva come fatto minoritario in un’Italia occupata da una parte dai comunisti e dall’altra, dai democratici cristiani.
Il conflitto che avete avuto con il PCI di allora fu molto critico…
Si, ma era un conflitto critico, mai acritico. Abbiamo fatto una battaglia di sollecitazione col PCI per quanto riguardava le sue eventuali trasformazioni democratiche. Ci furono dei dibattiti forti, interessanti, senza riserve mentali, anche se rimanevano intransigenti sulla difesa dei valori occidentali. I comunisti erano legati ad uno Stato estero quale era l’ Unione Sovietica ed inoltre erano negatori della libertà. E comunque, l’origine delle diversità inizia molto tempo prima, risalendo al conflitto storico tra i repubblicani mazziniani e i comunisti marxisti.
Cosa invece non potevate accettare della democrazia Cristiana?
Noi rispettavamo della DC il senso fortemente democratico di Alcide de Gasperi, in linea generale non accettavamo alcuni aspetti clericali che però non c’erano in De Gasperi, perché anche se egli fu un cattolico vissuto da cattolico in un mondo cattolico, nella sua concezione politica vi era una perfetta separazione tra Stato e Chiesa. Alcuni aspetti della Democrazia Cristiana erano per noi perfettamente accettabili perché vertevano sulla linea di un pensiero economico-liberale che si avvicinava alle nostre posizioni, d’altra parte però, non accettavamo l’idea di assistenzialismo cara agli uomini della sinistra della democrazia Cristiana. Vi era un’accettazione troppo paternalistica che non creava una coscienza sociale.
Una delle vostre battaglie fu quella che riguardò il Mezzogiorno…
La legge sul Mezzogiorno è stata espressa da noi. Ugo La Malfa diede una forte copertura all’ azione meridionale vista però sempre in un contesto nazionale. Come siciliani e meridionali, pensavamo che bisognasse riequilibrare l’economia e le differenze sociali tra il mezzogiorno e il nord Italia. Non dimentichiamo la situazione dell’ Italia nel post guerra. Si veniva da una condizione di depressione economica notevolissima, e a tale proposito, decisivo fu il tributo che il Mezzogiorno ha dato allo sviluppo del Nord. 2 milioni di meridionali trasferiti dal sud al nord crearono le condizioni economiche per lo sviluppo.
Quali erano le debolezze del Mezzogiorno?
Una debolezza del Mezzogiorno era la mancanza di capacità d’impresa negli investimenti, e, in questo senso, abbiamo pensato che le strutture dello Stato potessero essere determinanti per il Mezzogiorno. La Malfa è stato uno di quelli che elaborò il primo strumento di intervento dello Stato nell’ economia, pur nel mantenimento della libertà d’ impresa. Nelle zone del Mezzogiorno era necessario che, attraverso lo Sato, si creasse una realtà economica che potesse spezzare il circuito del sottosviluppo. Meridionalisti repubblicani come Compagna o come Guido Dorso misero in moto il meccanismo delle partecipazioni statali che furono un bene, anche se in certi casi ebbero delle ripercussioni negative. Nel Mezzogiorno si fecero grandi investimenti: a Napoli venne creata l’Alfa Romeo Sud, in Puglia i grandi impianti siderurgici, in Sicilia le grandi centrali e raffinerie con tutti gli aspetti negativi nel campo ambientalista che però si sono determinati. E’ certo, comunque, che si formò l’ossatura di una grande industria e, in questo, l’intervento dei repubblicani, che avevano una grandissima sensibilità per la politica economica, è stato determinante perché godevano altresì di un grande prestigio nel mondo bancario, fummo infatti tra i pochi che potevamo parlare a Milano guardando negli occhi il mondo economico lombardo .
Ad un certo punto della storia politica del Paese, il Partito Repubblicano attraversò una grave crisi. Cosa non andò?
Il PRI è stato in auge fino a Spadolini, dopo la sua morte praticamente scomparve. Non si era rinnovato, non riuscì a interpretare determinati moti che si stavano affermando nella società e inoltre vi fu un ritardo nella dirigenza, si continuava a trattare secondo una vecchia ideologia superata. Io fui uno di quelli che tentai il rinnovamento, non ci sono riuscito tanto è vero che ho dovuto dare le dimissioni perché pensavo che il partito fosse diventato coadiutore dei gruppi di potere del Nord e non elemento equilibratore.
Secondo lei, qual è oggi, lo stato di salute dell’Italia?
I problemi sono gravi. Il ritmo di crescita dell’Italia, rispetto, ad esempio, alla Francia e alla Germania è notevolmente inferiore, loro hanno superato la crisi, noi no. Io credo che in Italia esista una classe dirigente molto vasta che potrebbe acquisire il potere, ma ciò non avviene perchè non si è trasformata in classe politica. Non esiste una politica di liberalismo, la decadenza dell’Italia risiede soprattutto nella decadenza delle strutture pubbliche, nell’ eccessivo peso delle regolamentazioni.
Cosa pensa dell’introduzione dell’euro nel nostro Paese?
L’euro è stata una grande conquista, però è stato fatto nel momento sbagliato, ci siamo accodati. Sia Prodi che Ciampi ,che in quel momento diedero la loro adesione alla comunità europea, in verità l’hanno subita, però dovevano farlo altrimenti saremmo stati estraniati avendo una serie di ripercussioni negative. Venivamo da una grave situazione inflazionistica, non dimentichiamo che il governo Ciampi ha dovuto svalutare la lira al 15%. E’ certo che se avessimo ancora la lira saremmo un Paese distrutto con un’inflazione ad altissimi livelli. L’euro ha permesso all’Italia di sopravvivere.
Cosa ne pensa dell’ultima decisione del governo sul nucleare?
Il governo ha voluto evitare il referendum e adesso vedremo come la problematica verrà impostata. L’energia alternativa è un buon rimedio per le piccole comunità, ma quando occorrono i grandi flussi energetici per esigenze importanti, non serve. E’ vero che ci sono seri problemi ecologici, ma, a mio giudizio, potrebbero essere risolti con intelligenza, anche alcuni scienziati lo confermano.
Cosa è successo al ponte di Messina?
Non se ne parla più! Dopo il primo stanziamento, tutto si è arenato perché manca l’interessamento del privato e manca la disponibilità dello Stato. Perchè Geronzi è stato sospeso dalle Generali Assicurazioni? Perché si permise di dire che le Generali come Assicurazione, avrebbero potuto essere interessati alla costruzione del Ponte di Messina. Questo fu un errore di valutazione di Geronzi che è un uomo rispettabilissimo, di grande intelligenza e capacità.
Lei nutre speranza?
Dobbiamo essere necessariamente speranzosi, c’è molto da fare, passeremo momenti difficili, ma se in una società fortemente concorrenziale non ci si da fare con inventiva, ricerca, capacità di mobilitazione delle giovani forze, non si va da nessuna parte.
Ha appena compiuto 80 anni. Che vita è stata la sua?
Se mi chiedessero se rifarei la stessa vita, risponderei parzialmente si e parzialmente no. La mia vita è stata una vita piena, ma gli ultimi 20 anni sono stati come se avessi dovuto pagare io le colpe del mondo. Ho partecipato ai momenti più belli della vita del nostro Paese, e per quel poco che ho potuto dare, l’ ho dato. E’stato molto difficile, ho avuto grandi soddisfazioni, ma anche dei grandi dolori e delle grandi sconfitte.
