Nel dopoguerra i separatisti che si radunarono a Piano della Battaglia in armi per combattere l’esercito italiano arrivarono da tutta la Sicilia e non avevavano colore politico. O meglio, ognuno ne aveva uno e se lo portava con sé, senza badarci più di tanto, perché c’era da guadagnare l’indipendenza. Conoscemmo un barbiere socialista che si portò da Gela un fucile. Non aveva mai sparato e non sparò nemmeno quella volta, a Piano della Battaglia, perché per fortuna lo scontro fra l’esercito dell’Evis e quello italiano non ci fu.
Piano della Battaglia però rimane un simbolo: socialisti, comunisti, baroni, proprietari terrieri, campieri, artigiani salirono in montagna. Tornando a casa ognuno prese per la sua strada. Anche i mafiosi che erano andati a vedere che cosa stava per succedere. Il bandito Giuliano sarebbe diventato colonnello dell’Evis e il separatismo affossato insieme alle sue buone ragioni. Anche perché a Roma e Palermo capirono che qualche cosa bisognava pur farla per disinnescare la miccia, sicché usarono il machete, affidando a Giuliano, attraverso la mafia, il compito di rimestare nel fango e trasformare il separatismo in un intruglio velenoso, e le persone perbene, i galantuomini veri (e finti) per regalare alla Sicilia l’autonomia.
Non di indipendenza si trattò, ma di una delega molto larga all’autogoverno.
Sappiamo come è finita. Con una mano Roma concesse e con l’altra tolse, uno dopo l’altro, ogni prerogativa statutaria, con la complicità dei siciliani che contavano. Ad agevolare il processo di liquefazione dell’autonomia ci pensò la democrazia dei partiti che possedevano le stanze dei bottoni a Roma, e fecero dell’Isola una appendice marginale. Se non proprio una colonia, qualcosa che gli assomiglia.
I siciliani non ebbero che ruoli di secondo piano, erano i segretari dei partiti a dettare legge, sia i partiti di sinistra che di centro o di destra. I comunisti avevano il centralismo democratico; figurarsi se qualcuno poteva sgarrare a Palermo. La DC era guidata con il sistema delle correnti che infeudò il Paese, i socialisti non credevano all’autonomismo e combatterono il separatismo, la destra vedeva come fumo negli occhi l’indipententismo.
Il Parlamento, la Corte Costituzionale, i partiti e la colpevole indulgenza deigli stessi padri dell’autonomia, finirono con lo svuotare di contenuto lo Statuto speciale. Successivamente ci pensò il malgoverno ad imbruttire l’immagine dell’autonomia, al punto che c’è oggi chi rimpiange, non a torto, che essa abbia concesso ad una classe dirigente indaffarata nelle cose romane, di modesto livello e, per certa parte, compromessa con il malaffare, il compito di amministrare l’Isola.
Una quindicina d’anni dopo Piano della Battaglia, a Palermo, i partiti che non stavano al governo – di destra e di sinistra – incoraggiarono l’epica rivolta di Silvio Milazzo. Proprietario terreno e barone, cervello fino e modi spicci, il calatino, grazie ad uomini di livello, come Pignatone, inventarono una sommossa indipendemtista che durò poco e niente. Per poco era tornato lo spirito di un tempo. Il milazzismo come Piano della Battaglia, riunì partiti e uomini di diversa estrazione politica.
E ariviamo ai nostri giorni. Nasce il Mpa, poi il Pdl Sicilia e s’affaccia l’ipotesi del Pd Sicilia. Ognuna di queste nascite ha motivazioni differenti, e non tutte nobili, ma siamo ad una condizione che, per forza, ci costringe a tornare indietro ancora una volta. La stessa storia?
Il mondo è cambiato, profondamente. Sono cambiati i siciliani. Non ci sono più i partiti che fecero nascere la prima repubblica. anzi i partiti non contano quasi niente e gli uomini – deputati o consiglieri comunali – privilegiano il loro percorso rispetto a quello degli schieramenti cui appartengono. Sono sparite le ideologie, n essuno sventola bandiere, e a parlare di Sicilia come identità, popolo, bisogni e sentimenti comuni, interessi da salvaguardare, si corre il rischio di essere guardati di traverso, bene che vada.
Ma c’è un gruppo di uomini politici siciliani che si è messo in testa di fare altro, rispetto a ciò che pretende Roma. Non è detto che "altro" sia sinonimo di ben fatto, ma questo non cambia di una virgola le cose. Forse non le cambia affato e vale la legge di Lvoiisier, prima che quella del gattopardo: nulla si crea e nulla si distrugge. Una questione chimica, non politica né morale.
Può darsi che siano le frustrazioni, le battaglie perse, il nemico troppo forte a suggerire lo scisma, le scissioni, la ribellione. Accadde anche nel 1944 e alla fine degli anni cinquanta che questi sentimenti albergassero nelle menti dei rivoltosi.
La necessità di una via d’uscita sta alla base delle “sommosse”: nel Pdl quelli che sono rimasti in sella al partito combattono il governo che è composto anche da loro rappresentanti, gli scissionisti fanno un gruppo a sé ma restano nel partito; l’opposizione si spacca perché alcuni privilegiano l’autonomismo e altri l’pposizione dura.
Né Piano della Battaglia né milazzismo. Siamo alla Babele. O forse, chissà…
