Salvatore Parlagreco

Il Presidente della Repubblica, stavolta, ha messo da parte la moral suasion.  Quando ha letto l’intervista concessa al Giornale di Berlusconi dal vice Presidente del gruppo parlamentare del pdl, Maurizio Bianconi, che l’accusava di tradire la Carta costituzionale, abbandonando i toni sobri cui ci ha abituato, ha espresso tutto il suo risentimento e la sua riprovazione, diffondendo una nota alle agenzie di stampa, che rimarrà nella storia politica del Paese.

“Maurizio Bianconi si e’ abbandonato ad affermazioni avventate e gravi sostenendo che il presidente Napolitano ‘sta tradendo la Costituzione’”, si legge nella nota. ‘Essendo questa materia regolata dalla stessa Carta – scrive il Colle – se egli fosse convinto delle sue ragioni avrebbe il dovere di assumere iniziative ai sensi dell’articolo 90 (che prevede l’impeachment, ndr) e relative norme di attuazione”.
“Altrimenti”, conclude il Quirinale, “le sue resteranno solo gratuite insinuazioni e indebite pressioni, al pari di altre interpretazioni arbitrarie delle posizioni del presidente della Repubblica e di conseguenti processi alle intenzioni”.

Dopo avere condotto una campagna intensa e spregiudicata contro la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, il foglio berlusconiano ha alzato il tiro, perché Napolitano aveva auspicato in una intervista all’Unità, la fine degli attacchi a Fini. Delegittimare il Presidente della Camera, aveva detto Napolitano, avrebbe potuto provocare una crisi istituzionale, delegittimando colui che ha il compito di coordinarne le funzioni. Una sostanziale presa di posizione favorevole a Fini, preso di mira dai suoi nemici politici.

Il Presidente della Repubblica aveva anche suggerito a coloro che a suo dire promettevano nuove elezioni e lo scioglimento delle Camere, di astenersi da simili auspici e impegni, essendo questa decisione di esclusiva competenza del Capo dello Stato, il quale non può fare altro che attenersi al dettato costituzionale, che prevede la ricerca di una maggioranza alternativa ed un nuovo governo, quando quello in carica si dimette.
Questa puntualizzazione, peraltro elementare, ha probabilmente provocato la reazione berlusconiana, suggerito l’attacco di Bianconi e del Giornale al Quirinale.
L’intervista di Bianconi è stata preceduta da una dichiarazione del Ministro degli Esteri, Frattini, che ha ricordato il rilievo ormai assunto dalla costituzione materiale. Non, dunque, le norme scritte, ma l’evoluzione subita con la nuova legge elettorale dalle “procedure”. In definitiva, di fatto, l’attuale governo non può essere sostituito da alcun altro. In caso di dimissioni, non ci sarebbe stata altra strada che la conclusione anticipata della Legislatura.

Valutazione questa che non ha trovato affatto d’accordo il capo dello Stato, per il quale le regole, finché sono vigenti, vanno rispettate.
Bianconi ha addirittura capovolto le cose: ignorare la costituzione materiale equivale tradire la Carta costituzionale.

La reazione di Napolitano è stata immediata, severissima e inequivocabile. Il Capo dello Stato ha sfidato il Pdl ha farsi promotore di una iniziativa, la messa sotto accusa del Presidente della Repubblica, il cosiddetto impeachment. Se pensate che ho sbagliato ha sostanzialmente affermato, mettete nero su bianco, altrimenti statevene zitti e finite di fare pressioni sul Quirinale e suggerirmi quel che è giusto fare.

Senza precedenti.
La crisi politica si è trasformata così in crisi istituzionale. La tensione si taglia a fette e non promette nulla di buono. A questo punto può accadere di tutto. Palazzo Chigi ha i nervi a fior di pelle ed ha lanciato sulle trincee più difficili i suoi uomini. Il Giornale e Bianconi non sono riusciti a saltarne una, ma non saranno certo i soli a tentare l’assalto all’arma bianca contro i poteri dello Stato rappresentati dai “disubbidienti”.