Salvatore Parlagreco












Da molti giorni attendiamo che il Presidente dell’Assemblea regionale siciliana  risponda alle nostre domande sui costi della politica. Niente. Perché?

 

Naturalmente, ritiene di poterselo permettere. Fossimo altrove non gli sarebbe consentito. Ci sarebbe stata una sollevazione dell’opinione pubblica, una campagna giornalistica, una dura presa di posizione dell’opposizione, qualcosa che costringesse il Presidente dell’Ars a dar conto di come vengono spesi i soldi dei contribuenti. Soldi che non sono davvero pochi, perché il Parlamento regionale costa tanto.

 

E’ vero, la democrazia si paga, come ogni servizio dato ad una comunità che voglia vivere con regole, diritti e doveri. Ma chi contribuisce all’organizzazione della società con una fetta del suo stipendio, pretende di sapere come vengono spesi i suoi soldi. Le nostre domande sono terra terra. Riguardano gli stipendi, le indennità i bonus dei deputati regionali i contributi ai gruppi parlamentari, il trattamento pensionistico e le deroghe allo stesso trattamento, gli assegni una tantum agli ex deputati che hanno contratto una malattia invalidante, le missioni, i servizi esternalizzati di Palazzo dei Normanni e gli appalti che li hanno dati in concessione. Non si pesca nel tordibo, sono richieste di informazioni elementari che in ogni Paese civile sono disponibili on line.

 

L’Assemblea regionale siciliana si comporta come una repubblica a sé, con le sue regole e le sue consuetudini, tramandate di legislatura in legislatura. Non si tratta certamente di un rifiuto dettato dal rispetto di principi né, riteniamo, di un silenzio per dispetto. I principi chiedono trasparenza e non il rifiuto di far sapere. Se l’Assemblea non risponde, attraverso il suo Presidente, vuol dire che non vuole o non può; in entrambi i casi l’impedimento è di tale natura da non consentire una decisione diversa.

 

E’ legitimo pertanto sospettare che la risposta, le informazioni, potrebbero danneggiare il Palazzo. E’ un timore fondato? O si tratta di pura e semplice “arroganza”, manifestazione di forza. Noi siamo il potere e facciamo quello che vogliamo. Potremmo farti sapere tutto, non abbiamo niente da nascondere, ma non ti diciamo niente perché questo agli occhi della gente potrebbe essere interpretato come un cedimento e tu verresti fuori come un contropotere, del quale avere timore.  E invece non siamo un potere che non teme contropoteri. O meglio, non teme il tuo contropotere.

 

Non siamo sicuri, ovviamente, che sia prevalsa questa logica, supponiamo che nessuno abbia voglia di fare sapere quanto costino i servizi, le indennità, i bonus, gli stipendi dei deputati.  Se per 113 giorni si tace, nonostante le sollecitazioni, la motivazione non può che essere seria. Ci domandiamo se non abbiano riflettuto sui danni che una posizione così deterrminata non finisca per danneggiarli più di quanto possa danneggiare la trasparenza.

 

Lo svantaggio è dovuto al fatto che chiunque può immaginare una cifra qualsiasi. C’è infatti chi ritiene che i deputati costino cinquanta mila euro al mese e che quando vanno in pensione, dopo pochi anni di attività parlamentare, ottengono un vitalizio quattro volte superiore ad un dirigente statale. E c’è chi ritiene pure che gli appalti di esternalizzazione dei servizi non abbiano seguito le regole maestre e siamo stati decisi per favorire questo o quello, fare assunzioni non necessarie e tanto altro. Voci infondate, naturalmente, ma il silenzio le alimenta e danneggia l’immagine dell’Assemblea.

 

Continuando con le illazioni, anche queste senza fondamento, circolano voci che sia il vertice amministrativo del palazzo, i dirigenti più influenti, a sconsigliare la trasparenza. Un atteggiamento suggerito dal fatto che sarebbero proprio loro quelli che non vogliono fare sapere.  Fandonie, certo, ma sono i rischi che si corrono quando si sceglie pervicacemente di non rispettare il dovere della trasparenza. Si finisce con il fare sospettare di tutti e di tutto. Non conviene di sicuro a coloro che fanno il proprio dovere, deputati e non, e che  con la loro competenza e diligenza, fanno sì che la Sicilia sia governata da buone leggi.

 

Il silenzio, insomma, copre chi non ha la coscienza a posto, tiene scheletri nell’armadio. O fa pensare di averli proprio perché non permette che si abbia conoscenza di informazioni elementari.