Salvatore Parlagreco

“Non sappiamo che farcene di una riedizione del milazzismo in Sicilia”. Rosy Bindi mostra il pollice verso: niente ammucchiate nell’Isola, il governo tecnico di Raffaele Lombardo puo’ nascere se il perimetro e’ netto: da una parte il centrodestra e dall’altra il centrosinistra, o se vi piace, da una parte i berlusconiani e dall’altra quelli che non lo sono. Punto di vista legittimo, ma la citazione sul milazzismo non e’ affatto corretta.

 

La vulgata popolare ha fatto del milazzismo una icona dell’assemblaggio di pezzi diversi intrallazzati come accordo politico ma, in realta’, tenuti insieme dal collante dell’interesse. Per quale ragione prevale questo pregiudizio? La storia, prima o poi, fara’ giustizia di giudizi superficiali e cosi’ netti. Limitiamoci per ora a ricordare quel che e’ accaduto e a guardare a quel che accade oggi. Il governo Milazzo fu annientato con una trappola ben congegnata che dimostro’ la propensione all’intrallazzo di una componente del governo milazzista, una trappola che mise a morte l’esecutivo ribelle e mortifico’ l’ideologia, le motivazioni profonde, la voglia di autonomia che avevano incoraggiato, sostenuto e stimolato la nascita del governo Milazzo. Fu preso con le mani nel sacco un deputato che prendeva soldi, un episodio che segno’ in modo irreversibile il giudizio sulla ribellione autonomista siciliana e, insieme, sui limiti di una condanna sbrigativa.

 

La pulizia etnica decisa dalla Dc ( e non solo) contro l’alleanza siciliana negli anni cinquanta fu decisa perche’ l’esperimento politico siciliano avrebbe potuto costituire un pericolo mortale per il partito di maggioranza relativa, contagiando il resto del Paese e provocando una autentica implosione degli equilibri politici nazionali. Mors tua, vita mea, per Amintore Fanfani, che alla guida della DC, dovette prendere le contromisure. Rosy Bindi, e quanti sorvolano sulle implicazioni del milazzismo e sulla sua natura complessa, le sue reali motivazioni, non tengono in alcuna considerazione il fatto che, a differenza di cio’ che accade oggi, Silvio Milazzo, Ludovico Corrao e Pignatone non tenevano due piedi in una scarpa, tutt’altro. E gli altri schieramenti politici siciliani che fecero nascere il governo Milazzo, all’opposizione a Roma, non avevano due verita’ , ma una sola – giusta o sbagliata che fosse – quella di reagire a cio’ che ritenevano dei soprusi verso lo Statuto speciale, l’autonomia regionale faticosamente conquistata e le norme costituzionali vigenti.

 

La Dc del tempo era la destinataria di riferimento della ribellione ma anche gli altri partiti nazionali, che diedero vita al governo siciliano, sia che chiudessero gli occhi sia che dessero il loro benestare sottobanco o cavalcassero la tigre per combattere surrettiziamente il partito di maggioranza relativa (come il Pci), divennero consapevolmente o meno controparte del milazzismo. Che non fu una famiglia felice, , esente da pecche e intrallazzi, ma una risposta – forse l’unica seppur semplicistica nel momento dato – allo strapotere dei partiti nazionali e della Dc in particolare.

 

Per questa ragione Rosy Bindi e tanti altri sbagliano. Se in Sicilia si vivesse una riedizione del milazzismo – impossibile perche’ la storia non si ripete mai – prevarrebbe l’opzione, ineccepibile, del suo partito, il PD, che pretende di sapere a buon ragione se si tratta di una ribellione al governo di Roma e alla maggioranza che lo sostiene, come avvenne negli anni cinquanta, oppure di un’ammucchiata localista della quale non si capiscono le motivazioni, i bisogni, le attese, i progetti, le idee. Un’ammucchiata, appunto. Se e’ valido questo ragionamento, Bindi dovrebbe pretendere il milazzismo e non il suo contrario, dunque. Ne’ Raffaele Lombardo ne’ Gianfranco Micciche’, in questa metafora impossibile, possono svolgere il ruolo che fu di Silvio Milazzo nella contesa con il governo di Roma. Il governatore non e’ una componente del Pdl, come lo fu Milazzo nella Dc, Gianfranco Micciche’ non si e’ ribellato al Pdl ed a Berlusconi, come fecero Milazzo e i suoi seguaci contro la Dc e Amintore Fanfani.

 

Micciche’ conduce anzi una battaglia interna prettamente localista in verita’ indirizzata contro i dirigenti regionali del suo partito che talvolta allarga l’orizzonte agli atteggiamenti antimeridionalisti del leghismo del centrodestra rappresentato nel Pdl (Tremonti) e da Umberto Bossi. I confini sono angusti e non vengono superati ne’ illuminati nemmeno quando il cahier de doleance siciliano e’ provvisto di buone ragioni e buone intenzioni, lasciando lo spazio alla nascita di un partito siciliano o di un patito del Sud ricco di voglia rivendicazionaista ma legato mani e piedi al Premier. Se Raffaele Lombardo fosse Silvio Milazzo e Gianfranco Micciche’ Emanuele Macaluso – e’ solo una metafora – Rosy Bindi dovrebbe compiacersi perche’ verrebbe rispettata la richiesta del suo Pd di stare da una parte sola, invece che esprimere un verdetto di condanna. Pretendendo che la ribellione siciliana sia reale, tenace, frutto di passione politica e motivazioni autenticamente autonomiste, antiberlusconiana e meridionalista, l’alleanza siciliana del suo Pd manifesterebbe una volonta’ milazzista, non il contrario. Perche’ il bagaglio ideale non si disperda fra le brume romane, come avviene per le valigie dei viaggiatori ogni giorno, i bisogni non possono contenere solo la Tirrena, i Fas, il precariato, il Ponte e tante altre richieste, pure importanti, ma una politica per il Mezzogiorno e per l’autonomia siciliana, al netto di privilegi, clientele, sprechi, compromessi con il crimine organizzato e ruberie di varia natura. Pignatone, ideologo e testa pensante del milazzismo, insieme con Macaluso, riempi’ di contenuti l’autonomismo tradito dai partiti centralisti, dandogli un’anima. Spiegando le ragioni della sua Unione siciliana cristiano-sociale, non fece un elenco di opere e di prebende, ne’ un’agenda dei bisogni immediati, ma una dura e inequivocabile requisitoria dei torti subiti e dei bisogni, mettendo al centro la necessita’ che la Sicilia facesse da se’ e che lo Stato rispettasse i patti. Rileggendo quella storia, i siciliani hanno diritto di essere orgogliosi di una civilta’ politica cosi’ moderna e dignitosa, e di guardare al leghismo come una guerriglia isolazionista acquartierata in un’area geografica terragna e fatta di ampolle e cavalierati pagani rappresentati nella Padania prossima ventura.

 

E’ vero, e’ finita male. Milazzo era un proprietario terriero illuminato e conservatore, non un grande condottiero, Pignatone un cattolico di buoni sentimenti sprovvisto di folle oceaniche, come tutti gli intellettuali, e i rappresentanti degli altri partiti “milazzisti” nient’altro che uomini d’ordine in libera uscita, con qualche eccezione ragguardevole. Ed e’ inutile darsi la testa al muro perche’ uomini come Pignatone non ce l’abbiano fatta e Umberto Bossi sia il padrone d’Italia e detti l’agenda di cio’ che si deve fare a Rosolini oltre che a Varese, magari sospettato che bisogna provarci con le ampolle anche nell’Isola. Inutile perche’ le ragioni di questo servaggio non sono da ricercare oltre lo Stretto. L’autonomismo non si conquista a Palazzo Grazioli, una pacca sulla spalla di Berlusconi o una promessa, ma attraverso comportamenti rigorosi che diano alla Sicilia cio’ che gli spetta, il diritto all’autonomia, e gli regali una rappresentanza politica che non sia disposta a barattare questo diritto, qualunque sia la contropartita.