Salvatore Parlagreco

Bisognerà fare i conti con lui, lo ha detto chiaro e tondo che più non si può, qual è la sua volontà, fare il Presidente della Regione. Se non dovesse riuscirci, ambio ente, promette. Non lascia la politica né le istituzioni, a quelle non si rinuncia. Cambiare ente, significa cambiare Palazzo: invece che Palazzo dei Normanni, Palazzo Madama, Montecitorio, Palazzo Chigi (da Ministro senza portafogli, e magari Palazzo Grazioli, chi lo sa: i giovani leoni siciliani cominciano in sordina, poi arriva la loro ora quando meno se l’aspettano. Francesco Cascio ha messo da parte le titubanze, la cautela, le alchimie strategie, la tattica, il savoir faire, per  il quale in verità non sembra tagliato, ed ha buttato giù l’asso: punto alla Presidenza della Regione, fa sapere, attraverso il periodico palermitano che gli ha fornito l’assist. Potrebbe essere un ballon d’essai? Per carità, non se ne parla nemmeno: il pensiero non reggerebbe ad un intrigo così complicato.

 

La presidenza della Regione è una opzione meditata, sulla quale Cascio chiama a raccolta la parte politica che, sulla carta, dovrebbe sostenerlo, e cioè i lealisti del Pdl, a cominciare dal Presidente del Senato, Renato Schifani, e dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. I quali non si sono ancora pronunciati, né potrebbero in una fase così confusa e piena di insidie per il loro schieramento in Sicilia. Nel porre la candidatura, Francesco Cascio, durante una intervista intensa, accenna ad un’analisi del panorama politico che dovrebbe accoglierla scoprendo che il percorso non dovrebbe riservare ostacoli di sorta a causa delle difficoltà degli avversari, Raffaele Lombardo o Gianfranco Miccichè. Cascio non scommetterebbe più di un euro sulla sopravvivenza del governo in carica, cioè su Lombardo, e non per ragioni politiche. Il corso della giustizia, dunque. E mette le mani avanti: in caso di rinvio a giudizio dell’attuale presidente della Regione, Raffaele Lombardo, si va tutti a casa. Lo consiglia la fretta di cambiare ente? Nemmeno per sogno, il ritorno a casa, cioè scioglimento e fine legislatura, lo suggeriscono l’esperienza fatta con Totò Cuffaro, cui fu permesso di restare dov’era con sommo danno per la Sicilia. Una scelta da non ripetere. Certo, ricorda con rammarico il Presidente dell’Ars, verso di lui ci sono state attenzioni “negative”. Da parte di chi? Gianfranco Miccichè, che si comportò come quel tizio che stava uccidendo un uomo morto. Una cosa inelegante, da non fare. Se un esponente del Pdl dovesse diventare Presidente della regione, riflette Cascio, la presidenza dell’Ars spetterebbe all’Udc.

 

E il Pdl Sicilia, che fa, scompare? Miccichè mollerà Lombardo? Per Cascio è un’ipotesi da scartare perché Miccichè non verrebbe seguito dai suoi, anche se fosse Berlusconi a chiederlo. Il quadro disegnato da Cascio è ripulito di ogni asperità. Il fatto che Silvio Berlusconi pochi giorni or sono abbia proposto a Gianfranco Miccichè, e non a lui, la candidatura alla Presidenza della Regione, e l’abbia fatto in modo chiaro e alla presenza di uomini vicini allo stesso Miccichè, non sembra turbarlo per niente. Da che cosa gli viene tanta sicurezza e determinazione? Dalla consapevolezza di essere dalla parte del giusto, naturalmente, che domande! Cascio non prende, dà alla politica, e la Sicilia, il Paese, il popolo hanno bisogno di uomini come lui. Ecco le prove. Nell’intervista al periodico “S”, che annuncia la sua intenzione di fare il Presidente della Regione, Cascio rende pubblica una verità che tanti sospettavano e che aveva tenuto in serbo a lungo: fatti i conti in tasca (a se medesimo), ci rimette. Incassa appena undicimila euro netti al mese, “molti di meno di quanto ne incassavo quando facevo il primario, fra l’attività in ospedale e la libera professione”. Per il Presidente dell’Ars, la politica è una missione, un servizio civile, una responsabilità sociale. C’è meno stress a fare il primario che a esercitare un ruolo istituzionale, specie se al vertice dell’Assemblea regionale siciliana.

 

Chi pensava, dunque, che lavorare nelle corsie degli ospedali, assistere pazienti, curare le sofferenze altrui fosse più stressante, si sbagliava: essere “onorevole” e guidare il Parlamento “costa” di più, si consumano energie psicofisiche di gran lungo maggiori. Che non sia interessato ai quattrini è incontrovertibile: “…non ho recepito gli ultimi tre scatti di stipendio decisi dal Senato”. Un “taglio” tremontiano deciso in solitudine, perché non facesse male ad altri che a se stesso. Ci perde soldi e ci perde in salute. Non si capisce per quale ragione, dunque, il Presidente del Senato, Renato Schifani, abbia nutrito qualche dubbio sui tagli degli stipendi ai deputati dell’Assemblea, consierato che ha rivolto a Cascio un caldo invito ad adeguarsi a Palazzo Madama. Un invito mal posto, invero: una cosa è tagliarsi le vene, un’altra dissanguare il prossimo. Si può decidere di imitare Santa Teresa di Calcutta, consapevoli della propria missione, ma non si può imporre a tutti questa scelta così impegnativa.

 

Le vocazioni non s’inventano dalla sera al mattino. Che ci sia una forza interiore a tracciare il percorso di servizio del Presidente dell’Ars non ci nutrono più dubbi, stando a queste rivelazioni. “In Regione”, avverte Cascio, “ho fatto l’assessore, il vice Presidente, il capogruppo e il presidente dell’Ars. O faccio il presidente della Regione o cambio ente”. Chiedete a un missionario che ha guidato una missione in Guinea Nassau, che cosa auspica per se medesimo? Vi risponderà di volere andare nelle grotte talebane dell’Afghanistan per proseguire l’opera di redenzione dei “fratelli” di Al Qaida. E’ con questo spirito indomabile che Francesco Cascio si prepara alla partita del cuore contro Gianfranco Miccichè. Tutto per beneficienza, naturalmente.