Il riformismo fu per molti anni tema di dibattito nelle sezioni socialiste e motivo di accese dispute – sul merito, sui tempi, sull’opportunità – nei luoghi delle istituzioni fra i partiti del centrosinistra. Se ne parlò per tanto tempo che finì col non crederci più nessuno. Divenne una telenovela che i segretari dei partiti della maggioranza vedevano in diretta e poi raccontavano ai giornali nella versione più conveniente. Una cosa con la quale e senza la quale l’Italia rimaneva tale e quale, come usava dire il professor La Manna agli studenti che studiavano la filosofia.
Sul finire degli anni Settanta il Psi provò a fare uscire il riformismo dal ghetto virtuale in cui i partiti lo tenevano, per imporlo all’attenzione del Paese. Nel 1978 Bettino Craxi indica, infatti, al suo partito e al Paese "il riequilibrio reale nella direzione politica dello Stato e nel controllo dei pubblici poteri", come l’obiettivo di un grande disegno riformatore. Egli intende realizzarlo gradualmente con le forze politiche e sociali che lo condividono e promette che il Psi contribuirà a creare le condizioni politiche adatte perché ciò avvenga, impegnandosi a dare stabilità alle istituzioni.
Il rapporto anomalo che la Dc ha avuto e continua ad avere con il Pci, avverte Craxi, è causa di distorsioni e di un uso scorretto della democrazia, che si regge sui ruoli tradizionali, la maggioranza e l’opposizione. Esso ha impedito che la maggioranza esprimesse autonomamente le sue scelte e se ne assumesse le responsabilità, e che la minoranza avesse gli spazi utili per vigilare, controllare e contrapporre alle proposte del governo i suoi legittimi punti di vista. Il ciellenismo, l’antifascismo dell’arco costituzionale, la presenza di un’opposizione che non può costituire alternativa di governo hanno fatto nascere e sviluppare un costume politico tipicamente italiano, fatto di accordi, patti, intese sottobanco fra i partiti egemoni. Le regole parlamentari hanno favorito il radicamento di questa consuetudine, adottata dalle istituzioni come una costituzione materiale. Il disegno riformatore è legato, dunque, all’evoluzione del quadro politico.
Il Psi dispiegò perciò nel quadriennio ‘79-‘83 un intenso impegno politico per modificarlo, nella convinzione che fosse il primo, indispensabile passo da compiere per modernizzare il Paese. L’azione politica dei socialisti sulle riforme istituzionali fu tenace, costante, ricca di felici intuizioni ma sottovalutata perché considerata dai media una generica, velleitaria intenzione, o guardata con sospetto e malanimo, a seconda dell’ottica, dalla Dc e dal Pci.
I socialisti credevano che sul versante del riformismo il partito avrebbe potuto far valere le sue potenzialità e creare le condizioni di un largo consenso nell’area culturale laica, moderna e progressista, composta prevalentemente dai nuovi ceti sociali e dalle nuove professioni. Il riformismo non fu solo una bandiera da sventolare, ma un progetto al quale affidare le sorti del partito.
Il programma di modernizzazione mirava a rimettere in moto la macchina dello Stato attraverso la riforma delle istituzioni e, quindi, la modifica della Carta costituzionale. Uno Stato forte ed efficiente, dotato di servizi e presidi di sicurezza efficaci, avrebbe ridotto lo spazio ai malversatori e alla partitocrazia. Facendolo funzionare, sarebbero stati espulsi i profittatori del regime.
Il Pci fece barricate sulle norme costituzionali, e ammonì chiunque dal mettere in discussione il vangelo della democrazia italiana, preferendo, come sappiamo, l’opposizione etica per sradicare i profanatori delle istituzioni.
I socialisti vivono il loro tempo, ne percepiscono gli umori con straordinaria acutezza, i comunisti sembrano invece aggrappati ai miti repubblicani, temono le novità craxiane come i galeoni spagnoli temevano i pirati di Sua Maestà britannica. II congresso socialista di Rimini, nel marzo del 1982, offrì l’opportunità di accentuare le caratteristiche "liberali" del nuovo Psi e di precisare il programma di modernizzazione e di riforma che il vicesegretario, Claudio Martelli, sintetizzava nella coniugazione dei meriti ai bisogni.
Il superamento dello schema marxiano è netto: le libertà individuali devono coesistere con i bisogni collettivi, lo Stato ha il compito di offrire uguali opportunità ai suoi cittadini, facendo in modo che ognuno abbia occasioni e strumenti per valorizzare le proprie attitudini. Libertà e bisogni vanno soddisfatti in modo che siano riconosciuti i meriti di ciascuno: valorizzando gli uni, si può corrispondere agli altri. La società italiana, invece, tende a omologare meriti e bisogni. Un circolo virtuoso che può essere interrotto valorizzando tutte le risorse di cui dispone il Paese – i ceti emergenti, le nuove professioni e le nuove competenze, le professionalità misconosciute, ecc. – e combattendo rendite, burocrazie, privilegi, piccole e grandi prepotenze, clientele.
Il 29 ottobre 1982 Craxi affronta la questione sociale e istituzionale e illustra i contenuti della Grande riforma, indicando le disuguaglianze che costringono gli italiani a sopportare pesanti ingiustizie: una distribuzione del reddito che favorisce le classi agiate e accresce il numero dei poveri; la permanente separazione fra occupati e disoccupati, e, nella fascia degli occupati, le differenze di retribuzione che determinano pesanti discriminazioni fra lavoratori con uguali mansioni e competenze.
Le attività finanziarie, inoltre, godono di garanzie, privilegi fiscali, libertà ben maggiori dei patrimoni e dei beni reali; lo Stato tartassa alcuni cittadini e concede ad altri di evadere facilmente le tasse perché il fisco è strutturalmente organizzato per mantenere una condizione di permanenti discriminazioni. L’ingiustizia diffusa non è provocata dalla proprietà, dal padronato, dallo sfruttamento del lavoro, dal capitalismo egoista e cinico, ma da uno Stato inefficiente, sprovvisto di strumenti e autorità, uno Stato che mantiene regole vecchie e inutili, facilmente ignorate, che finiscono con il proteggere i privilegi e le furbizie, i forti a danno dei deboli, i diritti a danno dei doveri. La questione sociale – pensano dunque i socialisti – può essere affrontata se cambiano le regole e si adegua la Costituzione ai bisogni della nuova società al fine di realizzare quella che Craxi chiama "una democrazia governante".
La questione sociale è, per i socialisti una questione istituzionale. L’ingovernabilità, la lentezza dei processi decisionali, l’irrazionalità delle regole parlamentari, il dominio della burocrazia e la sua inefficienza costituiscono la causa della decadenza delle istituzioni e la ragione di molte ingiustizie. Occorre, pertanto, fare un lavoro di revisione costituzionale, modificare le leggi elettorali, riformare la pubblica amministrazione, gli apparati pubblici, gli ordinamenti degli Enti locali, di istituti come il referendum e di organi come l’Inquirente, e introdurre nuovi presidi di garanzia democratica come il difensore civico.
"Il Parlamento – sostiene Craxi – è in preda a veti e ostruzionismi, colpi di mano coperti dal voto segreto; un’arena del trasformismo che consuma da se stesso il proprio credito e la propria autorità". Vanno perciò riesaminati i metodi di elezione, la struttura dei poteri, la composizione degli organi, le procedure e le articolazioni funzionali. "L’elezione diretta da parte del popolo, accompagnata dalla riduzione dell’arco temporale del mandato e dall’eventuale limitazione del numero dei mandati, può rafforzare l’istituto del presidente della Repubblica, e cioè del capo della Nazione che interamente la rappresenta, continuando a esercitare la sua funzione di arbitro e garante delle istituzioni, con il massimo grado di prestigio e di autorità che può conferirgli un sistema democratico".
La riforma prevede, infine, il rafforzamento dell’esecutivo al fine di concedergli stabilità, agibilità di poteri e una migliore articolazione della struttura interna, una maggiore autorevolezza del potere legislativo da perseguire attraverso una correzione del sistema bicamerale con una diversa articolazione delle funzioni e della stessa composizione numerica dei due rami del Parlamento.
La semplificazione del quadro politico costituisce il passepartout della riforma: l’intera costruzione poggia su leggi elettorali che disincentivano l’atomizzazione degli schieramenti politici. "Conservare i caratteri di una democrazia pluralista non significa incoraggiare la proliferazione delle formazioni politiche e delle liste elettorali", ammonisce il segretario del Psi, proponendo procedure più rigorose per l’accesso alle competizioni elettorali "in maniera da favorire l’aggregazione e l’apparentamento di forze affini ma distinte".
Il riformismo socialista non avrebbe realizzato la società socialista, ma avrebbe cambiato il vecchio Stato accentratore e il suo impaludato Parlamento. Non è una cura da cavallo per le boccheggianti istituzioni repubblicane, ma nemmeno un parto indolore: esso colpisce, per esempio, il consociativismo, togliendogli una serie di opportunità e privilegi che le procedure parlamentari concedono. Una marcata separazione fra l’attività legislativa e il potere esecutivo contraddice, infatti, tendenze e regole introdotte dal compromesso costituzionale, stipulato nel dopoguerra fra i partiti della Resistenza, e dal compromesso storico degli anni Settanta. Il Paese chiede "meno" Stato e, insieme, uno Stato che funzioni. Il Psi contrappone al "formalismo" della politica politicante "la concretezza delle ipotesi e delle proposte di trasformazione e di riforma, solo modo per mobilitare la lotta politica, arrestandone la degenerazione e la decadenza".
La Grande riforma si arenò nella palude dei sospetti, dei pregiudizi e degli interessi di bottega. Berlinguer proclamò l’intangibilità della Costituzione, alcuni settori della Dc temettero perfino "un colpo di Stato" perché Craxi voleva che fosse il popolo ad eleggere il presidente della Repubblica e pretendeva l’annullamento del voto segreto nelle Camere, che lo stesso fondatore della Dc, Luigi Sturzo, aveva giudicato in passato "rifugio dei deboli, dei senza carattere, degli indisciplinati, autentico cancro del Parlamento e dell’Italia, unico Paese al mondo a sopportarlo".
Veti incrociati e polemiche aspre non permisero di considerare con serenità i bisogni che la riforma socialista cercava di rappresentare. A trentasei anni dalla nascita della Repubblica, infatti, la democrazia italiana pagava drammaticamente le sue contraddizioni e i suoi ritardi: convivevano in essa istituzioni obsolete e un regime ingessato dai partiti, la violenza terroristica, le mafie e la corruzione ma anche una straordinaria vivacità imprenditoriale nel Nord del Paese e un costume democratico consolidato.
"Bisogna affrontare con spirito pragmatico e costruttivo i problemi della società italiana – avverte Bettino Craxi – rifuggendo dalla tendenza alle classificazioni generalizzate, alle questioni impostate retoricamente, ai pregiudizi di ideologie obso-lescenti dietro cui più spesso si alimenta, consapevolmente o inconsapevolmente, lo spirito e l’azione della conservazione".
La de-ideologizzazione è un mezzo per scardinare le antiche egemonie, fondate sulle fedi.
Pci e Psi sono partiti fondati su ideologie obsolescenti? Craxi lo pensa sicuramente.
Quanto al Psi, la costruzione della società socialista, cui i predecessori di Craxi tendevano, è stata cancellata dal vocabolario del partito. E con essa i miti della rivoluzione, dell’unità della classe operaia, del capitalismo becero da abbattere, dello statalismo. E il Pci? Craxi tuttavia non spazza via tutto: pone dei limiti alla de-ideologizzazione del partito, sente il bisogno di "fissare i valori essenziali di libertà e uguaglianza propri del socialismo in un quadro di azioni riformistiche, come presupposto per condurre politiche coerenti e incisive". Su questo terreno egli cerca "il potenziale sviluppo di convergenza e di unità delle forze di progresso, e anche il terreno utile per stabilire accordi, alleanze e compro¬messi che la natura del nostro sistema democratico comporta".
De-ideologizzazione e processo riformatore camminano insieme. Sia i governi a guida cattolica sia i governi a guida laica, presieduti dal repubblicano Spadolini, cui i socialisti partecipano, avviano concretamente le procedure di snellimento dei lavori parlamentari, e una commissione bicamerale è incaricata di mettere a punto il progetto di una moderna democrazia plu¬ralista ed efficiente, capace di misurarsi con le innovazioni e di definire un sistema di bilanciamento dei poteri.
Nel 1983, in occasione del dibattito parlamentare sulla fiducia al primo governo retto da un socialista, Bettino Craxi, il Psi definisce i contenuti del disegno riformatore e scommette su di esso. Il presidente del Gruppo parlamentare socialista al Senato, Rino Formica, propone il contingentamento dei tempi di discussione e approvazione delle leggi secondo un programma dei lavori da rispettare; chiede inoltre l’abolizione del voto segreto, luogo emblematico degli agguati, "deleterio reperto archeologico di provenienza albertina che agevola nella vita pubblica la slealtà, l’incoerenza, la simulazione e la corruzione".
Ricordando le parole di Nenni, Formica denuncia la condizione dello Stato "nato a pezzetti, a settori, un po’ regio, un po’ fa¬scista, un po’ corporativo, un po’ socialista", l’equilibrio disastrato dei suoi poteri, "centinaia, cresciuti lentamente", che "ormai tendono ad operare indipendentemente l’uno dall’altro" e sfuggono al legittimo controllo. Il governo a guida socialista deve, perciò, "costruire una forma più alta di democrazia e governare Fog¬gi senza pregiudicare il domani".
Valdo Spini alla Camera affronta un altro tabù della sinistra: "Lo Stato assistenziale – afferma -ha finito con il garantire poco e male a tutti, avvantaggiando le categorie più forti e capaci di pressione economica e politica, svantaggiando i ceti e gli individui più deboli ed emarginati".
Questa fase riformatrice del Psi si collega, idealmente e concretamente, con le elaborazioni teoriche e l’azione politica dei socialisti nella seconda metà degli anni Cinquanta. Allora, i più elementari principi di libertà e convivenza civile descritti dalla Carta costituzionale non avevano trovato attuazione, e lo Stato governava la democrazia con le leggi e le regole fasciste. La spinta propulsiva iniziale del centrosinistra e il lavoro di alcuni parlamentari socialisti di cultura libertaria, come Loris Fortuna, aprirono il capitolo delle libertà civili. I socialisti degli anni Ottanta sembrano possedere la medesima spinta.
Quante chances di successo aveva il disegno riformatore socialista? Molte, se i comunisti avessero sposato il riformismo, rinunciando a Lenin, e se la competizione fra Psi e Pci avesse garantito una corsia preferenziale alle riforme.
L’anno successivo, il 1984, parlando ai delegati al congresso del Psi, Claudio Martelli analizzò il problema del rapporto con il Pci. "La sinistra – sostenne – non è minoranza nel Paese. I riformisti non sono minoranza nel Paese. Divengono minoranza se si trincerano dietro il passato e se si identificano solo e univocamente con una parte, sia pure la più solida e combattiva, del mondo del lavoro e delle nuove professioni che abitano il mondo moderno. Senza una visione lucida, critica e pratica dell’insieme dei poteri e dei fenomeni – istituzionali, politici, culturali e tecnici, nazionali e internazionali – che attraversano la società moderna, la battaglia contro l’ingiustizia rischia l’episodicità e l’arretratezza".
Il Pci sospetta che Craxi sia "un uomo che pensa solo al potere" e che quindi non sia credibile. Tutto ritorna: la spinta propulsiva della prima fase autonomista e i sospetti comunisti. Nel 1960, quando il Psi aveva espresso una forte azione riformista, Palmiro Togliatti si era affrettato a denunciare il voltafaccia socialista: "Sul terreno ideologico – affermò – questo spostamento del Psi si è espresso soprattutto in un abbandono della concezione marxista e classista della democrazia e del rapporto fra democrazia e socialismo. Sul terreno politico esso si è manifestato in un indebolimento della lotta contro il monopolio democristiano, nella parziale accettazione e giustificazione della discriminazione verso il Pci, nella cosiddetta posizione di equidistanza tra blocco socialista e blocco imperialista e nella tendenza ad attenuare la lotta contro l’imperialismo e le sue basi in Italia".
Lo spirito di Togliatti aleggia anche negli anni Ottanta. Il tempo s’incaricherà di dimostrare che i socialisti precedettero solo di pochi anni i tradimenti del Pci perpetrati sullo stesso terreno.
6/ Il revisionismo craxiano. Marx in soffitta con l’aiuto di Proudhon, il liberalsocialismo diviene prospettiva concreta
