Salvatore Parlagreco

Silvio Berlusconi tiene la schiena dritta e batte il pugno sul tavolo. La migliore difesa è l’attacco ed in guerra sono ammessi anche i colpi bassi. Anche i ricatti, naturalmente, seppure politici. Appena svegliato ha fatto sapere a Gianfranco Fini che al primo incidente si va al voto. Di che incidente si tratti, lo sapete: un voto negativo dei “futuristi” alle proposte legislative del governo ed ai bisogni della maggioranza, a cominciare dal caso Caliendo, che avrà come palcoscenico Montecitorio mercoledì (inizio alle 17, c’è overbooking).

 

Un avvertimento, dunque, con il sorriso sulle labbra e il tono acido degli ultimatum da diffondere urbis et orbi. Se sgarri, te ne vai a casa: il premier, che non si tira indietro e resta al centro del quadrato, giusto come accadeva quando i cofondatori duellavano nel ring del Pdl, non vuole dare ai futuristi nemmeno il tempo di pensare.

 

Se cade Caliendo, si va a votare, dunque, secondo il Cavaliere. Ci sono tanti che non la pensano allo stesso modo. Il voto favorevole alla mozione di sfiducia sul sottosegretario alla giustizia non pregiudica il governo, che non ha nessun dovere di chiudere battenti. La scelta non è istituzionale, ma politica. Una deterrenza che Berlusconi vuole sbattere in faccia al suo avversario, avendo la certezza che andare alle urne convenga più a lui che a Fini. Una cosa è, tuttavia, ciò che si vuol fare credere ed un’altra la realtà, che è in movimento. Indubbiamente il tempo gioca a favore del presidente della Camera, che ha bisogno di organizzare il suo partito e mettere a punto le alleanze.

 

Sulle alleanze Fini ha già una strategia, che del resto non costituisce una novità: privilegia Pierferdinando Casini e la sua Udc. Di fatti i futuristi e gli eredi della Dc hanno promosso un asse di ferro proprio in occasione del voto su Caliendo. Nell’intenzione dei due leader, c’è un percorso comune, un’alleanza stabile che dovrebbe costituire il primo nucleo di quel partito di centro moderato più volte evocato da qualche tempo a questa parte. Grande o piccolo, il centro dovrebbe costituire la calamita per piccole formazioni che ruotano attorno a questo “angolo” della politica nazionale in attesa di sistemazione.

 

Qualunque sia la valutazione sullo schieramento in fasce – federato o unitario – esso sarebbe un elemento di semplificazione. Berlusconi vuole persuadere gli italiani, non tanto Fini e Casini, che le dimissioni del governo, come rappresaglia agli incidenti creati da Fini, che lo tiene in pugno a Montecitorio con i suoi 33 deputati, portino dritti alla fine della legislatura, mentre costituzionalisti e alcuni autorevoli leaders dell’opposizione (e non solo) credono che questo automatismo non esista per nulla.

 

Le norme parlano chiaro: il presidente della Repubblica deve esperire ogni tentativo di dare un governo al paese se quello in carica ha perso la maggioranza, la qualcosa significa che deve consultare le forze politiche rappresentate in Parlamento: se esiste una maggioranza alternativa, non può fare altro che dare l’incarico a chi la sappia meglio rappresentare.

 

Sia Berlusconi quanto Bossi negano decisamente questa eventualità e minacciano di fare scendere in piazza gli italiani. La Lega ne ha venti milioni, a quanto pare già censiti, che non aspettano altro (senza baionette in canna, stavolta).

 

Folklore? Non solo, sarà durissima la reazione dei berlusconiani e leghisti ove dovesse concretizzarsi una alternativa.

 

Ma non corriamo. Su Caliendo, a quanto pare, è tutto già a posto, nel senso che Casini e Fini avrebbero in mente di scegliere l’astensione, la qualcosa favorisce Caliendo e il governo in carica, ma marca la diversità fra i futuristi e il Pdl, bilanciando il risultato.

 

Le opposizioni ritengono che questa diversità confermi la fine della maggioranza, Berlusconi invece crede di essere più forte di prima.

 

Teatro, puro teatro.


SONDAGGIO

 

VOTERESTI UN PARTITO DI CENTRO CON CASINI E FINI?