Emma Bonino candidata PD nel Lazio. E Renata Polverini candidata Pdl. Pierferdinando Casini sceglie la Polverini, Bersani non se ne adonta, Gianfranco Fini se ne compiace e Silvio Berlusconi ci mette il cappello, per onor di firma.
Nel loft democratico romano si parla a voce bassa, nei circoli finiani si preferisce tacere, la contentezza del vertice Pdl traspare a malapena.
E’ come se il Lazio fosse diventata una sorta di oasi del benessere. Le due candidate si scambiano attestati di stima, Berlusconi evita di strafare, Fini evita di apparire. E Bersani evita di farne un problema.
E’ come se si fossero seduti tutti attorno ad un tavolo – maggioranza ed opposizione, amici e nemici, finiani e berlusconiano e, tutti insieme, avessero progettato tutto quanto.
Non è andata certo così. Ognuno si è fato gli affari suoi, ma il risultato non cambia, perché se ci pensate un poco, qualche dubbio nasce.
Cominciamo dalla scelta del PD. Avreste mai prevista una candidatura radicale sul Tevere? I cattolici del PD avrebbero dovuto saltare in aria, e invece il più autorevole rappresentante degli ex popolari, l’austero e saggissimo marini, dichiara urbi et orbi nella città Eterna che Emma è una straordinaria candidata, che i cattolici ne sono fieri, che meglio di lei non sarebbe stato possibile scegliere, e ciò che conta è potere contare su una persona competente, per bene, che ha dato buona prova ovunque abbia governato e rappresentato le istituzioni.
Nessuno che abbia fiatato.
La benedizione è arrivata dai due settori strategici del partito, senza che alcun avesse di che rammaricarsi.
Al di là della barricata, nel Pdl, invece partire lancia in resta, magari con il coltello fra i denti, contro la candidata radicale, hanno osservata un silenzio storico. Con l’eccezione di Maurizio Gasparri, s’intende, che non ha saputo frenare la sua naturale predilezione alla guerriglia urbana. Ma anche lui è apparso pacato, didascalico, serio: nel Lazio è tutto chiaro, da una parte ci sono i difensori della fede e della Chiesa, dall’altra, i laicisti, i radicali, quelli dell’aborto per intenderci.
Era il meno che si potesse dire. Se avessero contrattato la polemica, i radicali avrebbero firmato il contratto ad occhi chiusi. Ciò che ha detto Gasparri, l’hanno accolto come una benedizione. Volevano proprio questo, che gli italiani si ricordassero che ci sono anche loro in politica.
Pierferdinando Casini ha scelto la Polverini. E che cosa avrebbe dovuto fare dal momento che il centrosinistra gli propone il candidato radicale, accettarlo? Casini non è marini, non deve fare tattica interna, deve mantenere una strategia esterna coerente, di apparente neutralità fra i due blocchi. Anche lui, dovendo voltare le spalle all’amico Bersani, non avrebbe potuto chiedere di meglio per farlo senza destare irritazione. Con Emma, sarebbe perfino blasfemo pensare che potesse fare diversamente.
Renata Polverini ha ottenuto il viatico da Berlusconi dopo essere stata mandata avanti dal Presidente della Camera. Un passaggio indispensabile perché non passasse come un candidato “imposto” da Fini. Il Premier non si è fatto pregare, il Lazio è il suo cruccio. Fini è ben piazzato, la candidata radicale consente margini di successo interessanti. Perché avrebbe dovuto mettersi di traverso. Si è accontentato di un gesto formale da parte della candidata. Più per ragioni di forma che altro.
E Pierluigi Bersani, com’è che ha accettato senza fare drammi la candidatura di Emma. Certo, i radicali ò’avrebbero proposto ugualmente all’elettorato ed avrebbe ottenuto quella fetta di consensi che sarebbero mancati al candidato Pd, chiunque fosse. Ma questo non basta per spiegare tanta disponibilità ed un’accoglienza “regale” per Emma. Che ha tutte le carte in regola per essere un buon Presidente della Regione, ma rappresenta pur sempre un partito che ha affrontato con durezza le ragioni della Chiesa di Roma. Non c’è stata campagna sui diritti civili che non abbiano visto i radicali in prima fila, e l’area cattolica intenta ad avversarli.
Tutto questo merita una spiegazione. E siccome non ce l’abbiamo, ci rifugiamo in un’illazione, una ipotesi che non possiamo definire diversamente perché troppo risicata.
Ci siamo chiesti se non si sia trattato di un “regalo” a Gianfranco Fini, l’uomo che dall’inizio della legislatura ha concesso al PD il diritto di esistere, ha rappresentato i temi etici e sociali, le questioni di principio e i problemi istituzionale con gli occhi, il cuore e la testa rivolti all’opposizione.
Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini parlano molto fra loro, sono accreditati di un feeling solido, che fa di questa amicizia duratura il terreno per la costruzione di un’area centrista rispettosa delle tradizioni (di destra) e della laicità (di sinistra) . Pierluigi Bersani vede in questa area un ancoraggio per fare del PD un partito a vocazione governativa (ma non di maggioranza, come avrebbe voluto Veltroni).
Pragmatico, diligente, il segretario del PD pensa che il suo partito non abbia altra chance concreta per tornare a Palazzo Chigi che un’alleanza con il centro di Casini. Il nuovo Prodi, benvisto Oltre Tevere, gradito al centrodestra finiano.
Emma Bonino?
Parigi val bene una messa.
