Salvatore Parlagreco

Qualcuno provi a spiegare perché il bilancio della Regione siciliana ha sempre un percorso tormentato, intenso, pieno di trappole, ostacoli, rinvii, slittamenti, polemiche, avvertimenti, patti soprabanco e sottobanco, e il bilancio interno dell’Assemblea regionale siciliana fila sempre liscio come l’olio?

 

Il governo ha dovuto ricorrere quest’anno all’esercizio provvisorio per ben due volte e si arrabatta per  cercare di trovare la quadra. Ogni voce di bilancio diventa un “urlo”, ed ogni tabella propone una disfida di Barletta. Dall’inizio dell’attività parlamentare nell’Isola ad oggi non è cambiato niente: con le vecchie regole, prima della riforma costituzionale, l’esame e l’approvazione del bilancio è stata la tomba di governi, il voto sul documento finanziario era il covo dei cecchini. Oggi il governo non viene colpito in fronte, ma di striscio e fa male lo stesso. Deve mettere d’accordo tutti, anche le opposizioni, che scalpitano quanto alcuni deputati della maggioranza, anche perché – passato il bilancio – come si dice, gabbato lo santo. Dove si trova un altro “luogo” così “prestigioso” per giocarsi tutte le carte?

 

Ci sono deputati che hanno messo su carta centinaia di emendamenti, ed altri che hanno fatto muro. Però, ad un certo punto – oggi come ieri – si apre uno spiraglio, i volti tornano sereni, ci si allontana dal Palazzo, si va a prendere il caffè, si rimane a passeggiare nel loggiato, nonostante il suono della campanella avverte che è iniziata la discussione, l’esame e l’approvazione del bilancio interno.

 

Non c’è alcun bisogno di cercare la quadra, un centinaio di pagine piene di numeri, postille, commi ricevono uno sguardo distratto dei presenti – quattro gatti – ed un’attenzione disinvolta da parte dei relatori, funzionari e presidenza.

 

Siccome i deputati regionali vengono chiamati ad approvare il bilancio tradizionalmente in una “finestra” del documento finanziario regionale, è come se durante un devastante temporale si aprisse un varco fra le nuvole. Una specie di miracolo, perché – osservando il cielo nero e gonfio di pioggia, quel raggio di sole che penetra attraverso i nuvoloni sembra costruito dalla Paramount, una major hollywoodiana, piuttosto che la Padreterno benevolo e caritatevole.

 

Eppure è così che vanno le cose. Mentre ci si accapiglia, si litiga di brutto, ci si scambia epiteti, è in corso un braccio di ferro che sembra preludere a guai grossi, qualcuno avverte che è il momento del bilancio interno, qualche altro sospende le ostilità, qualche altro ancora annuncia la pausa, e dopo pochi minuti l’Aula si svuota, con l’eccezione di quattro gatti intenti a leggere un giornale o ad aggiustare le applicazioni dello smartphone.  E comincia la sceneggiata, che dura pochi minuti, tre secondi per ogni pagina piena di numeri.

 

Tutti si fidano di tutti.

 

Per quale ragione la tempesta si placa, gli umori si distendono, le parole si misurano, i contrasti si appianano, l’area – prima mefitica – diviene respirabile, le pacche sulla spalla si sprecano, il bar si affolla di deputati, e tutto si svolge in un clima di scampagnata?

 

La risposta è semplice: Cicero pro domo sua, sospettavano i romani. Non è pensabile che la manifattura del bilancio tradisca le aspettative, magari c’è che si è ritagliato una fetta più importante per svolgere meglio il proprio lavoro, s’intende, ma tutto quello che si decide avrà una ricaduta equanime, non ci sono dubbi.

 

Ma a fare le carte non sono i deputati, i quali generalmente si limitano ad annuire, a dare qualche dritta, a chiedere qualche notizia – una tantum – a fare le carte sono gli assistenti dei deputati, i quali non sono affatto disinteressati, perché a loro va sempre bene. Non ci sarà parlamentare che avrà nulla da obiettare se gli esperti del Palazzo si annettono una parte cospicua del bilancio, migliorano i propri redditi, creano le condizioni perché la loro qualità della vita migliori. I deputati sanno che se vogliono svolgere con profitto la loro attività hanno bisogno come il pane di collaboratori attenti ed interessati, altrimenti è la fine.

 

Il secchio e la corda insomma. O culo e camicia, fate voi.

 

La cosa divertente, un po’ la legge del contrappasso, è che a guadagnarci davvero nel tempo sono coloro che restano nel Palazzo dopo la conclusione della legislatura. Per carità, non è che chi fa le carte lasci le briciole: i vantaggi vengono ripartiti con esemplare equilibrio, ma sempre in percentuale, la qualcosa permette a chi deve dare la benedizione ai nuovi oneri di ridurre il senso di colpa (occhi che non vedono, cuore che non duole), perché gli aumenti di stipendio del due o tre  per cento non fanno male a nessuno. È più che una foglia di fico, è un velario di scena, un elegante drappo di velluto damascato bello a vedersi e facile da digerire.

 

Che cosa accadrebbe se si riferissero i valori assoluti facendo sapere che quel tre per cento in più, tanto per fare un esempio, corrisponde allo stipendio di un professore di liceo con 25 anni di attività sulle spalle.