Salvatore Parlagreco

Un’altra settimana di passione, anzi di attesa. Ed ancora una volta dedicata al groviglio siciliano inestricabile e limaccioso del Pdl Sicilia alla ricerca dell’exit strategy e della coalizione di centrodestra infognata in veti incrociati. Mercoledì o giovedì il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, incontrerà Silvio Berlusconi. Gianfranco Miccichè dovrebbe vederlo prima, lunedì o martedi. Negli stessi giorni cruciali, il Premier e il suo stato maggiore assumeranno decisioni che dovrebbero segnare la continuazione o la fine della legislatura nazionale. La schizofrenia romana contagerà inevitabilmente tutto il resto e la questioe siciliana non potrà che rimanere al palo. Ma Lombardo, oltre che annunciare il suo incontro con il Premier, ha  sottolineato che il governo quater nascerà entro il 14 settembre. Sarà un governo tecnico e vi parteciperanno gli schieramenti che sottoscriveranno un patto di legislatura.

 

Le intenzioni del governatore sono chiare, meno chiaro il quadro politico che dovrebbe consentire il raggiungimento di questi obiettivi. Gli interlocutori principali si muovono entro spazi stretti. L’Udc non vuol sentire parlare di patto di legislatura, il Pd lo accetta ma solo se il governo non avrà nulla a che fare con i berlusconiani, ribelli e lealisti; il Pdl Sicilia ospita finiani e berlusconiani che non vogliono sentire parlare di Pd nel governo. E poi c’è il convitato di pietra, Berlusconi, il quale vuole tenersi buono Lombardo ma non gli può assicurare la non belligeranza del suo partito in Sicilia, né l’alleanza del Pdl Sicilia considerato virtualmente “fuori” dal Pdl secondo gli annunci del coordinatore nazionale Denis Verdini.  

 

In questo verminaio si compie la missione del governatore a Palazzo Chigi con il suo cahier de doleances e l’agenda di argomenti concreti (Fas, Comisio ed altro). Si scambieranno promesse e buone intenzioni, come in passato, e poi ognuno sarà costretto a rientrare nel verminaio.

 

Il Pd, che vuole un Lombardo antiberlusconiano, dovrà fare di necessità virtù: il governatore non è solo un leader politico, Palazzo Chigi è una sede istituzionale, il luogo in cui le questioni siciliani devono essere illustrate. Certo, i confini non sono netti, ed è indubbio che Berlusconi eserciti pressioni politiche su Lombardo, così come è indubbio che Lombardo non ponga “veti” e limiti a Berlusconi.

Lombardo ha ribadito di recente, con un eufemismo, che è improbabile che si ritorni alll’alleanza di centrodestra con il Pdl e l’Udc in Sicilia. Spazi angusti, dunque.

 

Lino Leanza, assessore regionale e braccio destro di Lombardo, ha inviato un messaggio al Premier in una intervista alla Sicilia di Catania, alla vigilia della missione romana del governatore. Se Berlusconi vuole salvare il Sud e la Sicilia, suggerisce Leanza, metta da canto piani straordinari, progetti e premesse miliardarie e faccia qualche telefonata alle persone giuste per dare alla Sicilia quel che gli appartiene. “Chiami il Ministro Tremonti e il Ministro Fitto dicendo chiaro e tondo do sbloccare quei cinque miliardui di fondi Fas…”.

 

Leanza ricorda la “dichiarazione di guerra” di ben 257 sindaci siciliani al governo nazionale, i progetti cantierabili di 390 comuni, i 6333 lavoratori in cassa integrazione (in gran parte in deroga, le attese dei ventimila precari e tanto altro ancora. Lasci nel cassetto, il Premier, il libro dei sogni e metta mano al portafogli, Leanza si ferma qui, ma il senso del messaggio è chiaro: il governo di Roma non traccheggi sul collasso della Sicilia, non ponga altre remore. Leanza invoca “giustizia” e pretende che non si ripetano episodi scandalosi, come l’uso dei Fondi Fas per il pagamento delle multe sulle quote latte degli iprenditori del Nord.

 

Leanza riflette anche sul nuovo governo e afferma di non capire perché mai politici competenti scelti dal popolo non possano farne parte, così come annunciato da Lombardo. Leanza dovrebbe fare posto a un tecnico se il governatore centrerà l’obiettivo del patto di legislatura, una prospettiva che naturalmente non gradisce, ma il suo ragionamento viene condiviso anche da una parte dell’opposizione, quella che si raccoglie sotto le insegne di “Innovazione”. Perché privarci di chi fa bene il suo lavoro, sostengono Papania, Genovese, Cardinale.

 

Il governo tecnico nasce dal bisogno di “sfumare” la partecipazione dell’opposizione almeno in una prima fase, ed è un bisogno rappresentato proprio dal Pd. E allora, come si spiega questa diversità di vedute all’interno della “nascente” alleanza?

Non si spiega, tutto qui.