Salvatore Parlagreco

(essepì) Anna Finocchiaro è diventata un personaggio insostituibile nel panorama politico nazionale. È in stato di grazia, l’opposizione le dona, come un abito cucito su misura da un grande sarto. Le sue parole scendono come una scimitarra sulla testa dell’avversario al momento giusto. Da qualche giorno Silvio Berlusconi è diventato un calabrone in un barattolo a causa del suo commento tagliente.

Proviamo a conoscerla meglio. Siciliana di Modica, ha dedicato metà della vita alla magistratura e l’altra metà alla politica. Quando fu eletta, anni Ottanta, non venne pronosticata una carriera. Pareva una delle tante “invenzioni” comunicazionali del Pci, che adattava le candidature alla necessità di inviare messaggi agli italiani. Corrispondeva alle onde emotive, stava dietro ai fatti di cronaca. Così ci fu il tempo dei cattocomunisti, quello dei congiunti delle vittime di mafia e il tempo delle donne, meglio se magistrato. Le scelte, dunque, erano una testimonianza, nient’altro che una testimonianza. Ci fu anche chi, da poliziotta molestata, si guadagnò lo scranno al Senato.

Il Pci era in grado di fare eleggere chiunque. Il partito era forte, disciplinato e obbediva alle decisioni del gruppo dirigente. Il centralismo democratico, tanto chiacchierato e vituperato, anche a sinistra, e che oggi, alle luce di quanto è avvenuto – il centralismo carismatico – è ricordato da qualcuno, e non a torto, con nostalgia.

 

Gli “ordini”, tuttavia, subivano la verifica degli elettori. Se le indicazioni di voto non fossero state ritenute valide, gli elettori avrebbero potuto respingerle. Ma questo non avveniva perché il partito era tutto e chi lo rappresentava godeva di credibilità perché altrimenti non avrebbe potuto rappresentarlo. Un circolo virtuoso, fede e passione, obbedienza militante.

Ciò non toglie che molti parlamentari, candidati per “testimonianza” civile, fossero cooptati. Alcuni di loro, è Anna Finocchiaro è fra questi, si sono meritati “dopo” la candidatura. La presidente del gruppo parlamentare del Senato è un “quadro” unanimemente apprezzato del Pd: garantisce efficienza, militanza, toni adeguati. È riuscita a non dire mai sciocchezze in quasi trenta anni di attività parlamentare, un record assoluto. Altra curiosità: è sempre in prima fila ma è come se scegliesse la platea. Non si tira indietro, non si nasconde, non s’intruppa per viltà, ma non sgomita, lascia che gli eventi s’incarichino di condurla al centro della scena. E quando ciò avviene, e avviene frequentemente, buca il video, non si fa sfuggire l’occasione. Ha vissuto con affanno i due anni del governo Prodi, che gli hanno assegnato il ruolo di inseguitrice. A Palazzo Madama la maggioranza di governo praticamente non esisteva ed a lei è toccato di stare dietro ai Turigliatto della situazione, a braccarli, a convincerli a inseguirli giorno dopo giorno. Giorni difficili, talvolta terribili, che però le hanno assegnato la palma della tenacia e della determinazione.

La candidatura alla presidenza della Regione siciliana, calata dall’alto a causa della proverbiale “impreparazione” della sinistra siciliana alle leadership istituzionali, è l’unico episodio sfavorevole della sua “militanza”. Walter Veltroni la precettò, non potè tirarsi indietro. Ma si fece promettere che sarebbe tornata a Roma in caso di insuccesso. E così è avvenuto. In Sicilia avrebbero voluto, invero, che restasse a Palazzo dei Normanni: le sarebbe spettato il ruolo di capo dell’opposizione. E questo ha suscitato qualche mugugno. Acqua passata, comunque. Anna Finocchiaro “vola” che è un piacere. È una bella donna, tipicamente siciliana, cui gli anni hanno regalato eleganza, pacatezza e carisma.

Quando le telecamere si sono affollate attorno a lei, il presidente del Consiglio aveva appena concluso la sua informativa a Palazzo Madama, ha commentato il discorso del premier con una metafora efficace: “Berlusconi sembra un calabrone dentro a un barattolo. Un volo rotto, spezzato, sbatte continuamente contro l’impossibilità di dare spessore e qualità al programma e forza all’azione di governo".

Il “calabrone” ha lasciato il segno. È entrato ovunque, con l’eccezione del Tg1 di Minzolini naturalmente. Tanti ricordano il calabrone, pochi le parole del presidente del Consiglio.