Angelino Alfano porta in Sicilia i suoi affanni, vuole provare a capire, con l’aiuto di tanti ospiti, quante opportunità il destino gli assegna di fare del predellino, un partito politico. Non è Mandrake e non ha la bacchetta magica, e non può usare nemmeno la moral suasion verso chi ha autorità e strumenti di persuasione idonei per realizzare la metamorfosi. Perché di questo si tratta, di una metamorfosi, e non di un’evoluzione verso una forma partito che consegni ai militanti, simpatizzanti e “promotori” di qualcosa, un “dopo” all’ormai inarrestabile mesto, forse anche drammatico, tramonto del Grande Timoniere.
Ad Angelino, siciliano abituato all’obbedienza ed all’attesa, è toccato il lavoro più difficile: scodellare il predellino sotto gli occhi ancora pieni di superbia di chi l’ha inventato e trasformarlo senza sconfessarlo.
Non ha una ricetta. La costituente popolare che ha evocato come approdo richiede che Silvio Berlusconi si faccia da parte e che Pier Ferdinando Casini partecipi all’impresa (e finora non ne ha proprio voglia). Può contare sulla benevolenza della Chiesa di Ruini, sul pragmatismo della Chiesa di Bagnasco, sulla cautela della Chiesa di Bertone, ma è ben poca cosa: raccogliere la diaspora cattolica, sparsa nei partiti di centro e centrosinistra, oltre che (in posizione frondista) nello stesso centrodestra, non è possibile se il Cav resta dov’è.
Inoltre, di ricette ce ne sono altre. A cominciare da quella cattolica che si approvvigiona alla stessa fonte, la costituente popolare, per trarne le conseguenze: costruire un partito popolare che accolga quel che di buono c’è nel Pdl ed apra ai laici di “confessione” diversa (liberali, repubblicani, socialisti). Questa posizione è rappresentata da Roberto Formigoni e può contare su una cauta disponibilità di Maurizio Lupi e sulle rivendicazioni politiche di Beppe Pisanu, oltre che su una ufficiosa attenzione della Conferenza episcopale. L’obiettivo è togliere di mezzo, senza traumi, Silvio Berlusconi e costruire una forza politica (di centrodestra) che possa competere a fronte alta con l’opposizione, impedendo a radicali, vendoliani, dipietristi e “sinistri” del Pd, di mettere in discussione i principi non negoziabili.
C’è poi la ricetta liberale, illustrata con rabbiosa determinazione dall’ex ministro, il siciliano Antonio Martino, americanista convinto ed assertore di un nuovo ordine economico, politico e morale (dei mercati). Accanto a Martino agiscono i laici Galan e Scajola, che si richiamano piuttosto alle originarie opzioni, perdute per strada, dalla discesa in campo del premier: sono nostalgici della “marcia” su Roma del vento del Nord, che spirò così forte da giungere in Sicilia e conquistarla in men che non si dica. Fosse per loro, Galan e Scajola, cancellerebbero il partito che è venuto dopo e, soprattutto, il suo nume tutelare, Giulio Tremonti, lo statalista di formazione socialista, che ha cambiato le carte in tavola e tradito spudoratamente gli elettori azzurri e quelli del predellino con tasse a gogò.
C’è la ricetta dei terminators, i Sallusti, i Santanchè, gli Stracquadanio, coloro che credono nella “rivoluzione”, nella piazza, nell’occhio per occhio, nel metodo Boffo, nella guerra senza quartiere alle toghe golpiste, nella maggioranza militarizzata del Parlamento e “sognano” di annichilire gli avversari, sconfiggendoli sul loro stesso terreno: colpo su colpo, calunnia contro calunnia, diffamazione contro diffamazione, intrigo contro intrigo.
Angelino deve tenere conto delle ricette, ma deve soprattutto guardarsi da chi, come Altero Mattioli, ha detto chiaro e tondo che la sua investitura non fa testo, o come Formigoni, che sostiene la necessità di tornare alle regole della democrazia, senza eccezione alcuna, a cominciare dal segretario.
Gli scenari che le ricette propongono, tuttavia, hanno il difetto di non contenere ciò che sta fuori il Pdl, e cioè la Lega Nord, il Terzo polo, le alleanze attuali e quelle possibili. Umberto Bossi ha ucciso sul nascere il ritorno dell’Udc nella maggioranza con conseguenze nefaste per la costituente popolare vagheggiata da Angelino e il partito popolare proposto da Roberto Formigoni.
I liberali – Galan, Martino e Scajola – non hanno dalla loro parte i fedelissimi del Cav, da Gelmini a Frattini, Carfagna, Prestigiacomo, e non possono contare sull’area cattolica, da Pisanu a Sacconi, Lupi ed altri. La nostalgia azzurra non fa presa, e la fine di Tremonti, tornato accanto ai leghisti, è legata a vicende politico-giudiziarie nebulose.
Angelino, dunque, dispone delle difficoltà e delle incertezze altrui. Ma non dispone del tempo, perché i fatti vanno veloci: la crisi economica spaventa e allarga il dissenso verso il governo ed il centrodestra vistosamente, le bravate notturne (e diurne) del premier provocano sconcerto, indignazione e irritazione. E c’è un referendum alle porte che potrebbe essere combattuto con una nuova legge elettorale o con lo scioglimento del parlamento e il ritorno alle urne. Una iattura, quest’ultima, perché a vincere sarebbe l’opposizione.
