L’evoluzione degli eventi è frenetica, ma i fatti non cambiano. Com’è possibile? Niente paura, non vediamo le cose sottosopra,, né siamo diventati strabici o visionari: il punto è che i fatti si compiono all’interno delle persone che li vivono. È poco ciò che capita con i peccati di carne. Innamoramenti, sguardi furtivi, passioni irrefrenabili percorrono lunghi tratti di strada nel cuore e nella testa degli uomini.
Non c’è accostamento più blasfemo di quello che l’avvicina agli affetti. Non è che non ci siano del tutto, ma assecondano i bisogni prioritari. Le amicizie e i forti legami, di qualunque natura, sono cementati da solide convenienze.
Ed è a questo punto che entra in scena nel nostro strampalato incipit Massimo Costa, e con lui, accanto a lui, il suo amico di sempre Francesco Cascio. Il partito – Silvio Berlusconi e Angelino Alfano – hanno invitato il presidente dell’Ars a non traccheggiare più con la candidatura per Palermo, e siccome è entrato nell’agone il suo giovane sodale Massimo Costa, deve decidersi e fare la sua parte. Una prova di fedeltà, una specie di esame finestra per Cascio, cui è stato difficile finora sottrarsi.
Il pressing esercitato con insistenza su Cascio, però, è bene precisarlo, ha un risvolto meno commendevole: siccome si dice che tu abbia in qualche modo incoraggiato o, se non altro, abbia lasciato fare Massimo Costa, che è stato uno dei nostri fino a ieri, ora devi metterci la faccia, altrimenti rischiamo la dèbacle, visto che il giovanotto pesca nello stesso giardino, non solo fra i terzopolisti che l’hanno proposto.
Il ragionamento parte da due presupposti tutti da dimostrare: che Massimo Costa “ascolti” Francesco Cascio, e che ci sia stata una valutazione comune sulla candidatura.
Costa lo nega, Cascio pure. Ma pochi ci credono. D’altra parte non sarebbe la fine del mondo se si scoprisse che i due ne abbiano parlato, in considerazione di una vecchia frequentazione.
Questa la premessa. Fino a 48 ore fa, si discuteva del più e del meno. Poi Cascio è andato a Roma per presentarsi allo stato maggiore del Pdl e si è subito sparsa la voce del suo assenso alla candidatura, corroborata da autorevoli conferme. Poche ore più tardi, cinque o sei ore, Massimo Costa ha chiesto il sostegno alla sua candidatura al Pdl, specificatamente. Lo aveva fatto giorni or sono Lorenzo Cesa, e prima di lui, Gianpiero D’Alia, coordinatore regionale del partito. L’Udc, da qualche tempo, non ama Raffaele Lombardo e fa di tutto per non essere riamato. Sanno bene nel partito di Casini che sia il governatore quanto i finiani del Fli non intendono patteggiare e allearsi con il Pdl: l’hanno detto e ridetto mille volte. Nonostante ciò, e ciò meriterebbe una riflessione, loro battono e ribattono.
Massimo Costa non teme conseguenze da parte dei finiani e di Lombardo, altrimenti sarebbe stato più cauto, ma – d’altra parte – non poteva starsene zitto per due ragioni: la prima, Francesco Cascio era stato messo alle strette e aveva bisogno di una ciambella di salvataggio; la seconda, che tutto sommato portare a casa i consensi del Pdl, quel che rimane, sarebbe stata un’operazione risolutiva.
Cascio non può non avere apprezzato: se Massimo Costa diviene il candidato della grosse koalition Terzo Polo-Pdl, regala, il presidente dell’Ars passa alla storia come Don Giussani per Comunione e liberazione, il costruttore della nuova alleanza di centrodestra.
In queste ore gli spin-doctor cercano di trovare un escamotage per superare le divergenze parallele e trarre vantaggio da una candidatura in grado di battere il centrosinistra unito (sulla carta). Dovrà essere accettato dal governatore e dai sostenitori del governatore in campo avverso, nel Pd. Se Mpa e Fli virano a destra, la maggioranza all’Ars si squaglia, la qualcosa fa felice il Pdl di Casciuo e, forse, l’Udc di D’Alia, ma non gli altri.
