(essepì) Angelino Alfano sta a Gianfranco Miccichè, come Papa Benedetto XVI a Marco Pannella. Sono agli antipodi, eppure per un lungo tratto si sono sopportati. Fino a quando Angelino ha fato il sorpasso e nell’Isola che gli ha dato i natali è diventato, di fatto, il numero uno con buona pace del presidente del Senato, Renato Schifani, che per funzione dovrebbe stare avanti, ma per carisma, savoir faire e “sguardo” panoramico sta dietro. E qui una parentesi s’impone, perché non è fuori tema. E questo vantaggio non se l’è conquistato da un giorno all’altro, ma nel tempo, la qual cosa significa che non si tratta di un vantaggio effimero e che le risorse per ottenerlo meritano considerazione.
Significa anche che amcora una volta i palermitani – e Renato Schifani lo è in larga misura – hanno il fiato corto e anche quando stanno per tagliare il traguardo, si fanno raggiungere e finiscono con il perdere la gara. Praetor pauca non curat, suggerivano i nostri antenati, inascoltati dalle parti di Panormus.
La politica è una specie di grande "boucle" che non finisce mai: tornanti, pavè, cadute, sorpassi e improvvise crisi.
Bene, Angelino non ha mai avuto una crisi, ha navigato in ogni condizione di mare senza soverchiare i competitors, magari chiedendo scusa quando ne sorpassava uno.
Ed ora è arrivato in alto. Molto in alto. Il fatto che si parli di lui come del possibile delfino di Silvio Berlusconi equivale a guadagnare il palcoscenico di Sanremo. Magari non vinci ma essere arrivato là non farà mai dimenticare al pubblico che ci sei.
Che non si tratti di una pole position vera e propria lo sappiamo tutti e che il Premier lo abbia voluto mettere in testa per fare dispetto a quelli che sgomitano e farli stare tranquilli è essai probabile, ma stare in cima è sempre un bel risultato.
Naturalmente non sono rose e fiori. Bisogna stare dietro al Capo anche quando dice o fa cose insensate, e qualche volta prendersi rimproveri ingiusti e frustranti com’è capitato recentemente quando c’era da mettere in campo in quattro e quattr’otto , il muro anti-processi e lui, Angelino, si guardava attorno per evitare reazioni aspre, fuoco amico e fuoco nemico. Il Capo lo ha messo in riga: o getti il cuore oltre l’ostacolo o te ne vai, tanto ne trovo più d’uno che possono stare akl tuo posto. Verità sacrosanta, non c’è dubbio, vista nell’ottica del Cav, che riesce ad essere rude e definitivo alla vigilia delle udienze nei tribunali milanesi.
L’avvertimento non ha avuto seguito, Angelino si è mobilitato e ha dismesso i panni del Guardasigilli per indossare quelli, molto più adatti alla circostanza, di braccio destro del Premier. Pur essendo obbligato a vestire “alla marinara”, Angelino è riuscito ad essere sobrio, in generale, ed insieme ad esercitare la funzione assegnatagli (nei talk show) con grande passione.
Che peccato, ci siamo detti, sarebbe un buon ministro della Giustizia se non dovesse inseguire i pm e i giudici che si occupano di Silvio Berlusconi. Un moto dell’animo, nient’altro. La realtà è ben altra: bravo o no, non sarebbe dove si trova se non ci fosse stato qualcuno, come Silvio Berlusconi, a mandarcelo. Sarebbe magari un ottimo avvocato, un buon deputato e nient’altro.
Pazienza, dunque. In politica si trangugia anche il fiele quando è necessario.
La dissertazione sul ministro siciliano della Giustizia ci è stata richiesta da una intervista dallo stesso rilasciata alla Stampa di Torino, che lo presenta come uno dei possibili successori di Silvio Berlusconi “secondo alcune indiscrezioni giornalistiche”(quando i giornalisti addebitano a indiscrezioni giornalistiche ciò che scrivono raggiungono l’acme della furbizia…).
Che cosa dice d’importante Alfano?
Niente, assolutamente niente, eppure il niente fa notizia eccome, perché dipende da chi lo dice, come lo dice e in quale circostanza. Se il niente è legato a vicende, chiacchiere e gesti di cui si discetta, allora viene preso in consioderazione e diventa oggetto di dibattito.
Il niente, stavolta, è la successione a Silvio Belrusconi, argomento del quale il ministro si occupa, fra gli altri. E se ne occupa per avvertire amici di partito e altri che la questione non è all’ordine del giorno. Non è la prima volta che questo avvertimento arriva da Arcore e dintorni. Il fatto che giunga dal possibile delfino di Berlusconi, gli fa guadagnare un sapore diverso. E’ come una excusatio non petita, accusatio manifesta. Non del tutto, invero, ma quasi. Ma non sarebbe giusto sfruculiarlo ancora su questo. Angelino aveva da fare sapere alla platea che conta nel Pdl che lui è il primo ad essere convito che non è il momento di spartirsi l’eredità. Riuscirà a placare coloro che si sentono eredi? Propendiamo per una risposta negativa, ma sono fatti loro.
"E’ da quando, ragazzino e giovane consigliere provinciale, vidi cadere il governo Berlusconi nel ’94 che sento parlare di successione”, ricorda Alfano nell’intervista. “E’ un argomento di cui si parla dal ’94, ma da allora tanti possibili eredi sono stati costretti a fare loro testamento. La mia opinione e’ che la vicenda politica di Berlusconi avra’ un nuovo inizio con le Regionali: con tre anni di fronte e senza altre elezioni c’e’ il tempo congruo per fare le riforme".
"Io credo -aggiunge poi il Guardasigilli riferendosi alle vicende interne al Pdl- che il coordinamento nazionale abbia lavorato bene ed e’ impegnato tuttora nella sfida per le regionali che ci vedono governare solo 2 delle 13 Regioni dove si votera’. Lasciamoli lavorare in pace, quindi, per aiutarci a vincere".
Giusto, ma Denis Verdini è finito nella graticola dei pm di Firenze, così come Guido Bertolaso, gli uomini più vicini al cuore del Premier, che se l’è presa prima con le toghe per il loro coinvolgimento e poi con il vertice del Pdl, cui ha addebitato manovre ed intrighi di cui non sappiamo niente in dettaglio. Ma se il Cavaliere ne ha fatto oggetto di rimostranze, una ragione ci deve essere.
