Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, a conclusione del congresso ha annunciato la svolta della strategia del suo partito. Non più un partito di opposizione e non solo nelle piazze, ma un partito che vuole costruire l’alternativa di governo al centrodestra dominato da Silvio Berlusconi. Il nuovo obiettivo strategico dovrebbe connotare atteggiamenti e comportamenti pragmatici, la rinuncia alla contestazione “globale” e alleanze strategiche. Non si può puntare al governo con il sei per cento dei voti, non sarebbe credibile. Il Partito Democratico torna il compagno di viaggio che avrebbe dovuto essere all’inizio della legislatura dopo il patto che permise all’Idv di arrivare in Parlamento grazie a Walter Veltroni, patto che – com’è noto – non fu onorato dalla costituzione di un gruppo parlamentare unico, come era previsto che fosse. L’alternativa di Di Pietro sta dentro le corde del partito di governo disegnato dai democratici sia nella prima fase veltroniana quanto nelle successive segreterie di Franceschini ed oggi, Bersani.
C’è stata una evoluzione “tattica” – dalla solitudine alla coalizione – ma l’obiettivo è rimasto il partito di governo. La scelta dell’IDV, dunque, appare funzionale al nuovo PD e, tutto sommato, lo sarebbe stato anche per il vecchio PD, dal momento che Veltroni esercitò l’unica opzione possibile alla strategia “solitaria” proprio a favore dell’IDV. L’alternativa democratica, dunque, torna a far parte del quadro politico nazionale. Essa ha rappresentato un passaggio cruciale nella storia della sinistra, ma non ha vissuto che di annunci e diversioni tattiche. Non si è mai tradotta in successo politico. Il Psi la proclamò sul finire degli Anni Settanta, trovando il Pci critico. Il Pci la perseguì dopo il compromesso storico, trovando il dissenso socialista. Questa fase politica, percio’, appare di grande interesse alla luce degli eventi di questi giorni.
Il carisma di Berlinguer è più forte delle sue sconfitte negli ultimi anni della sua vita. Coloro che non ne approvano le decisioni, apprezzano il suo rigore e l’onestà, restano affascinati dal suo stile sobrio e austero. E’ un decisionista, quanto e forse più di Bettino Craxi, ma nessuno gli addebita le scelte che prende in solitudine, senza consultare gli organi di partito e, talvolta, in contrasto con essi. I compagni credono che sia nel giusto fino a prova contraria, e quando la prova contraria arriva, trovano una buona ragione per approvare comunque il suo operato. Non si tratta d’indulgenza, ma di rispetto e fiducia, di consuetudine al riserbo e alla disciplina. Solo molti anni dopo la morte di Berlinguer, alcuni dirigenti comunisti riveleranno, con grande pudore, di aver dissentito e di non aver condiviso le posizioni del loro leader proprio sul terreno dei rapporti con il Psi. Non solo con il Psi craxiano, ma con il Psi di De Martino, che si era dissanguato per favorire l’ingresso del Pci nella maggioranza di governo. Il dissenso silenzioso addebitava a Berlinguer soprattutto la contraddittorietà della linea politica nata sulle ceneri del compromesso storico, linea che egli chiamò "alternativa democratica".
L’esperimento di convivenza parlamentare con la Dc è fallito, Berlinguer teme di rimanere invischiato nella palude democristiana e paventa il logoramento dell’immagine del partito, che la sconfitta elettorale del giugno 1979 ha annunciato in misura vistosa. "Come si può parlare di alternativa – si chiederà Lama – e andare in rotta di collisione con il Psi?". Certo, osserva l’ex segretario della Cgil, "il Psi non aveva mai smesso di lavorarci ai fianchi. L’aveva fatto durante l’unità nazionale, e poi aveva continuato anche dopo. Lo faceva talvolta da posizioni di sinistra proprio mentre, nel 1980, era tornato al governo con la Dc, nel ministero Forlani. Per di più, questo Psi non si voleva pronunciare per l’alternativa, e non ci risparmiava colpi di spillo. [...] Era logico, dunque, che nel Pci ci fosse irritazione e anche un’ostilità crescente verso i socialisti". Tutto questo, tuttavia, non giustifica l’operato di Berlinguer. "Sarebbe stato meglio – lamenta Lama – darsi un obiettivo e lavorare per concretizzarlo. Non serviva certo aprire un fronte di ostilità pregiudiziale verso Craxi e i suoi". Verso il Psi, Berlinguer nutre sentimenti di astio e di fastidio.
I socialisti giocano tutte le loro carte per fare entrare il Pci nell’area di governo, e il Pci affonda la proposta lanciando il compromesso storico; il Psi chiude l’esperienza del centrosinistra e propone l’alternativa, ma il Pci fa sapere di non essere in alcun modo interessato a una siffatta prospettiva, e che anzi essa non è praticabile anche se i partiti di sinistra raggiungessero la maggioranza dei consensi. Conclusa la fase della solidarietà nazionale, il Pci scopre l’alternativa che qualche anno prima, proposta dal Psi, aveva escluso seppellendola con l’impraticabilità del 51%; ma la scopre quando il Psi ha compiuto da solo un pezzo di strada, persuadendosi del fatto che l’Italia ha bisogno di stabilità e di governabilità, non di formule. La sequenza fa nascere il sospetto che il Pci abbia lavorato di fino per trovarsi su opposte posizioni ai socialisti e che i socialisti, a loro volta, lo abbiano aiutato, assumendo delle decisioni a dispetto. Parafrasando Robespierre, nella sinistra italiana c’erano due partiti: quello dei buoni e quello dei cattivi. Il primo era il Pci, a giudizio dei comunisti. E’ inutile girarci attorno: il nemico del Pci di Berlinguer fu Craxi, perché questi incarnava tutto ciò che il segretario dei comunisti non apprezzava. Non sarebbe mai stato dalla sua parte.
Una questione di pelle? Non del tutto. Un buon comunista, e Berlinguer lo era al sommo livello, non fa prevalere mai gli umori: può soggiacere qualche volta a essi, ma non li subirà mai al punto da lasciarli trapelare sul volto e devastare la sua parte politica. Il leader del Pci lasciò che l’irritazione abitasse in lui perché credeva che i socialisti fossero temibili avversari e, soprattutto, alleati indegni e inaffidabili. I predecessori di Berlinguer, del resto, non erano stati affatto teneri con il Psi, tutt’altro. Gli abbracci dei comunisti soffocano il partito di Nenni, la lunga guerra fra comunisti e socialisti logora il partito di De Martino. Il Pci predica l’unità e combatte il Psi, ma predica la guerra contro la Dc e offre sponde politiche ai democristiani. Berlinguer aggiunse di suo l’acrimonia, l’avversione per un personaggio, Bettino Craxi, che ritiene impresentabile. C’era anche dell’altro.
La fine del compromesso storico non è indolore, Berlinguer pensò di dover fuggire da esso senza lasciar traccia, preoccupato che il suo partito fosse stato sfigurato da quell’esperienza. Che fosse persuaso degli effetti negativi dell’alleanza, lo dimostra il rimprovero che indirizzò al gruppo dirigente dopo avere rotto con la Dc. La proposta politica, disse, non è stata capita, è stata ritenuta una scorciatoia per il potere. Queste convinzioni lo indussero a correre ai ripari, scegliendo ciò che avrebbe tagliato i ponti alle spalle: l’alternativa, una strada impraticabile, quasi una espiazione. Espiazione di quali peccati? Le rinunce e i sacrifici pretesi dalla classe operaia sull’altare dell’austerità rivoluzionaria?
L’analisi politica rischia qui di sconfinare nella psicoanalisi, un sentiero in cui è inutile avventurarsi in mancanza di indizi. Mi attengo, perciò, rigorosamente ai fatti: il comitato centrale del Pci approva la politica della solidarietà nazionale, distinguendo giudiziosamente fra validità della proposta – alleanza con la Dc – e i risultati fallimentari dell’esperienza del gabinetto Andreotti. Disapprovarla avrebbe significato sconfessare il segretario, ammettere l’errore. Appena venti giorni dopo la riunione del comitato centrale, Berlinguer, però, seppellisce per sua scelta la solidarietà nazionale, denunciando l’intesa con la Dc, perché ritiene che occorra in fretta lasciarsi alle spalle quell’infelice stagione politica. Egli tradisce una tale fretta da rendere goffa la decisione, assunta in perfetta solitudine, come era avvenuto per il compromesso storico. Il partito è costretto a rincorrerlo, per offrirgli buone motivazioni e solidarietà. Torno alla testimonianza di Lama: "Del Berlinguer di quel periodo – confessa – mi piaceva l’onestà, la tensione morale, il suo concepire la politica come un insieme di atti vissuti intensamente e in cui credere, il rifiuto del cinismo, il suo opporsi alla politica politicante".
Il segretario del Pci, dunque, si sentiva addosso la responsabilità del governo di solidarietà, temeva l’abbandono irreversibile della vocazione del partito, cioè l’opposizione, e si preoccupava che il potere seppellisse il carattere, i valori, le idee e le intenzioni dei comunisti. Giusto come era accaduto ai socialisti. Visse quel rischio come un incubo. Ma questa potrebbe essere solo una parte della verità. Il terremoto dell’Irpinia turba profondamente Berlinguer, gli aiuti arrivano in ritardo, le condizioni delle popolazioni colpite dal sisma sono terribili a causa dell’inefficienza dei soccorsi, e il presidente Pertini, per di più, critica ferocemente in televisione la disorganizzazione e le lentezze, comportandosi come il rappresentante di un partito d’opposizione invece che come la massima autorità della Repubblica. Berlinguer ne rimane talmente colpito da trarne infausti auspici per il suo partito? È probabile. Ricordo che il compromesso giunse all’indomani della tragedia cilena: la sua fine è segnata dalla tragedia irpina. Semplici coincidenze?
La goccia che fa traboccare il vaso? Il segretario comunista non soggiace alle emozioni, interpreta i sentimenti e le opinioni prevalenti. Non bisogna confondere i turbamenti individuali con la spinta emotiva suscitata da una catastrofe o da un golpe sanguinoso. Berlinguer non usa l’evento, si sente parte della tragedia collettiva, la vittima e l’esorcista, il vendicatore e il pacificatore. E, tuttavia, finisce, consapevolmente, con l’adattare le sue decisioni agli eventi, perché sa che così le decisioni verranno capite da tutti. Nei giorni che seguirono, agì sull’onda del bisogno prevalente: riconsegnare al Pci i simboli della lotta dura. Abiurò alla formula della solidarietà nazionale per sostituirla con una impraticabile alternativa democratica, seppellendo l’opzione che fin dal 1944, anno della svolta di Salerno, in qualunque stagione della politica il Pci aveva tenuto in piedi. Mentre il partito s’interroga sull’esito fallimentare del compromesso e della solidarietà, cercando una via d’uscita, Berlinguer riporta il Pci davanti ai cancelli della Fiat di Torino, il luogo simbolo dell’operaismo comunista. Il picchettaggio aveva reso inaccessibile da più di un mese la fabbrica. Chi vuole recarsi al lavoro, non lo può fare. L’ala dura del sindacato non ammette deroghe. Lo scontro è così aspro da travalicare le ragioni della vertenza. La Fiat vuole licenziare sessantuno delegati sindacali cui addebita l’ingovernabilità della fabbrica. Ritiene che si tratti di estremisti rossi, appartenenti all’area dell’anti industrialismo. Una larga maggioranza di operai preferirebbe collaborare con il padrone piuttosto che affrontare lo scontro duro. Ben sedicimila lavoratori, rispondendo a un questionario commissionato dai comunisti torinesi, scelgono infatti la linea della cooperazione. E la lista dei sessantuno delegati sindacali da licenziare viene concordata con il Pci torinese, seriamente impegnato nella lotta all’estremismo. Berlinguer parla davanti ai cancelli della Fiat, offrendo la piena solidarietà del partito alla "sacrosanta" rivendicazione degli operai.
La risposta arriva presto, e non è una bella risposta. Quarantamila dipendenti della Fiat, in prevalenza dirigenti e quadri intermedi, sfilano in corteo per le vie di Torino. Non un cartello, né una protesta. E’ un serpente muto che attraversa la città attonita: Torino e il Pci scoprono così che la classe operaia non governa più la fabbrica. Il corteo, battezzato "maggioranza silenziosa", subisce indebite connotazioni politiche, che gli attribuiscono intenzioni e schieramenti che non ha. Il sindacato considera questa protesta come l’icona del blocco conservatore, perché a sfilare sono i quadri della fabbrica e non gli operai e perché è stato espresso un dissenso allo sciopero. E’ facile far credere che l’iniziativa fosse ispirata dall’azienda. Ma è falso e nessuno meglio del sindacato e dei comunisti torinesi sa che la marcia dei quarantamila è una reazione spontanea all’ingovernabilità degli stabilimenti, e che i lavoratori, a qualunque livello, espropriati delle funzioni dai comitati di fabbrica, non tollerano più il dispotismo "sindacale" nella gestione dell’azienda.
La manifestazione dei quadri fu la risposta all’illiberalità, all’occupazione della fabbrica, al capovolgimento dei ruoli di responsabilità. Berlinguer non sapeva? Fu ingannato dal partito torinese e dal sindacato? O sapeva e scelse ugualmente i cancelli della Fiat per ritornare ad abbracciare la classe operaia? Comunque sia, legittimò una posizione minoritaria e rese riconoscibile il ritardo culturale del Pci. Solo vent’anni dopo si sarebbe saputo che il Pci era coinvolto sia nella compilazione della lista dei sessantuno sia nel questionario. Perché è stato mantenuto tanto a lungo il segreto sulla vicenda? Confessare di aver partecipato a una lista di proscrizione, seppure sacrosanta, è duro; almeno quanto rinunciare all’opportunità di utilizzare la lotta operaia alla Fiat, come icona del ritorno comunista all’opposizione al regime, al fine di assecondare l’emergenza ideologica del Pci. La lista e il questionario dimostrano in modo inequivocabile che i comunisti, pur sapendo come stavano effettivamente le cose, hanno sposato lo scontro duro. Invece che solidarizzare con gli operai e con i dirigenti, solidarizzarono con i "duri e puri", pochi mesi dopo aver predicato l’austerità rivoluzionaria, le rinunce e i sacrifìci sull’altare del compromesso storico.
La rapidità con la quale i comunisti passarono dall’eticismo pauperistico richiesto dall’austerità “rivoluzionaria” allo scontro con il padronato, e mutarono comportamenti, obiettivi, strategie, tattica, volontà e proposte, resta una scelta sconcertante. Non esiste prova che Berlinguer sapesse dell’accordo tacito sulla lista e degli umori prevalenti in fabbrica, ma esiste la prova di come i comunisti non capissero il proprio tempo e credessero di poter portare indietro di dieci anni l’orologio della storia per ricominciare da capo, cancellando la stagione del compromesso. Il massiccio intervento pubblico aveva destrutturato il mercato, creato isole di privilegio e squilibri; la classe operaia non era più il motore dell’economia, ma una componente del lavoro della fabbrica, i quadri intermedi contavano quanto gli operai. Il progresso tecnologico stava creando nuove professioni, nuovi ceti, nuovi interessi che non erano rappresentati né dalla politica né dal sindacato.
Questi nuovi soggetti sociali erano nemici naturali delle corporazioni e del protezionismo sindacale; pretendevano l’efficienza, l’accesso alle conoscenze, il taglio della burocrazia, una qualità dei servizi commisurata al reddito e alla contribuzione fiscale, il riconoscimento dei meriti senza nicchie e privilegi. I cancelli di una fabbrica chiusa per sciopero e vigilata dai picchetti operai in assetto anticrumiraggio, dunque, non erano più il simbolo della lotta alle ingiustizie, e il loro presidio non significava stare dalla parte dei deboli, degli emarginati, delle vittime dell’autoritarismo padronale. Il Pci non lo capì. Ragionava e agiva come se niente fosse avvenuto. Era stato sorpassato dalla storia e non se n’era accorto, rivelando una totale incapacità di analisi della realtà e di rilettura critica del passato. "Ci rimproverano di essere comunisti. Vorrebbero che rinunciassimo", lamenta con ironia, Berlinguer allorché Eugenio Scalfari, in un editoriale, lo sollecita a prendere atto del presente e a fare i conti con il passato. Sarebbe, per il segretario del Pci, come spogliarsi del partito, tradirlo, perdere la "fede" dei militanti.
Berlinguer pretende di coniugare leninismo e riformismo, centralismo democratico e partecipazione, austerità rivoluzionaria e picchettaggio ai cancelli, diritto di veto sugli atti di governo ed egemonia dell’opposizione, atlantismo e mantenimento del rapporto con Mosca, società marxista e mercato. La quadratura del cerchio, insomma. O la convergenza degli opposti, che stimolava il plauso di intellettuali comunisti di primo piano, come Asor Rosa, il quale giudicò le profonde contraddizioni del Pci "una felice ambivalenza" per il fatto che rendevano superfluo ed obsoleto il Psi.
