Tutto ciò che accadeva era la solitudine senza rimedi: si era insediata nell’animo come una crepa nella parete di gesso. Parlava senza parlare, quasi che la sua ansia sorda potesse essere guarita con un fiume di parole. Dette o semplicemente annunciate.
Da che cosa fosse originata questa condizione d’animo così inconsueta dovette chiederselo tante volte con grande pena negli ultimi giorni di vita, senza trovare risposte plausibili.
E come avrebbe potuto?
Quel comportamento gli era estraneo: aveva corteggiato il silenzio per tutta la vita, regalandogli di tanto in tanto il piacere di una battuta, un gesto di considerazione, e aveva indossato la maschera dell’uomo taciturno ed impenetrabile senza concedersi alcuna pausa. Ora che la solitudine sembrava togliergli il respiro, le parole si prendevano la rivincita.
Tutto ciò era incomprensibile al generale quanto manifesto per coloro che vivevano gli ultimi giorni con lui. Il pensiero che il figlio maggiore, Vincenzo, a trentasette anni, stesse combattendo una battaglia persa con la morte, a causa del cancro, non l’abbandonava un istante. Gli pareva inaccettabile la stessa idea che questo stesse capitando a lui e non potesse opporvisi. Non sopportava l’inesorabilità del verdetto, la sua impotenza e, a causa di ciò, sentiva un inesprimibile senso di colpa, che lo disorientava. Tre mesi, gli avevano detto. Il figlio aveva tre mesi di vita. I suoi settantaquattro anni gli parvero un privilegio inammissibile del quale rispondere al Padreterno.
Inebetito da quella profezia Vito Miceli aveva forse cercato riparo, senza trovarne. La moglie Giuseppina, dal canto suo, si teneva i guai dentro e sopportava la terribile notizia del cancro di Vincenzo insieme alla morte lenta, ma altrettanto sicura, che le avevano pronosticato a causa di un tumore.
L’animo esacerbato, la ragione sequestrata, il generale era diventato debole, inquieto, iracondo. Come stanare quel nemico infido ed inafferrabile che stava ghermendo la vita di Vincenzo?
Il vecchio soldato non c’era più. Con il trascorrere dei giorni, si accorse di stare consegnandosi a quel mondo debole e irragionevole che aveva guardato sempre con diffidenza e dal quale era stato lontano, sorridendo della sua fragilità. Invece che chiudersi nel silenzio, però, con il passare delle ore l’insofferenza verso coloro che lo distoglievano dalla cura maggiore, la malattia del figlio, liberava il suo istinto, offrendogli una pozione velenosa di libertà.
Prometteva importanti rivelazioni, annunciava solennemente memoriali e diceva di non sentirsi più vincolato dal dovere di tacere, un dovere per il quale aveva rinunciato a tutto, perfino al suo onore di soldato, accettando la galera come un cilicio.
Smaniava, straparlava, s’inquietava per un nonnulla, arrendendosi ad un sofferenza sconosciuta. Addebitava l’incontenibile necessità di parlare degli spropositi di quei ministri che nel 1990 stavano rivelando i segreti a lungo custoditi gelosamente "perché la patria non avesse a subirne le conseguenze". Non ammetteva nemmeno a se stesso di stare tradendo i suoi principi. Non era più lui, e non lo sapeva. Almeno, non ne era consapevole fino in fondo.
Non ebbe mai piena coscienza della metamorfosi che stava subendo. Quell’ansia sorda, che lo inseguiva nei pensieri più reconditi, avrebbe fatto precipitare ogni cosa, fino a condurlo alla morte. La quale, puntuale come il pendolo di un vecchio orologio, giunse l’1 dicembre del 1990 per arresto cardiaco, nel letto della stanza numero 318 di una clinica romana, dove era stato ricoverato dieci giorni prima per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata "privo di rischi".
La sua non fu una resa senza condizioni: non seppe di stare morendo e di sfidare la morte, sottoponendosi all’intervento chirurgico. Non seppe che avrebbe potuto vivere con la prostata ingrossata. E non lo seppero nemmeno la moglie e i due figli, che ricevettero sempre rassicurazioni sulle condizioni dell’illustre paziente, dal giorno del ricovero fino a qualche ora prima del decesso. Nemmeno l’esito finale cambiò quella convinzione, sebbene fossero molti ad ammettere, magari controvoglia, che la morte del generale fosse giunta nel momento giusto e nel modo giusto. Né fu ritenuto di qualche rilievo il fatto che il generale si fosse messo in testa di raccontare, di lì a pochi giorni, ogni cosa alla Commissione parlamentare stragi.
Se nessuno nutriva dubbi sulla "tempestività" della morte, le sobrie circostanze che l’avevano per così dire sollecitata convivevano con la certezza che l’evento letale, naturale oltre ogni ragionevole dubbio, non lasciasse ombre di alcun genere. Né trame, né intrighi, né complotti.
Non bastò che a morire fosse stato l’ex capo dei servizi segreti italiani per giustificare alcuna illazione. Tanta gente ci lasciava la pelle su un letto d’ospedale a causa di complicazioni imprevedibili. Perché farsi inseguire dai fantasmi?
Un malato di cuore che muore per un collasso cardiocircolatorio non "poteva" stimolare alcun sospetto. Nessuno intendeva incoraggiare fantasiose ipotesi. Di misteri nella vita del generale ce n’erano già troppi che aggiungerne un altro non era proprio il caso.
Proprio la facilità con la quale si sarebbe potuto "sospettare" cancellò il sospetto, perché esso sarebbe stato suscitato unicamente dalla personalità del degente, dalla sua abitudine a camminare sulla lama di un coltello, dalle trame che gli avevano addebitato e delle quali sarebbe stato vittima.
Un po’ per non essere annoverati tra le fila dei visionari, un po’ perché l’esito finale colpiva un uomo di settantaquattro anni malato di cuore, nessuno osò fare alcuna insinuazione. E chi si spinse più avanti, spendendo qualche parola sulla scelta imprudente di sottoporsi all’operazione chirurgica, non ricordò, nemmeno a se medesimo, che essa non era stata fatta dall’interessato né da alcun membro della famiglia.
E da chi, dunque?
Ricordare come erano andate le cose, dopo la morte del generale, sarebbe stato come addebitare a chi aveva sollecitato l’intervento chirurgico, la responsabilità dell’esito. Troppo, davvero troppo.
Così prevalse il silenzio. La morte suggerì ai familiari cupe riflessioni sulla sua imprevedibilità e diede lo spunto per restituire all’opinione pubblica la montagna di misteri e di trame che avevano costellato la vita italiana per quasi quarant’anni. Il collasso cardiocircolatorio rappresentò così l’unico episodio trasparente della vita del generale, la qualcosa ancor oggi pare davvero eccessiva.
Per molti anni, dal 1990, si sarebbe creduto che il destino avesse fatto tutto da solo servendosi di quel collasso cardiocircolatorio, e che il vantaggio tratto dalla morte giunta al momento giusto potesse serenamente essere annoverato come un accidente imprevedibile quanto la morte stessa. E chi ebbe a considerare in cuor suo, tacendo, che qualcuno avesse potuto trarre vantaggio da quella morte, per via del memoriale annunciato e delle indagini in corso sulle trame e le stragi italiane, ne dedusse che questa sorte toccava agli uomini che fanno parlare di sé.
(Continua…)
