Quando qualcuno muore nel momento giusto, la fatalità fatica ad essere esaminata come la causa dell’evento. Ci si chiede se la vittima – vittima del destino o d’altro, sempre vittima rimane – si sia data la morte o l’abbiano aiutata a morire. La terza ipotesi, che il destino abbia fatto tutto da solo, non viene del tutto scartata, ma è sottoposta ad un puntiglioso ragionamento, a conclusione del quale ci si sente in pace con se stessi. Questo atteggiamento mentale non ha nulla a che vedere con la sospettosità, e molto con la volontà di lasciare gli spazi che competono al destino e le responsabilità agli uomini. Perciò addebitare alla fatalità la morte del generale Vito Miceli, nelle circostanze in cui si verificò, sarebbe stato come attribuirla alla stupenda collezione di pipe Dunhill di cui l’ex capo dei servizi segreti italiani andava giustamente fiero. Ma questo non significa proprio niente. Occorrono elementi di giudizio: prove, indizi, testimonianze, perché si possa sospettare un crimine o una congiura per fare tacere per sempre il generale.
Tutto ciò che sapevo nel momento in cui mi accinsi a ricostruire gli ultimi giorni di Vito Miceli era che la decisione di sottoporsi all’intervento chirurgico, causa della sua morte, il generale la prese senza sapere di stare correndo il rischio di restare sotto i ferri, e che i familiari non furono informati né sui rischi né sulla gravità delle complicazioni post-operatorie. Questa circostanza mi parve davvero inconsueta e tale, dunque, da meritare di essere verificata. Senza pregiudizio né sospetti su congiure, trame e crimini.
L’uomo di cui mi occupavo era stato uno dei personaggi che avevano "fatto" letteralmente la Repubblica, nel bene o nel male, e la sua morte era avvenuta alla vigilia di importanti eventi per il nostro Paese. Quali? Magistratura e commissioni parlamentari d’inchiesta stavano cercando di ricostruire crimini ed attentati legati al terrorismo politico e all’attività dei servizi segreti, le trame golpiste e il ruolo avuto dall’organizzazione paramilitare segreta denominata Gladio, nella cosiddetta strategia della tensione. Si stava per strappare un velo nero, che aveva seppellito centinaia di morti con l’oblio, ipotesi fantasiose, omertà, silenzi colpevoli, tradimenti.
Mi posi alcune domande elementari. Perché il generale non fu avvertito della sfida che stava ingaggiando con la morte? Perché i familiari furono tenuti all’oscuro sulle sue reali condizioni di salute prima dell’intervento chirurgico e durante i giorni della degenza in clinica? Perché, infine, fu deciso un tipo di intervento chirurgico così pericoloso per un cardiopatico grave, allo scopo di rimediare ai guasti provocati da una prostata ipertrofica? Questi stessi quesiti se li pose uno dei congiunti del generale, raccontandomi con legittimo rammarico le circostanze fatali che condussero Vito Miceli alla morte, ma le sue argomentazioni furono ben lontane dal formulare sospetti, ché anzi considerò una follia occuparsi della questione a tanti anni di distanza, non essendovi alcun indizio, anche il più lieve, che lo giustificasse. Il suo bisogno di saperne di più pareva fine a se stesso, un moto dell’animo o una istintiva volontà di conoscenza, come quelle che percorrono in ogni vena gli scienziati alle prese con una ipotesi da verificare, piuttosto che la partecipazione emotiva e la voglia di sapere la verità di un uomo colpito dalla dolorosa perdita di un congiunto.
Non avevo affatto le idee chiare né su ciò che mi apprestavo a fare né sul caso in sé, quando mi recai presso lo studio di un noto urologo siciliano e gli raccontai, invero con difficoltà a causa delle mie modeste conoscenze nel campo della medicina, ciò che sapevo sulla morte del generale. Ebbi la sensazione, in quella circostanza, che l’illustre professore provasse nei miei confronti un sentimento assai vicino alla compassione, ascoltando parole che sembravano arrampicarsi su tesi insostenibili. Mi sentivo un acrobata sul filo nel giorno del debutto.
Dopo aver valutato con esagerata prudenza le parole da usare nel responso che avrebbe dovuto darmi, l’urologo, allargando le braccia – quasi a rammentarmi la sua grandezza e, di converso, la mia pochezza -, disse che "bisognava convenirne, il destino del generale era stato segnato dalla decisione di subire l’intervento chirurgico". La qualcosa non significava niente e poteva significare tutto. Suggellò l’oracolo con un sorriso ampio quanto le braccia aperte verso i bisogni del prossimo e sembrò porre fine alla conversazione. "Avrebbe vissuto a lungo con la prostata ipertrofica", aggiunse invece, "se è questo quello che vuole sapere".
Era proprio questo che volevo sapere, ma non solo questo. Annuii, perciò, lievemente imbarazzato, sperando che l’oracolo mi rivelasse chissà quali verità. Seguì un disagevole silenzio, al quale egli pose rimedio alzandosi dalla poltrona sulla quale era sprofondato. Quando fui sul punto di andare via mi accorsi che aveva un viso scavato dal tempo e macerato dalle certezze, baffetti ben curati ed una naturale disposizione alle buone maniere. Mi suggerì di tornare da lui provvisto della cartella clinica del paziente, cioè del defunto. Pensai che si sarebbe comportato allo stesso modo se gli avessi sottoposto un caso di ulcera perforata invece che il teorema di un possibile crimine, ma rimasi favorevolmente sorpreso da quella promessa di aiuto. Considerai che quella richiesta era ragionevole ed avrebbe fatto uscire il caso dai sentieri vaghi ed indistinti in cui si trovava. Fu a quel punto che ebbi la certezza di stare facendo qualcosa che non avevo ancora deciso di fare, quasi che gli eventi avessero preceduto la mia volontà, e di stare occupandomi della morte di un uomo importante avvenuta quasi dieci anni prima in un letto di ospedale per collasso cardiocircolatorio, come se la vittima avesse subìto in un agguato un colpo di lupara.
Avvertivo la sgradevole sensazione che a prendere la decisione fosse stato un altro al posto mio e che “l’altro” in qualche modo mi avesse messo davanti al fatto compiuto. La scoperta, psicologicamente era tale, m’indusse a esaminare con maggior cura le implicazioni che quella scelta comportava.
Lasciato l’ambulatorio dell’urologo, mi chiesi – non senza preoccupazione – quali problemi avrei dovuto affrontare e se avessi dovuto temere anche per la mia incolumità. Ero stato avvertito, qualche giorno prima, da una persona avveduta, della necessità di non frequentare argomenti di questo tipo, che portano con sé solo guai e, bene che vada, lasciano gli interessati con un pugno di mosche.
Accaddero, tuttavia, alcuni fatti che mi fecero superare ogni remora e dimenticare timori che presto avrei giudicato esagerati. Appresi qualcosa che aumentò considerevolmente la mia curiosità sulla fine del generale: era stato persuaso dal suo medico personale a sottoporsi all’intervento chirurgico che l’avrebbe condotto alla morte. Vito Miceli era stato rassicurato sull’assoluta assenza di pericoli proprio dal suo medico personale. L’operazione gli avrebbe fatto riacquistare quella buona salute che serviva per affrontare gli impegni che lo attendevano. Il generale, seppi, avrebbe opposto una certa resistenza per il fatto che la degenza in ospedale lo allontanava dalle cure del figlio, per il quale si recava spesso in Svizzera. Poi, alla fine, avrebbe espresso il suo consenso.
Il medico, dunque, imprudentemente, giurò sul buon esito dell’intervento: il suo errore sarebbe stato fatale. Ma non è tutto: il medico in questione sparì letteralmente dopo la morte del generale. Non rese nemmeno il consueto omaggio alla salma del paziente ed amico, né partecipò alle esequie. Lo strano comportamento mi apparve ingiustificabile, ma l’episodio in sé non consentiva di giungere ad alcuna conclusione. Avrei potuto esprimere un giudizio poco lusinghiero sull’uomo, ma nulla di più. Era peraltro comprensibile che si fosse eclissato a causa della tremenda responsabilità che si era assunto: si sentiva in colpa e preferiva non trovarsi al cospetto della moglie e dei congiunti del generale. Le parole dell’urologo divennero una specie di campana a morto, “devo convenire che la decisione di sottoporsi all’intervento chirurgico ha segnato la sua vita”, e assunsero un significato più netto: non erano più un’osservazione piena d’ironia sulla quale sorridere.
Era stato lui, il medico di fiducia del generale, infatti, ad aiutare il destino infausto: su questo non nutrivo più dubbio alcuno. Chi era questo medico e fino a che punto era "di fiducia"?
Ebbi una risposta a metà. Un cognome, nulla di più, che mi è impossibile rivelare. E la conferma che per vent’anni era stato accanto a Vito Miceli. Dal tempo del Sid, dunque, servizio segreto di controspionaggio del quale il generale era stato il capo. Avrei accostato al cognome un sospetto ignobile.
L’omissione toglie al racconto dell’indagine una dose di verità, ma non ho alternativa. La reticenza non c’entra: non posso coinvolgere persone che potrebbero non aver avuto altra responsabilità che quella di essere rimasti accanto al generale per vincoli di amicizia o consuetudine parentale. Questo personaggio misterioso avrebbe potuto commettere un errore di valutazione e null’altro.
Restava, dunque, un sospetto attorno al quale formulare una serie di ipotesi. Il pensiero che il generale avesse portato con sé il mistero della sua morte – un mistero solo per me, visto che nessun altro l’aveva avanzato – suscitò un sentimento contraddittorio di euforia e di inquietudine.
L’impulso ad arrivare fino in fondo alla vicenda aumentò, nonostante continuassi, come sotto traccia, a non avere alcuna idea su dove stessi andando a parare. Ciò che vivevo assomigliava più ad una trovata letteraria che alla realtà. Confrontai questa idea bizzarra con Armando D’Agostino, che divide la casa, la famiglia, il sonno e i pasti con i libri. Armando parla con le parole dei libri, ragiona con le parole dei libri e agisce come se fosse un personaggio del libro appena letto. La sua realtà, molto vicina alla finzione, guadagna la profezia che da questa scaturisce. I capelli grigi e ricci gli regalano un’aria di saggezza ed insieme un non so che di giovanile, gli occhi piccoli e mobilissimi pretendono fiducia. Gli dissi che avevo una storia importante da raccontargli e quando ci incontrammo, dopo un cenno di saluto, esordì riferendomi di stare seguendo il processo a carico dei professori romani accusati di aver sparato ad una ragazza, uccidendola, al solo scopo di dimostrare che il delitto perfetto si può realizzare solo se manca il movente.
Volle sapere se credevo nel delitto perfetto e, quindi, in qualche modo alla colpevolezza degli imputati. Risposi che sì, ci credevo, ma non al punto da ammazzare qualcuno per provarlo a me stesso o agli altri. Poi aggiunsi: "Un delitto perfetto può essere compiuto anche in un letto d’ospedale". Espressi quel giudizio senza collegarlo al caso di cui mi stavo occupando, quasi d’istinto. E come avrei potuto, non disponendo di un solo indizio che giustificasse una simile illazione?
"Pensi a qualcosa in particolare?" domandò Armando. Negai decisamente, facendo dondolare il mio capo ma raccontai subito dopo, contraddicendomi vistosamente, ciò che sapevo a proposito della morte del generale. Quando ebbi finito se ne stette a lungo pensieroso, lo sguardo cupo e le sopracciglia alzate, e camminò attorno alla poltrona sulla quale ero seduto nello studio di casa sua.
"È morto nel modo giusto e al momento giusto", osservai.
"Rese l’ultimo servigio alla patria, dunque", celiò.
"Sembra proprio di sì".
"E il destino che l’ha aiutato a morire ha un nome e cognome?".
"No, non ne ha alcuno. O forse ce l’ha…, senza averlo".
"Un enigma che ne contiene un altro. È troppo. Il generale favorì il disegno dei suoi nemici".
"Capita molto raramente", osservai prudentemente.
"Quale scopo ti prefiggi? Dimostrare che è stato ucciso da una scelta medica imprudente? dall’imperizia? da una serie di sfortunate circostanze? dai misteri che si portava appresso? da un complotto criminale?", domandò. Poi si guardò attorno con circospezione, come se volesse essere rassicurato che non potesse udirci nessuno. "Se hai visto giusto – riprese con tono severo – sei morto. Se il tuo è un castello di carta, muori lo stesso. Professionalmente, intendo, perché muore la tua credibilità. Nessuno crederà alla tua passione civile, al desiderio di verità, al piacere dell’indagine giornalistica. Gli scaffali delle librerie sono affollati di interviste a magistrati e pentiti. È sempre tutto chiaro. Da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi. Le inchieste non sono più di moda…".
Aveva messo il dito sulla piaga. Che cosa avrei potuto ribattere. Che non avessi le idee chiare lo avevo già confessato, che le cose stessero esattamente come lui le rappresentava attraverso quel rosario di quesiti, era indubbio.
"Quale scopo si prefisse Leonardo Sciascia scrivendo L’affaire Moro ? O con Todo modo, che preparò l’affaire?", gli domandai.
La sua voce s’addolcì d’incanto e lo sguardo si rischiarò. Avevo toccato la corda giusta.
"Hai mai letto il frontespizio del libro?", chiese. "Sciascia affida ad Elias Canetti il compito di spiegare il suo istinto investigativo. La frase più mostruosa di tutte – scrive Canetti – è che qualcuno è morto al momento giusto. E affidò a Pasolini quello di illustrare le sue ragioni, le stesse ragioni di Pasolini, le lucciole scomparse dalle campagne a causa della violenza con la quale il palazzo aveva trattato la natura, le città, le campagna. Si può mettere a repentaglio la propria vita e la propria reputazione in nome delle lucciole… La realtà che amava prevalse su quella dei letterati. O era vero il contrario? Non lo so. Il risultato non cambia, perché lui ha abbattuto i confini fra l’una e l’altra. È così e basta".
Il mio sguardo tradiva l’approvazione per quanto aveva detto. Ebbe quasi ad adontarsi di ciò. "Lascia perdere, esortò, accompagnando le parole con un gesto della mano. Per quale motivo? Leggiti quel frammento di Eschilo. Sai, quello dell’aquila che, trafitta da una freccia, guarda il dardo piumato e dice: Non da altri ma dalle nostre stesse piume siamo state colpite. Il generale credette le stesse cose, probabilmente. Morì delle sue stesse piume".
"Che vuol dire", domandai.
"Lascia perdere", fece con l’aria affranta.
(Continua)
E’ stata pubblicata la prima puntata dell’inchiesta:
