Salvatore Parlagreco












L’agente segreto non ha diritto alla storia, ma al suo sottosuolo, nel Dna è stampato l’epilogo fatale, la traccia tragica della diversità, che guadagna la solennità dal destino, più forte di ogni virtù e di ogni volontà: il disconoscimento invece che la medaglia, l’umiliazione in luogo degli onori, la morte violenta piuttosto che la pensione. In alcuni paesi, come la Gran Bretagna, era stato istituito un vero e proprio ufficio di disinformazione per ‘coprire’ l’epurazione. E in Italia? Nel ’90, mentre imperversava la vicenda di Gladio nei palazzi della politica e sulle colonne dei grandi giornali, gli italiani furono informati che la mafia aveva nel mirino ministri, deputati e magistrati. Una girandola impressionante di messaggi. In particolare una organizzazione (o una sigla di ‘copertura’?), la Falange armata, annunciava e rivendicava attentati, minacciava vendette esemplari. Alla mafia veniva attribuita l’intenzione di seminare il panico con azioni terroristiche. Era stata espulsa dagli apparati dello Stato o aveva cambiato pelle per sopravvivere all’epurazione in corso nei luoghi attrezzati per il lavoro sporco?

 

 Era come indirizzare lo sguardo verso l’ombelico di chi ti sta di fronte, invece che scrutare nei suoi occhi. I simulatori e i disinformatori sono per mestiere ventriloqui. Confondono le carte, scelgono con cura le vittime, le alleanze, facendo anche la fortuna di qualcuno. La minacce di morte della Falange armata conferivano credito e prestigio a chi non ne aveva più, invece che gettarlo nello scoramento e nell’angoscia.

Quei giorni convulsi inducevano a trovare una logica, ammesso che ce ne fosse una, nella ridda di notizie che venivano offerte in pasto all’opinione pubblica sui colpi di Stato tentati in Italia. Un lavoro faticoso, ingrato ma ne valse la pena. Le stragi ed i tentativi di golpe conducevano sempre alla Sicilia ed alle cosche mafiose siciliane.

 

Ma tutto questo, per ora, ci porta lontano dall’oggetto dell’indagine: la morte dell’ex capo del Sid, il generale Vito Miceli, avvenuta a Roma l’1 dicembre 1990 a causa dell’imperizia dei medici. Errore o imperizia. Su questo, dunque, non c’erano dubbi. Il generale Vito Miceli era morto alla vigilia della sua deposizione in Commissione stragi a causa dell’imprudenza dell’équipe medica che l’aveva in cura e di uno zelante medico di famiglia. Allora per quale ragione nessuno si è mai posto alcuna domanda sulla sua morte? La risposta, per quanto banale, restava una sola: la causa che l’aveva determinata, il collasso cardiocircolatorio di un cardiopatico.

 

L’imperizia non era stata provata perché nessuno aveva considerato le circostanze del decesso con una qualche attenzione. Una anomalia, della quale non ci si poteva stupire. L’agente segreto Vito Miceli costituiva egli stesso una anomalia nel mondo d’ombra dei servizi. Fu una spia credibile ed un padre di famiglia altrettanto credibile. Non recitava in entrambi i ruoli. Buone relazioni, orari d’ufficio, una vita familiare tranquilla e una vita sociale piena, lontana anni luce dagli affari a cui si dedicava, parallela a quella dell’agente segreto, priva di regole: il suo Sid era un’azienda pubblica che lavorava "in nero", incaricata di produrre stabilità, ordine sociale, sicurezza, attraverso una vigilanza assidua ed oculata dotata di strumenti e mezzi congeniali. Era l’azienda anomala di un paese anomalo. I parametri di giudizio consueti non servono a nulla. L’intelligence di qualsiasi paese straniero operava laddove lo straniero è il nemico, il Sid in un luogo in cui il nemico era legittimato a governare o aspirare al governo. La morte di Miceli non poteva che essere tragicamente "normale" e "diversa".

 

L’errore medico, dunque. Avrei dovuto spendere il mio tempo per scoprire le ragioni dell’errore, la sua plausibilità, in certa misura la "normalità" del decesso. Non avendo ancora la possibilità di esaminare la documentazione clinica ed ottenere, attraverso di essa, le informazioni che mi servivano, pensai che fosse oltremodo utile avere conoscenza dei meccanismi che si mettono in moto in circostanze simili a quelle che stavo esaminando. Un medico legale, dunque. Preannunciai la visita senza spiegarne la ragione. Mi trovai al cospetto di un uomo di mezza età, affetto da una precoce calvizie a da fastidiosi tic che lo costringevano a massaggiarsi continuamente le guance. Ascoltò la mia ricostruzione dei fatti, assai scarna, senza interrompermi. Quando ebbi finito disse che la morte del generale Vito Miceli avrebbe potuto essere causata da un errore medico, come sostenevo, ma – aggiunse – un errore medico è un evento assolutamente normale, un dato statistico.

 

"Che sia duro da digerire lo capisco, che non lo si voglia digerire, lo capisco di meno", sentenziò. La voce tradiva il fastidio. Parlava lentamente, appoggiando i gomiti sul tavolo. Mi era stato descritto come un uomo meticoloso, diligente, che tiene nella medesima considerazione la legge ed i cadaveri che esamina, e non ama discutere d’altro con poliziotti e magistrati. Chissà quante volte aveva dovuto ascoltare fantasiose ricostruzioni di eventi luttuosi e quante altre aveva dovuto persuadere congiunti affranti dal dolore a trovare un consolante rimedio alla vana ricerca dei colpevoli. Gli confessai i miei dubbi, senza entrare nei particolari. Alla fine tirò un lungo sospiro, concedette le buone ragioni del giornalista, che non ha alcuna dimestichezza di farmaci e ferri chirurgici. Gli feci osservare allora che l’imperizia medica non aveva ucciso un uomo qualsiasi ma l’ex capo dei servizi segreti italiani alla vigilia di importanti rivelazioni e non avrebbe dovuto essere liquidata – in ogni caso – come un evento normale. "Va bene", mugugnò, "ma anche l’ex capo dei servizi segreti contribuisce a determinare la percentuale fisiologica di errori. Vuole conoscere i numeri? Il 4% dei malati subisce un errore medico ed il 14% di essi conclude anzitempo la propria esistenza a causa di ciò. O vive da invalido per il resto della sua vita al punto da augurarsi la morte".

 

"E la vittima che fa, prende atto dell’errore?" ironizzai imprudentemente. "La vittima o i suoi congiunti hanno la possibilità di utilizzare gli strumenti che la legge offre", rispose senza alcuna acrimonia.

 

Il medico legale fece allora un dotto discorso sul consenso informato, i potenziali rischi, il beneficio auspicato e le incertezze di qualsiasi decorso post-operatorio. "Sul piano pratico – concluse – bisogna raccogliere tutta la documentazione clinica e farla esaminare ad un medico legale di parte, esperto in materia di responsabilità professionale. È il primo passo, poi tocca stabilire l’eventuale errore professionale, quindi scoprire se la causa dell’errore sia il dolo o la colpa grave. Occorre un avvocato, perché bisogna presentare al giudice ordinario una dettagliata relazione. E questo ai fini della richiesta di risarcimento tramite un’azione medico-legale. È una macchina che si mette in moto quando i fatti lo meritano davvero".

 

Lasciò a metà il discorso, quasi volesse invitarmi a riflettere. Colsi un velato rimprovero nelle sue parole. Fargli notare ancora una volta che stava trattando la morte del generale come qualsiasi altro caso, sarebbe stato inutile. Mi avrebbe detto che la vita di un uomo, un uomo qualsiasi, vale quanto quella di un autorevole personaggio, che indizi e prove sono gli elementi del fatto, nient’altro. Quell’incontro stava tramutandosi in una sgradevole quanto inutile esperienza. Stavo per prendere commiato quando notai sulla parete, proprio alle spalle del mio interlocutore, una scritta dentro una cornice di ebano. Incuriosito ne lessi il contenuto. "La verità autentica è sempre inverosimile. Per rendere più verosimile la verità bisogna assolutamente mescolarla con la menzogna" (Fjodor Dostojevskj, I demoni). Stupefacente, non c’era nulla dell’uomo che avevo davanti in quella citazione. Essa contraddiceva ogni gesto, ogni pensiero addebitato al medico legale. Mi domandai, perciò, se non mi fossi sbagliato sul suo conto.

 

Non restò tempo per fare altre congetture sulla natura di quella mia conoscenza. Una volta fuori, mi toccò di affrontare ben altre questioni. Ricevetti, sul cellulare, la telefonata del nipote del generale, Dario Miceli. Aveva saputo che lo stavo cercando e disse che mi avrebbe incontrato volentieri. Naturalmente ne fui felice, era essenziale che i congiunti del generale sapessero quello che stavo facendo e avere da loro informazioni che nessun altro avrebbe potuto darmi. Solo attraverso i familiari del generale, avrei potuto ottenere la documentazione clinica, la cartella e l’esito degli esami eseguiti prima del ricovero.

 

Avrei chiesto a Dario Miceli di poter disporre dell’ecografia alla prostata, causa dell’intervento chirurgico, e dell’anamnesi patologica di carattere urologico. Solo la certezza di un cancro alla prostata o la presenza di sintomi tali da rendere improcrastinabile il ricorso alla chirurgia, avrebbero giustificato infatti la decisione di sfidare le coronarie, il diabete e l’anemia di cui il generale soffriva, con un intervento invasivo e traumatico come l’asportazione della prostata in anestesia totale. Avrei comunque avuto bisogno di una conoscenza di base per potere decifrare la documentazione clinica.

 

Trascorsi nello studio di un cardiologo un intero pomeriggio, mi raccontò di infarti e di coronarie a pezzi. Ebbe grande pazienza. Mi riferì di un farmaco, la digitale, che ha una funzione elettiva sulla contrazione del ventricolo di sinistra, quello che pompa il sangue. "È essenziale – spiegò – che venga data al paziente la dose giusta. Se si sbaglia dose e la concentrazione di digitale è eccessiva, il farmaco può causare effetti letali. Una lunga assunzione del farmaco, inoltre, può intossicare il cardiopatico, anche quando le dosi sono corrette".

 

Il suo uso richiedeva una particolare perizia? La possibilità di errore era alta? Non sapeva se fossero molti i casi di errore, supponeva che il loro numero non fosse affatto elevato. "Il farmaco pretende che il cardiologo sappia fare il suo mestiere. Ma questo è richiesto per la maggior parte dei farmaci, non solo per la digitale", osservò.

 

"Che cosa succede quando si sbaglia dose?", domandai ancora.

 "Un’aritmia ventricolare. Si ha una disorganizzazione del ventricolo di sinistra, che pompa a vuoto".

"E allora?"

"Allora, il paziente muore".

"Ci sono modi per sapere se si sta commettendo o si sia commesso un errore. Per tempo, intendo…"

 "La morte del paziente è l’unica prova concreta dell’errore…", interruppe.

"Intendo, dopo l’evento letale”, spiegai, “come si fa a sapere che il medico ha sbagliato e se l’ha fatto di proposito?"

"No, questo è impossibile. Solo l’esame autoptico può rivelare l’errore commesso sul dosaggio. Ovviamente non capita mai che si effettui un esame autoptico quando un paziente muore a causa di un collasso cardiocircolatorio. Si tratta di un evento probabile nei casi di cardiopatie molto severe, specie in circostanze speciali…".

"Quali?"

"Per esempio, l’intervento operatorio reso necessario da una causa improcrastinabile".

"L’errore, dunque, non è riconoscibile?"

"L’errore è riconoscibile, ma ciò non vuol dire che può essere addebitato, sic et simpliciter, al medico. Ci sono situazioni in cui è più facile sbagliare. E poi, non è che quando si sbaglia, lo si fa in malafede. Nessun medico ha voglia di ammazzare il proprio paziente. Non foss’altro che per la sua reputazione. Un’altra considerazione, infine: l’arresto cardiaco è un evento imprevedibile".

 

L’ultima asserzione, l’imprevedibilità, la considerai inaccettabile, al pari della normalità dell’errore. Reazione irragionevole, d’accordo, ma così era e così vi riferisco. Credetti che i medici portassero acqua al loro mulino; che, insomma, la derubricazione di un evento tragico ed irreversibile come la morte divenisse troppo facilmente ‘dentro’ di loro una spiacevole avventura e null’altro. Se la morte imprevedibile e l’errore di chi è chiamato a combatterla é da considerarsi normale, allora – ne dedussi – stavamo tutti quanti messi male davvero.

 

Evidentemente nutrivo un pregiudizio. Un pregiudizio al quale mi aggrappavo perché la mia ipotesi di un evento delittuoso non cadesse. Me ne stetti in silenzio, elaborando una qualche idea che potesse indurre il mio amico cardiologo a ritornare sulle sue opinioni, ma non fu necessario che lo sollecitassi, perché comprese che non avevo affatto condiviso le sue parole.

 

"Intendiamoci”, riprese, infatti, “l’imprevedibilità può essere prevista, in qualche misura. Se un cardiopatico finisce sotto i ferri, la percentuale d’imprevedibilità diminuisce decisamente a favore della possibilità che sopraggiunga l’infarto. Ma non troverai proprio nessuno disposto a ipotizzare che un infarto possa essere stato pilotato o causato volutamente in un ambiente medico".

 

"Mi stai forse dicendo che fuori dall’ambiente medico questo è possibile?"

"Beh, sotto certi aspetti, sì".

"Facciamo conto che io voglia ammazzare il mio nemico. Non sono un medico e le coronarie della mia vittima sono a pezzi. Lo digitalizzo, gli rendo la vita impossibile e l’uccido? Questo può accadere?"

"Se la metti così, è tutto molto banale. Un cardiopatico deve vivere secondo certe regole. Se si fa in modo che queste regole non siano rispettate, il cardiopatico finisce all’altro mondo. E le responsabilità sono chiare, riconoscibili. Ma pur sempre esclusivamente attinenti alla sfera morale".

"Certo, morali. E queste”, conclusi, “non portano in un’aula di tribunale, ma davanti alla porta dell’inferno. Per chi ci crede".

 

Nei giorni che seguirono cercai di sapere se i familiari del generale avessero richiesto ed ottenuto la cartella clinica, ed ebbi la risposta che mi aspettavo. Nessuno l’aveva mai richiesta, nessuno l’aveva mai vista. Grazie alle informazioni che avevo raccolto attraverso le varie fonti di cui mi ero servito, ricostruii con precisione la data del ricovero in clinica, 22 novembre 1990, il giorno dopo – o lo stesso giorno? – Vito Miceli sarebbe stato sottoposto all’intervento chirurgico. Il cuore non sopportò l’anestesia e il generale fu colpito da un primo infarto e trasferito nel reparto di rianimazione. Ma le condizioni del paziente, tuttavia, non furono ritenute particolarmente gravi – ebbi una nuova conferma su questo punto – perché fu comunicato ai congiunti che aveva superato la fase critica e presto sarebbe stato dimesso.

 

Ricevetti altre notizie frammentarie e, in qualche caso, piene di incongruenze, la più curiosa delle quali era l’annuncio dell’ormai prossima guarigione del generale, la vigilia della sua morte. Sarebbe stato riferito ai congiunti che Vito Miceli poteva essere dimesso entro due giorni. Il solito rito consolatorio o l’imprevedibilità del decorso post-operatorio? Sospettai anche che la mia fonte fosse incorsa in un equivoco ed avesse inteso le dimissioni dal reparto di rianimazione come dimissioni dalla clinica. Comunque sia, la verità che stava emergendo restava sconcertante: un medico ottimista aveva previsto un intervento privo di rischi, una pronta guarigione era stata pronosticata ad un paziente infartuato e con le coronarie a pezzi in sala di rianimazione.

 

Altri particolari, nei giorni che seguirono, diedero spessore a quelle incongruenze. La moglie del generale, la signora Pina, era stata accanto al marito per l’intero periodo del ricovero in clinica, ad eccezione dell’ultima notte. Era una donna apprensiva, spaventata e legata al suo uomo, non l’avrebbe lasciato solo nemmeno l’ultima notte se non avesse ricevuto, anche in questo caso, un pressante invito ad andare a casa e riposare un po’. Sarebbero stati due medici, uno dei quali il giovane cardiologo che aveva assistito il generale, a suggerirle di andare a riposare a casa evitando un’altra scomoda notte di dormiveglia su una poltrona, perché il marito sarebbe stato dimesso presto. La donna avrebbe opposto inizialmente qualche resistenza, poi rincuorata e rinfrancata dalle parole dei medici, avrebbe accettato il consiglio e lasciato la clinica. Il figlio Sandro, invece, sarebbe rimasto in clinica ma non nella stanza del generale.

 

La conversazione con i medici sarebbe avvenuta in corridoio, il generale non l’avrebbe ascoltata. Un particolare di modesta importanza. Quel che mi parve, invece, importante dapprima fu che la moglie del generale, giorno e notte con il marito per tutta la durata del ricovero, era stata allontanata a poche ore dal decesso. Bastò che riflettessi un istante che tyrovai una spiegazione plausibile. I due medici avevano incontrato la moglie del generale – una donna anziana, affaticata, visibilmente spaventata – e, preoccupati per la sua salute, l’avevano invitata a prendersi un po’ di riposo. Al fine di riuscire nell’intento, l’avevano rincuorata e rassicurata. "Non abbia timore, signora, uscirà presto. Vada a casa". Non una bugia, ma una normale sollecitazione rivolta ai congiunti di un degente in gravi condizioni. Il generale versava in pericolo di vita? Una ragione in più per esortarla a riposare, perché potesse affrontare il peggio. Certo, così facendo le avevano impedito di stare accanto al marito quando più ne avrebbe avuto bisogno, ma come prevedere l’esito infausto?

 

La documentazione clinica, solo quella, avrebbe potuto fare sapere qualcosa di sensato. Per il momento dovevo rinunciare a trarre conseguenze dalle informazioni che stavo affastellando e attendere fiducioso l’incontro con il nipote del generale, Dario Miceli. La cartella avrebbe potuto essere richiesta da uno dei fratelli o dal figlio. O dall’autorità giudiziaria, ma ciò presupponeva un’indagine formale, la quale – a sua volta – nasce da una denuncia o dalla notizia di un crimine. Nessun magistrato avrebbe aperto una indagine sulla base degli elementi di cui disponevo. La strada obbligata era la richiesta di un familiare.

 

Come superare la loro resistenza? Comprendevo le ragioni di tanta riservatezza. Alcuni di loro avevano appreso con somma sorpresa del ruolo avuto dal potente congiunto nella storia d’Italia, altri non volevano alimentare nuovi polveroni sui misteri insoluti legati al nome del generale. Dove sarebbe andata a parare una indagine sulla morte di Vito Miceli?

 

Insomma, non se la sentivano di rileggere sui giornali i sospetti, le insinuazioni sul conto del loro familiare. Invece che ottenere giustizia, avrebbero corso il rischio di nuocere alla sua memoria. Non ci avrebbe guadagnato il buon nome dell’ex capo del Sid e anche la loro vita sarebbe stata sconvolta.

 

La richiesta di una cartella clinica, tuttavia, non significava l’apertura di una indagine, ma la lettura attenta di un documento che avrebbe potuto dissipare dubbi e sospetti. Stavo trascurando che la voglia di verità, il bisogno di giustizia per il vecchio soldato meritasse qualche audacia. Quale prezzo sarebbero stati disposti a pagare?

 

(continua)

 

 

I capitoli predecenti: 

 

L’indagine 1/L’ultimo giorno dell’ex capo del Sid, Vito Miceli

 

L’indagine 2/Vito Miceli morì in ospedale. È lì che si può compiere un delitto perfetto?

 

L’indagine/3. Morì di morte naturale l’ex Capo del Sid, Vito Miceli? Una misteriosa telefonata in ospedale e il generale considerò segnata la sua sorte

 

L’indagine/4. L’ultimo giorno di Vito Miceli. Né esame autoptico, né sospetti. Una strana liberatoria dopo la morte improvvisa