(Antonio Matasso) La sinistra italiana ha alle spalle un secolo di passioni e di divisioni. Sedimenta inibizioni e anche qualche rancore. Nel Gennaio del 1921 un giovane socialista, al secolo Secondino Tranquilli, poi divenuto famoso col nome di Ignazio Silone, annunciò con foga, al XVII congresso socialista: «bruceremo su questa tribuna il fantoccio dell’unità».
Quasi settant’anni dopo l’uscita dei comunisti dal Psi e tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Occhetto annunciò solennemente in una sezione del capoluogo emiliano che c’era da fondare un partito nuovo, che superasse il comunismo “da sinistra”.
L’ultimo libro di Valdo Spini, ex ministro socialista dell’Ambiente, prende le mosse proprio dall’ingarbugliato percorso evolutivo dell’ex Pci iniziato con l’annuncio del compagno Akel e caratterizzato dal rifiuto, ora perspicuo, ora velato, di un approdo compiutamente socialdemocratico.
La confluenza nel Partito Democratico, ritenuta artificiale e forzata da alcuni degli stessi dirigenti post-comunisti, ha prodotto negli eredi del Pci un senso di debolezza e la sensazione di trovarsi in una soggetto politicamente invertebrato. Tanti, da Spini a Macaluso, avevano sottolineato, tra il 2006 ed il 2007, che era preferibile mille volte un’alleanza nitida e forte tra ex Dc ed ex Pci che un partito unico incerto nell’identità e fragile nella tenuta. L’alchimia, alla fine, non è riuscita.
In “Vent’anni dopo la Bolognina”, edito da Rubbettino, Valdo Spini rimprovera ai post-comunisti un difetto di nitidezza circa la collocazione della Quercia nello spazio politico italiano ed europeo. Una nitidezza che doveva essere evidenziata nel nome e nel simbolo, al cui interno nel 2004 l’ex ministro del Psi aveva chiesto di inserire la parola “socialista”, con la convinzione che il socialismo europeo non fosse un lago di acque stagnanti.
Adesso Spini vede una via d’uscita alla crisi del più grande partito d’opposizione nella costituente di un nuovo centro-sinistra, che riconosca i limiti del Pd, ma al contempo la mancanza di un’alternativa forte alla sua sinistra. Davanti agli oltre quattro milioni e mezzo di voti persi dal Partito Democratico nelle ultime regionali, secondo l’analisi dell’autore, la leadership “democrat” deve aprirsi per ritrovare il suo elettorato potenziale. La proposta di Spini è quella di dar corso ad nuova assemblea costituente del partito che sia l’avvio di un processo di ricomposizione di tutto ciò che è stato diviso nelle tormentate vicende seguite alla Bolognina.
Dunque non solo un saggio sulle occasioni mancate del Pds-Ds, ma anche una proposta politica per tentare di ridar fiato ad una sinistra nel migliore dei casi spettatrice o, nel peggiore, afasica. Il senatore Nicola Latorre, dalemiano di stretta osservanza, ha ritenuto «stimolante» l’ipotesi di Spini. E, si sa, in questi tempi di azzeramento del Pil della politica e dei neuroni dei politicanti, i pungoli di un buon libro potrebbero fortemente tonificare un dibattito finora assente tra le file dell’opposizione di sinistra.
