(Pasquale Hamel) Quella che, con dovizia di particolari, descrive Vincenzo Prestigiacomo nel suo libro “Vita mondana e Mano nera nella Palermo della Belle Époque”, è una città che celebra i fasti di un mondo che va a morire, – il periodo preso in considerazione è dal 1897 al 1910 e bussa alle porte una nuova modernità densa di drammi e incognite – denso di luci ma, soprattutto, di ombre; una sorta di Titanic che affonda nel lusso mentre le note di una sinfonia eccitante risuonano in un’atmosfera d’incanto.
C’è una sorta di “follia dilapidatrice”, come la definisce l’autore, che coinvolge gli antichi casati – come gli Alliata, i Lanza di Trabia, i Mazarino, i Lampedusa, i Trigona e molti altri – ma, anche, i nuovi aristocratici – i Bordonaro, i Tasca, i Di Stefano, tanto per citarne alcuni – e i grandi borghesi e neoricchi – i Whitaker, i Martins, i Pecoraino e tanti altri – la maggior parte di questi ultimi di origine inglese, e che li induce, a ritmi frenetici di spesa che non ha riscontro forse nell’intera Europa.
Palermo, anche sotto il profilo architettonico, soprattutto con Ernesto Basile, sposando lo stile floreale, è città europea.
Grandi ricevimenti, ricercatissime toilette femminili, gioielli fantastici per preziosità ma soprattutto pregio, lusso, soprattutto lusso, che induce a non troppo nascoste competizioni fra i protagonisti di tale splendida stagione.
Vivere nel lusso e nella magnificenza sembra essere l’imperativo categorico che fa della capitale siciliana una delle mete più importanti dell’occidente europeo.
“Nel capoluogo siciliano – scrive l’autore – si vive una stagione irripetibile da capitale mediterranea del bel mondo”.
A Palermo, non solo per la presenza dei Florio, arrivano e soggiornano le teste coronate d’Europa, i grandi banchieri, gli uomini più potenti del tempo, visitatori graditi delle famiglie più importanti della città che gareggiano per dare loro la migliore ospitalità .
Tutto sembra possibile e tutto sembra necessario in un contesto effimero che, tuttavia produce anche opere di gran pregio, di tutto si parla tranne di lavoro “vocabolo pestilenziale”.
Attorno agli splendori di quel mondo così ricercato, una realtà parallela fatta di miseria, di privazioni, immersa in contesti fatiscenti al limite della vivibilità. Un contesto pieno di rancori ma troppo succubo dei padroni per potere alzare la testa e rivendicare migliori condizioni di vita.
In questa cornice, così eccitante e altrettanto contraddittoria, irrompe all’improvviso, con la devastante capacità di incutere paura, un nuovo soggetto, a lungo rimasto latente o in ombra, ma che dall’unità in poi diviene sempre più componente forte della società siciliana. Sono quei poteri criminali, i mafiosi, che lentamente si strutturano e, forse per la prima volta in modo esplicito, non si fanno scrupolo di rivolgersi contro quell’aristocrazia che fino ad allora, non si dimentichi la bella pagina del Gattopardo quando don Fabrizio Salina si rivolge a uno dei suoi fidati, che è uomo di rispetto per avere garantita quella tranquillità che gli eventi eccezionali che la Sicilia vive in quegli anni potrebbero turbare.
Proprio negli anni presi in considerazione da Prestigiacomo la mafia entra infatti in rapporti organici con pezzi del livello politico e consolida il collegamento con la “mano nera” americana: l’assassinio di Joe Petrosino – il poliziotto italo-americano che ne intuisce il legame – costituisce la spia di questi rapporti.
Quella di Prestigiacomo potremmo definirla una cronaca che si avvale della scrittura informata dell’erudito (in molte occasioni non riesce a sfuggire alla voglia di descriverci un’opera d’arte o di raccontarci una storia), un erudito che partecipa alle vicende narrate, manifestando una sorta di nostalgia per un tempo passato che cerca di dissimulare affidandosi ad una forma che utilizza un ritmo incalzante capace di legare il lettore alo libro quasi si trattasse di un romanzo giallo.
