(Maria Guglielmini) Le vacanze di Natale volgono alla conclusione. Fra qualche giorno le scuole riaprono i battenti. Milioni di studenti, e forse qualche migliaio di docenti, vivono questa conclusione – non solo delle vacanze ma anche di una certa atmosfera che, indiscutibilmente, il periodo natalizio evoca – con una certa malinconia: si riprende il quotidiano, bisogna studiare, le spiegazioni fiume, l’impreparato angosciato; si rientra, dunque, nel gioco. Il pensiero va, in questo momento, ad una categoria di allievi molto, molto speciale: i disabili. Cosa provoca in loro l’idea del rientro a scuola? Molta gioia e, contemporaneamente, la fine di uno stato di malinconia. E’ strana questa dualità di sentimenti per una stessa situazione. Ebbene sì: questa scuola, così imperfetta, così vituperata, così contestata, resta per questi allievi “speciali” il luogo elettivo per la realizzazione della loro identità. Spiace leggere, qualche volta, di episodi sgradevoli che vedono protagonisti, nel bene e nel male, studenti, normodotati e /o disabili. E spiace ancor di più che tali episodi, per definizione accadimenti non frequenti, vengano presentati come un quotidiano di violenza che investirebbe la scuola, come collettività, e investirebbe questi nostri studenti “speciali”, oggetto di aggressione e insulti. In una comunità come la scuola, dove agiscono molteplici vite relazionali in una fase della crescita parecchio difficile, è umano che le persone possano avere momenti disfunzionali; è molto scorretto generalizzarli. E’ indubbio che le cattive notizie, giornalisticamente e nell’immaginario collettivo, calamitino maggiore attenzione, sgomento e altro. L’esperienza sul campo evidenzia la malinconia del disabile quando “non c’è scuola”; bisogna vedere, nelle giornate di sciopero, assemblee e in tutte quelle occasioni in cui “è prevista la sospensione delle attività didattiche” o “non si assicura il regolare svolgimento delle attività didattiche”, questi nostri ragazzi, nel momento in cui si verifica l’assenza di massa degli studenti “normodotati”, vengano ugualmente a scuola, si aggirino lungo i locali con grande agio, sentendosi, come sempre, accolti da tutti , nel pieno rispetto della loro dignità. Perché, in realtà, il disabile non ha soltanto l’insegnante di sostegno che si occupa particolarmente di lui, ma fruisce della disponibilità umana e professionale di tutti gli operatori: dirigente scolastico, docenti, personale ATA e ogni altra figura che per motivi lavorativi vive nell’istituzione; in sintesi, il disabile trova nella scuola la sua dimensione. Per ultimo, ma non meno significativo, i compagni, sia di classe sia di scuola. Sarebbe utile che tutti gli “esperti tuttologi” che parlano di giovani e di giovani allievi, senza mai essere entrati in una classe, facessero l’esperienza di vivere qualche giorno con gli studenti, disabili e non. Si ricrederebbero, ma forse entrerebbero in crisi, non potendo più pubblicare saggi, manuali, dati statistici, o fare interventi, in convegni o talk show, su questa generazione perduta e sulla scuola sfasciata.
