Giuseppe Di Bella

Iniziamo oggi la pubblicazione della parte storica e descrittiva del libro scritto da Fernando Caboni, Giancarlo Caddeo, Giuseppe Di Bella e Giovanni Licata, che tanto interesse ha suscitato nell’ambiente degli studiosi di storia postale.

Lo studio unifica ed aggiorna le conoscenze relative alla storia postale della Sardegna e la classificazione e valutazione delle impronte e degli annullamenti utilizzati dalla fine del Settecento al 1920.

 

La ricerca perviene ad un ampia ed articolata visione della storia postale della Sardegna e ad un “censimento” di quanto ad oggi conosciuto: i dati confermano la rarità del materiale postale viaggiato nell’Isola e dall’Isola per il Continente.

Una realizzazione complessa, coronata da un successo che già si riscontra con la sostenuta richiesta del volume. 

 

Elemento di assoluta novità è, come vedremo, la classificazione dell’uso dell’annullo a doppio cerchio, nel periodo di transizione tra gli annullamenti a punti e quelli a sbarre. Lo studio infatti “scopre” un nuovo capitolo della storia postale delineando i motivi che tra il 1877 ed il 1878, portarono a questo anomalo annullamento che si riscontra in molte regioni italiane. Le nuove conoscenze oggi di dominio pubblico, determineranno certamente nuovi approfondimenti nella storia postale nazionale.

 

Altra novità introdotta dagli autori nella classificazione degli annulli, è l’inedita partizione dei periodi storico-filatelici, ai fini della classificazione e valutazione degli annulli. Sono state superate alcune impostazioni che valutavano gli annulli a doppio cerchio in modo diverso, secondo il tipo di francobollo su cui erano stati apposti. In questo lavoro i periodi sono stati raggruppati seguendo una logica storica e di sviluppo demografico, sociale e postale che si apprezza in relazione al tempo in assoluto e non alle emissioni che si sono susseguite dal 1851 fino al 1863.

 

Le comunicazioni postali dal periodo arcaico all’era moderna

 

Comunicare con i propri simili è indispensabile all’uomo tanto che questa funzione è inscindibile dalla sua stessa esistenza e congenita allo stile di vita “sociale” dell’umanità ed ai conseguenti modelli di sviluppo da essa realizzati in ogni tempo; è certamente un patrimonio biologico imprescindibile, scolpito nel DNA di ognuno di noi.

Sappiamo per diretta esperienza che la comunicazione può essere immediata come nel dialogo, ovvero può sussistere la necessità di trasmettere il proprio pensiero a persone non presenti o molto distanti.

 

Questa necessità è rappresentata già nella mitologia greca e latina ove è presente la figura di Ermes, Mercurio per i Latini, messaggero degli dei, raffigurato con le ali ai piedi e talvolta con un cappello conico anch’esso fornito di piccole ali.

 

Nella Bibbia vi sono precisi riferimenti alle poste degli Ittiti e degli Assiro-Babilonesi. Queste civiltà realizzarono le loro missive con incisioni di segni e geroglifici su tavolette d’argilla. Il messaggio veniva impresso sulla tavoletta d’argilla fresca e quindi sottoposta a cottura, talvolta rifoderata con un altro strato d’argilla sul quale veniva inciso il nome del destinatario. Un’altra cottura consolidava l’involucro, che può considerarsi una sorta di precursore della moderna busta!

 

La presenza del vapore acqueo prodottosi durante la cottura lo rendeva indipendente dalla missiva. Presso il museo parigino del Louvre si conserva una di queste missive, completa di “busta”, risalente alla prima dinastia babilonese.

Iscrizioni tombali e geroglifici hanno rivelato l’esistenza di un servizio di comunicazioni “postali” nell’antico Egitto, databili al X secolo a.C.

 

Le dinastie faraoniche avevano la preminente necessità di far giungere ordini e disposizioni fino ai confini del loro vastissimo impero, i messaggi scritti erano il mezzo più preciso ed efficace. Sappiamo anche con certezza che presso gli antichi egizi la scrittura e la lettura erano facoltà “sacrali”, monopolio degli scribi. Dobbiamo dunque ritenere che il messaggio fosse dettato dal mittente ad uno scriba e, giunto a destinazione, venisse letto al destinatario da un altro scriba.

 

Sicuramente ancor prima di queste epoche i messaggi civili e soprattutto quelli militari sono stati affidati alla memoria del corriere, ma i limiti di questo sistema sono facilmente intuibili. Infatti, ciò che veniva riferito verbalmente si prestava ad interpretazioni, talvolta di comodo, e non sarà stato raro il caso in cui il messaggero non abbia saputo riferire correttamente quanto affidato alla memoria, che sappiamo essere talvolta molto labile, con conseguenze disastrose.

 

Nel “Milione” di Marco Polo si trova una dettagliata descrizione dell’organizzazione delle poste nell’impero cinese. Era stata predisposta una rete molto fitta di posti di cambio per i cavalli e per i corrieri, che riuscivano così a coprire in un sol giorno anche 250 miglia. Si narra che quei cavalieri talvolta catturassero con un “lazo” i cavalli per il cambio, prelevandoli dalle mandrie incontrate lungo il cammino.

Il grande scrittore greco dell’antichità Erodoto, primo artefice della storia scritta, descrisse l’articolato servizio postale dell’Impero persiano, dotato di 111 stazioni di posta lungo i vari cammini.

 

Prima Ciro il grande e poi Dario e Serse, diedero grande impulso e rinomanza a questo servizio, detto delle “angarie”, ritenuto a ragione uno strumento essenziale per la coesione del vastissimo impero.

Nell’antica Grecia, a causa della frammentazione geopolitica del potere, detenuto dalle singole “polis”, non si trova traccia di un servizio postale unitario; ogni città-stato provvedeva con messaggeri propri incaricati di volta in volta. Questi venivano detti “grammatofori” o “hemerodromi” e sembra che a causa delle asperità dei luoghi e della mancanza di piste praticabili, si servissero raramente del cavallo, preferendo la corsa a piedi.

 

Il primo messaggero, di cui storicamente si conosce il nome, è appunto il greco Filippide (da alcuni riportato come Fidippide). Questi, nel 490 a.C., fu incaricato da Milziade, condottiero degli eserciti greci, di portare ad Atene la notizia della vittoria sui Persiani ottenuta a Maratona. Egli è rimasto anche il più famoso dei messaggeri proprio per il suo spirito di sacrificio perché quella corsa gli costò la vita. Viene ricordato ancora oggi con la corsa detta “maratona”, la cui lunghezza è appunto pari alla distanza tra Atene e Maratona.

 

Nell’impero Romano il primo servizio di posta regolare venne istituito dall’imperatore Augusto. L’impero era pressoché all’apice della sua espansione geografica e politica ed era necessario far giungere le direttive politiche e militari fin nelle Province più remote. Venne così istituito il “Cursus Publicus”, dove l’aggettivo “pubblico” indica non già la possibilità di essere utilizzato dai cittadini ma l’essere riservato all’uso dello Stato e dei suoi “Organi”: l’Imperatore, i Senatori, gli alti dignitari e gli Enti istituzionali. I cittadini ne sostenevano i costi ma non fruivano del servizio.

 

Il servizio del “Cursus Publicus” si è radicato nella memoria storica a tal punto che ancora nel 1820, quindici secoli dopo, in alcuni documenti ufficiali dell’Amministrazione borbonica, il servizio postale veniva indicato come “Regio Corso” e alcuni ufficiali postali siciliani scrivevano a mano, per indicare il loro diritto alla franchigia, “dall’officina del Regio Corso”.

Il documento fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione del “Cursus Publicus” è senza dubbio il codice Teodosiano che raccoglie le leggi e gli editti degli imperatori del II, III e IV secolo.

 

Ulteriori e particolari notizie circa lo svolgimento del servizio ci vengono fornite da una monumentale opera in latino, pubblicata nel 1665 a Lione da Iacobus Gothofredus.

L’opera ci rivela che la supervisione del funzionamento del “Cursus” era affidata ai prefetti, ma non solo. Infatti, venivano coinvolti anche i governatori ed i consoli locali. Il servizio era organizzato in modo sovrapposto alla vastissima rete stradale che si dipartiva da Roma, dove nel Foro il suo centro era segnato dal famoso “Miliarum Aureum”. Le strade principali dette (ancora oggi!) consolari si diramavano in 372 strade primarie per un totale di 53.000 miglia.

 

Queste strade costituivano l’asse portante delle comunicazioni civili, militari e commerciali tra Roma e il suo sterminato impero, ma anche oltre poiché consentivano i contatti con le civiltà del medio e del lontano Oriente. I collegamenti erano assicurati fino al Portogallo, al Reno, al Danubio, alla Scozia, ai Carpazi, al Marocco, all’alto Nilo, al Mar Nero e alla penisola Arabica.

La rete postale venne sovrapposta a quella viaria esistente; una dettagliata descrizione si ritrova nella “Tabula Peutingeriana” che è la copia in pergamena di una carta geografica dell’impero romano risalente al IV secolo dopo Cristo, ove erano evidenziate le antiche strade dalla Britannia fino all’attuale territorio dell’India.

 

L’Imperatore Augusto (63 a.C. – 14 d.C.), sull’esempio dei vasti imperi orientali, potenziò il servizio postale statale creando una “rete” che collegava l’Impero dalla Scozia all’Etiopia, dalle sponde dell’Atlantico al Medio Oriente e oltre, fino all’Arabia e al Golfo Persico, per un’estensione di circa 300 mila chilometri.

Alcune fonti hanno evidenziato che in una prima fase il servizio si è svolto anche per il tramite di pedoni. Poi l’elemento fondamentale del “Cursus Publicus” fu certamente il trasporto per mezzo di cavalli e assunsero  quindi importanza strategica le stazioni di cambio, in genere stamberghe, ove i messaggeri potevano rifocillarsi, scambiarsi il corriere e cambiare i cavalli.

 

Dai calcoli effettuati su alcuni eventi storici è stato possibile stabilire che il percorso tra Roma e la Britannia sia stato eseguito in soli 26 giorni.

Le stazioni erano chiamate “mansio” o “mutatio posita”. Nel tempo si trasformò il sostantivo e volgarizzandolo per contrazione il termine “posita” venne mutato in “posta” e quindi servizio postale.

Il termine è trivalente e, infatti, ancora oggi questo termine indica, il servizio, il luogo e lo stesso oggetto spedito o ricevuto.

 

Altre fonti evidenziano che il “Cursus Publicus” era diviso in due settori: il primo a cavallo per le missive, detto “Cursus Velox” e un secondo effettuato con carri per il trasporto dei plichi pesanti (in senso moderno diremo dei pacchi), denominato “Cursus Clabularius”, proprio perché eseguito con carri trainati da cavalli o da buoi.

Come abbiamo visto il “Cursus” era riservato al servizio dello Stato. Alcune fonti riferiscono che Plinio il giovane abusò per fini privati del “Cursus Publicus” e per questo fu costretto a scusarsi pubblicamente.

 

Negli scritti dello storico Elio Spartiano si fa cenno a un “Cursus Fiscalis” e ciò sembra testimoniare che, ai tempi dell’imperatore Diocleziano, esistesse un servizio postale a pagamento; ma le frammentarie notizie a disposizione non autorizzano a dare il fatto per certo.

 

Quando l’Impero romano venne travolto dalle orde barbariche, il “Cursus” fu disarticolato a causa di tali disastrosi sconvolgimenti; la sua distruzione è databile intorno al VII secolo dopo Cristo.

Intorno all’anno 800 sarà Carlo Magno, fondatore del sacro Romano Impero, a riorganizzare in Spagna, Italia, Francia e Germania e comunque nell’Europa centrale, un servizio di comunicazioni postali, che rispecchiava sostanzialmente il “Cursus Publicus” dell’Impero romano, utilizzandone i sistemi e le vie di comunicazione.

Questo servizio si disgregò con l’impero, creando servizi di minor portata alle dipendenze dei principi e dei feudatari, ma anche del papato, e in seguito anche dei Comuni e delle Università.

 

Attorno al tredicesimo secolo, la rinascita sociale, culturale e commerciale determinerà nuove esigenze di comunicazione, in particolare per il nuovo ceto della borghesia che si stava affermando nell’Europa settentrionale, quale vero motore dell’economia e della società.

Con l’affermazione della borghesia nacque l’esigenza di un servizio postale per uso dei privati, che ovviamente non poteva che essere a pagamento. In questa fase, accanto ai servizi postali di stato, non ancora aperti ai tutti i cittadini, operarono alcuni atipici servizi postali di tipo privato ovvero “di cortesia”.

 

Tra questi meritano menzione le “poste conventuali”, che utilizzavano come corrieri i monaci che si spostavano continuamente da un monastero all’altro nell’Europa centrale. Questi trasportavano le comunicazioni di carattere ecclesiastico ma, contro il pagamento di un obolo, erano disposti a recapitare missive private.

Va inoltre evidenziata la presenza in Europa di un rudimentale servizio postale delle Università e di altri “servizi” utilizzati dai mercanti e dalle banche, questi ultimi erano favoriti per essere costituiti in corporazioni.

 

Vi è anche notizia in Germania di un servizio di posta a cura “dei macellai” che, per motivi di lavoro, avevano l’opportunità di spostarsi continuamente anche in altri Stati. Questi, avverso il pagamento di piccole somme, trasportavano la corrispondenza per conto di privati.

 

Fin qui abbiamo ricordato l’esistenza di servizi postali privati a regime provvisorio e occasionale che si reggevano su basi personali, ma alcune organizzazioni cominciavano ad assumere forma stabile, istituzionalizzata e regolata.

 

Sappiamo, infatti, che la compagnia dei Corrieri Veneti, attiva fin dal 1200, venne riconosciuta dal Senato della Serenissima nel 1305: questi corrieri pubblici assicuravano il trasporto della corrispondenza tra la laguna e la terraferma e di essi si servirono anche dei “privati”.

Nel corso del XIII secolo, lo sviluppo commerciale e la nuova situazione demografica ed economica dei vari Stati europei determinarono una nuova esigenza di comunicazione, mutando per sempre la concezione dei servizi postali. Da questo momento non saranno più esclusivamente al servizio dell’amministrazione civile e militare statale.

 

A fronte di un continuo sviluppo incrementale, il servizio postale si trasformò nel volgere di pochi decenni in una attività economica che produceva notevole reddito. Si determina in questa fase una nuova visione dell’esercizio delle poste con carattere imprenditoriale, poiché esso diviene fonte di profitto. In questa fase gli stati, in linea di massima, preferiscono non esercitare in proprio il servizio, ma lo appaltano a privati riservandosi una serie di privilegi tra i quali quello del trasporto gratuito della corrispondenza di stato e di quella amministrativa (posta di servizio).

 

La vera svolta organizzativa si avrà nel 1290, quando per opera di Omodeo Tasso, fu fondata a Bergamo la “Compagnia dei Corrieri Bergamaschi”, che in pochi lustri divenne la migliore organizzazione per lo scambio delle corrispondenze. Il servizio dei corrieri a cavallo venne riordinato, garantendo precisione, regolarità e puntualità nel recapito delle corrispondenze. La fama della famiglia Tasso valicò le Alpi, tanto che nel 1500 ottenne la concessione dei servizi postali per tutto il territorio sottoposto al dominio degli Asburgo.

 

Il sistema “tassiano”, che prevedeva il pagamento del costo del servizio postale a carico del destinatario, si estese quindi agli attuali territori della Spagna, del Portogallo, della Germania, dell’Austria, dell’Ungheria, dell’Italia, delle Fiandre, della Provenza e della Borgogna. I cavalli della Compagnia, lanciati al galoppo lungo le piste d’Europa, erano una costante della quotidianità e si distinguevano dagli altri per la pelle di tasso che i cavalieri recavano come copricapo.

 

I numerosi membri della famiglia Tasso si spinsero in tutta Europa e raggiunsero nel XVI secolo i più alti gradi della nobiltà: furono nominati gran Maestri di posta anche a Venezia, a Roma, a Genova, in Sardegna, ottenendo privilegi e privative dai Pontefici, dai Re e dagli Imperatori.

 

L’affidabilità e la puntualità dei servizi postali dei Tasso fu tale da contribuire in maniera notevole allo sviluppo delle relazioni politiche e sociali, e in particolare all’incremento dei traffici commerciali in tutta Europa.

Per gli indiscussi meriti sopra accennati, la famiglia Tasso fu autorizzata ad aggiungere nel suo blasone, al Tasso che già vi figurava, il “cornello postale”. (Continua)